Eppure è bell'e passato il tempo in cui Alberto Nota, sebbene italiano e non più valoroso di Riccardo Shéridan — che poteva col solo successo di due o tre commedie conquistare le più illustri amicizie, la direzione del primo teatro drammatico, un posto nel Parlamento e poi una tomba in mezzo ai Re della corona e del pensiero — era dapprima assunto a segretario di Carlo Alberto, quindi fatto Barone, allora, Prefetto di una Provincia e socio, nientemeno, dell'Accademia delle Scienze; nè possono più esserci gli equivalenti delle compagnie assoldate nella prima metà del secolo dalle Corti d'Italia: ai Principi deve bastare ora, quando non ne hanno d'avanzo, la commedia politica che sono obbligati a giulebbarsi, anche quando fa stomaco.
Tutto quello che possono fare per la drammatica, dicesi, è lasciar cascare qualche commenda che ahimè! non ci farà più commendevoli, qualche ordine di cavalleria che ci lascerà a piedi e terra terra come prima!
I molto reverendi nostri Prelati poi fanno anche meglio: ignorando che il teatro risorse per solo merito del Clero nelle Cattedrali e conta nella sua istoria non solo Cardinali e Pontefici favorevoli, ma Santi Comici e Drammaturghi, involgono in un commodo disprezzo anche quell'arte che parve poter essere onesta ed utile allo stesso filosofo Aquinate.
I Patrizi o non possono più essere Mecenati o non sanno; e potendolo o sapendolo, temerebbero di essere mistificati dai farinelli che s'intruderebbero fra loro e i protetti per ingrassarsi alle spese degli uni e degli altri.
Quanto ai Ministri, bisogna loro rendere questa giustizia, di dieci in vent'anni domandano in qual modo la possa campare questa benedetta drammatica, e questa sollecitudine così consona alle antiche tenerezze democratiche per la commedia aristofanesca, deve bastare. Non negherebbero fors'anche, a chi lo implorasse con un foglio di carta bollata da mandare all'archivio un sussidio; ma non è ancora bene assodato se la limosina farebbe più onore al Ministro od alla dignità dello scrittore. I membri del Parlamento, e più i molti che amoreggiarono poco corrisposti con Talìa, alieni da ogni favore verso la commedia, forse perchè trovano troppo facile la loro.
I Comuni, aboliti premj e scuole per la drammatica, serbano, al pari delle Accademie, le loro tenerezze per i pittori, non cerchiamo se giustificate, e per le ballerine, giustificatissime. La maggior parte dei milionari poi non ha l'aria di amare le arti che non concorrono al mobilio della casa, e meno che mai i libri: non può forse dimenticare di essere riescita nelle sue imprese senza aprirne uno. Tirati i conti, s'arriva a questo che ogni ragione è buona per non far nulla per il nostro teatro, e se si spende ancora qualche cosa per i commediografi che non associano in adultero connubio l'arte colla burocrazia o la politica dalle mani viscose, più che per nutrirli è per seppellirli.
Il pubblico: — (ride e sta per applaudire...)
Un signore: — (da un palco al proscenio, di scatto) Domando la parola! (risata generale) È per fare un'osservazione nell'interesse del Pubblico istesso che domando la parola!
L'autore: — (cui si rivolge ogni sguardo) Per me se la pigli.
Quel signore: — (all'autore) Le sue sono di gran belle parole...