L'autore: — Troppo buono!

Quel signore: — (attaccando sicuro, da conferenziere versato, gestendo per tre e cianciando per dieci, con aria di castigamatti e polmoni da avvocato...). Ma io mi permetto di far notare come questa sua dedica e gli argomenti per cui il Pubblico potrebbe lusingarsi di essere ormai il solo Mecenate possibile dell'arte drammatica, stonano maledettamente con tutto quello che del Pubblico medesimo dissero e scrissero loro poeti, drammaturghi e comici. (stendendo una mano verso l'autore per non essere interrotto, lui) Difatti, per non andare più in là, Plauto e Terenzio, come poco dopo Orazio, andarono a gara nell'asserirmi o puerile o distratto e sempre pretensioso e grossolano, più vago degli spettacoli maneschi in cui trionfa la forza che non degli intellettuali in cui ha ragione la grazia e lo spirito. Non sarò io che difenderò il Pubblico romano dall'accusa di aver spento nell'arena sanguinosa dei circhi ogni sentimento di gentilezza e di umanità; ma il gusto indegno ora di un beccaio, di stare a vedere da seduti chi si batte, strazia e macella a gara, non l'ebbero i Romani soltanto, ma anche i Ravennati, i Senesi, i Pisani ed i Bolognesi, mentre in queste città non c'era caso di poter dire che al popolo vincitore del mondo occorreva più vasto e fiero spettacolo della commedia. E i Santi Padri inventori dei Misteri che cosa non dissero del Pubblico che si consolava della rovina dei circhi con un baccanale di allegre parodie delle usanze antiche come delle nuove, delle cerimonie pagane come delle cristiane? E Dante, di cui nessuno potè fischiare la Commedia Divina, non chiamò forse il Pubblico «strupo di pecore matte?» E lo Shakspeare, che cito per fare il paio coll'Alighieri in autorità, non osò forse dire che il Pubblico è addirittura «una razza d'oche?». Ma fra Dante e Shakspeare, ecco che rispunta sul nostro orizzonte il sole d'una nuova civiltà italiana; ecco che dalle riaperte arche del sapere si diffonde una nuova splendidissima luce. La Commedia plautina e la terenziana si rinnovano nella volgare, e subito i Principi più famosi per ischiatta e per valore, i Prelati più colti e generosi, le Gentildonne più cortesi e belle, vanno a gara nell'accettarne la dedica, nel favorirne la rappresentazione col chiamarvi, per adornarla di ogni bell'arte, i più insigni pittori ed architetti. Credete che ne venga loro lode? Al contrario! Si dura per trecent'anni a dar loro la colpa degli strappi che i commediografi fanno ad ogni riguardo, convenienza e buon costume, quasi che e Pontefici e Cardinali e Principi e Gentildonne non potessero gustare quelle commedie che in ragione della crudezza acerba della favola, della licenza del linguaggio e dell'oscenità del gesto.... Già la colpa è tutta dei costumi rotti del Pubblico, quasi che il Pubblico a quelle rappresentazioni otto su dieci seccantissime non si fosse rotto e seccato nulla! Così il Tatio scrive fin d'allora: «ai nostri tempi vengono ascoltate solamente quelle commedie nelle quali sono inserte mille sciocchezze e diverse parole disoneste et altre cose molto vituperabili.» Carino tanto! Così i poeti comici scrivono le cose sciocche, disoneste e vituperabili e poi si fa colpa al Pubblico se le sente! E quanto è bello quel «solamente» come se allora delle commedie ce ne fosse delle altre parecchie gioconde quanto «La Mandragola», ma più oneste! E io mi domando se con questo andazzo di dare ad ogni modo addosso al Pubblico non si sarebbe detto peggio se il Pubblico d'allora, vale a dire le Corti dei Principi e dei Prelati ed i Patrizj, avessero chiuso le porte delle reggie e dei castelli ai comici scrittori ed attori! (un mezzo respiro e poi via subito, tutto d'un fiato):

È bensì vero che lo stesso Giustinopolitano si lascia poi sfuggire che cotesti comici, quali «inimici di ogni politica civile et d'ogni nobile conversatione» debbono essere cacciati da ogni bene ordinata città come la «vera origine della corruttione de' costumi et male creanze», e che Ottaviano Garzoni, poco più tardi, non dubita di asserire che appunto «per cagion di costoro giace sepolta nel fango l'arte comica!» (all'autore che si è mosso credendo che il signore arrivato all'impertinenza abbia come di regola finito) Aspetti che non ho finito! (l'autore incrocia sul petto le braccia rassegnato quanto alla lettura d'una tragedia) Non è soltanto in Italia che c'è il mal vezzo di pigliarsela con noi dopo di avere esaurito, bene inteso, ogni arte per avermi dalla loro. Giusto nel tempo in cui lo Shakspeare rincarava la dose della botta dantesca contro il Pubblico, il maggior genio letterario della Spagna, Cervantes, quello in cui si riflette più limpida, arguta ed originale la vita della sua epoca — vede che non gli nego giustizia — asserisce, per fare la terna, che il Pubblico «non sente entusiasmo che per le stravaganze», e che dopo di averlo studiato intus et in cute «non sa ancora se sia più sciocco o più ignorante». Nè meno grave è il carico che gli si fa in Francia riguardo al Molière, il suo maggior scrittore. Il quale avrebbe avuto dalla sua, e basterebbe, il Re che aveva dello spirito anche per gli altri, Corneille e Racine, due Regine, il Principe di Condé, La Fontaine e La Chapelle, non la borghesia di cui è pure alla stretta dei conti il poeta, e meno che mai il popolo indifferente e qualche volta ostile, quasi che il Pubblico d'allora non fosse ancora la Corte e l'aristocrazia, quasi che potesse dirsi ed essere Pubblico l'orda di mascalzoni che avrebbe fatto Dio sa quale sacrilego insulto alla salma istessa dell'autore del «Tartufe» quando la vedova non gli avesse gettato nelle canne ingorde l'offa di un sacco di quattrini! Da Molière vengo dritto al Goldoni: così non dirà che mi faccio commodo di citare soltanto degli ignoti o dei guastamestieri: da Plauto, Terenzio, Orazio agli inventori santificati del mistero; da Dante a Macchiavelli il cui prologo della «Mandragola» dimostra il pochissimo conto in cui tiene il Pubblico; da Shakspeare a Cervantes, a Molière, a Goldoni. Ebbene il Goldoni, anima serena e sole di ottimismo, ebbe a dire che si gusta di più «Arlecchino finto principe» che non le commedie più fine, argute ed eleganti. Poco dopo Goldoni, ma assai meno discreto e cortese, il Goethe dice in Alemagna: «Bisogna guardarli da vicino questi Mecenati: o freddi, o rozzi, o disattenti, o svogliati e sempre vaghi di novità soltanto; vera ciurmaglia fluttuante, più cupida di vedere che di sentire, che si può abbagliare e non mai soddisfare, per cui è proprio un delitto l'incommodare le muse! Basta esaminarli da vicino, dico, per sentir subito venir meno ogni inspirazione e sentirsi spinti verso un abisso di volgarità!». Il Giove olimpico ha parlato così schietto che non monta sapere quanto si dicesse poco prima in Francia sull'argomento da Voltaire, Rousseau e Diderot; vediamo piuttosto se quell'altro astro splendentissimo del nostro firmamento che è il Manzoni abbia fulminato il Pubblico che non si vergognava di fischiargli l'«Adelchi» ed il «Carmagnola». Il Manzoni si contenta di dire con calma antica che il Pubblico non ha criterio: se un lavoro gli pare cattivo, non ha misura nel buttarlo a terra; se invece non sa farci un appunto, se ne sbriga con un «gh'è minga mal», aspettando che dai compari dell'autore gli si dia in mano un verdetto bell'e fatto. In fondo il giudizio non è meno acre dell'invettiva del Goethe. Intanto, mentre Lord Byron afferma che «nessun uomo di animo delicato e gentile può commettersi all'arbitrio d'una folla di spettatori», altri meno illustri e più arroganti affermano che questa è «sempre essenzialmente ipocrita, poichè rigorista fino all'assurdo colla prosa, tollera ogni più sconcio laidume in versi; perchè mentre pretende che la commedia rispetti le convenienze e le convenzioni sociali, corre nei teatrucoli dove l'arte si fa compiacente mezzana d'ogni foja e sguaiataggine». Sthendal e Berlioz colgono ogni occasione per dirla «vaga soltanto di scipitaggini e di platealità». Dumas figlio pubblicò pochi anni sono che «non si va al teatro se non dove si fa più chiasso e c'è maggior possibilità di stordirsi»; che «agli spettatori si può domandar tutto, meno l'attenzione», e che dessi «non chiedono all'arte che la sensazione di un momento». Altri loro appunta di correre, novelle pecore di Panurgo, dove picchia più forte la gran cassa, e altri invece rimprovera loro «di arrivare sempre troppo tardi, magari alla fine del primo atto, di chiacchierare mentre si recita, di ridere più allo sboccato che all'arguto e di sottolineare col meno onesto cachinno ogni scellerata allusione, salvo poi a pigliare, appena calato il sipario, la prima maschera di Catone da strapazzo che loro capiti sotto la mano, per disapprovare..... se stessi». Finalmente.... (respiro unanime dell'autore, della stampa e del pubblico) a dare il resto del carlino e a darlo proprio al Pubblico italiano, ecco messer Hans De Bülow, scrittore musicale, concertista e battista in Italia di quel Messia che chiamò i nostri più ammirati maestri compositori da chitarra... averne noi e loro! Questi non potendo comportare la leggerezza con cui il Pubblico aveva accolto «la morte per lo Czar» del povero Glinka, dette in ciampanelle, non ricordò che lo stesso Pubblico non s'era dimostrato più riguardoso colla «Gazza ladra», la «Norma» ed il «Mefistofele», e gli scaraventò di botto tre micidiali imputazioni, accusando prima l'aristocrazia di «preferire, incurante d'ogni buona cosa paesana, alla divina musica del linguaggio nazionale il francese più sgrammaticato, cupida soltanto di vaudevilles e di operette come d'ogni altra frivolezza pur che straniera»; quindi scagionando la borghesia d'ogni responsabilità coll'affermarla «troppo povera e pigra per essere colta», e infine sentenziando «la plebe non essere bramosa che di scandali»... L'invidia essendo nel cuore italiano tanto potente quanto deve essere umiliante la coscienza della nostra impotenza, l'esito di ogni componimento teatrale dipende dal campanilismo o da una camorra, o dall'intonazione che si assumerà di dare al verdetto del Pubblico quel biricchino di ogni età e condizione che secondo il tedesco insatanassato sarebbe una delle maledizioni «di cui l'Italia ha il triste privilegio...» Nient'altro, e festa. Ultima, una Regina di spirito e di bellezza — e ne ho serbato la sentenza in fondo — Elisabetta di Rumenia, dice che «il Pubblico è come il mare» — meno male che il paragone è lusinghiero — «porta e sostiene l'arte e gli artisti» — ci si rende giustizia finalmente! — «per poi inghiottirli»..... Tombola! Ma io sarei indiscreto se non concludessi subito.....

Tutti gli altri: — (in cuore) Sissignore.

Quel signore: — ..... e concludo che mentre questi, fra scrittori ed attori, mi manda a scuola di garbo e discrezione, quell'altro mi accusa di applaudire soltanto quando non capisco; quegli di fare della politica, che come si sa è una porcheria poco pulita dappertutto, e di farla in teatro; questo qua, e m'ha l'aria di essere un vecchio comico, assicura che ho così poco criterio d'arte da bastare, per farmi salire all'entusiasmo, un passaggio repentino dal pianto dirotto alla risata più sgangherata — una cosa fra le tante che non si vedono che sulla scena — o il crescendo d'apostrofi a prova di polmoni, non importa se contro ogni verosimiglianza di situazione e di ambiente; Tizio dice che sono un tardigrado dalla pelle d'ippopotamo, col cervello privo di discernimento e il cuore con tanto di pelo; Caio che se non sappiamo essere che un sinedrio meticoloso coi valorosi ed un bimbo di anime senza entusiasmo coi genj, gli inetti ed i mediocrissimi sono sempre sicuri della nostra indulgenza più larga. Così tirati i conti, il Pubblico che si chiama inclito e colto sui cartelloni, finchè non ha pagato il suo biglietto, appena è in teatro se non è la «mala bestia», è l'«orbetto» o, alla meno peggio il «grand'asino!».

E con questo voglio dire che se in ogni tempo scrittori ed attori hanno sempre cercato con ogni artifizio il nostro concorso e il nostro suffragio, hanno sempre finito col morderci la mano, sia che la stendessimo larga di applausi e di corone, o che la ritraessimo sdegnosa. Mecenati noi? Non ci mancherebbe altro per crescere la burletta! (s'inchina al Pubblico, volgendo sdegnoso le spalle all'autore, e aspettando un applauso per sedere: il Pubblico intontito sta per applaudire; ma l'autore s'inchina al signore in atto di tanto ossequio e gratitudine che l'effetto della filippica si sbianca in una clamorosa risata).

L'autore: — Mille grazie sentitissime. (al Pubblico) Plinio il giovane consiglia come il migliore dei mezzi per acquistare la grazia di un Mecenate quello di spiattellargli intera la verità; ma davvero io non sarei arrivato neanche ad un terzo della correntina che ha fatto prendere al signore l'onesta premura di tener Vostra Altezza informata di tutte le bestemmie che hanno fatto profferire contro di Lei la stizza o la disperazione. So benissimo che per lo più le dediche non hanno altro scopo che trovare un Cireneo per le gravi spese della stampa; che servono assai più che alla lode del Mecenate al gonfiamento dell'autore, e qualche volta, fra una confidenza ed un'insinuazione, alla stroncatura dei rivali; che se n'è fatte d'ogni risma e colore, agli amici ed ai nemici, ai vivi ed ai morti, a Domineddio come a messer Belzebù, ai Sovrani dispensieri delle grazie come a Mastro Impicca...

Quel signore: — (interrompendo come per un fatto personale) Domando la parola!

L'autore: — (avvezzo) Parli, ma non più d'un'ora.

Il pubblico: — (atterrito) No! Basta! Alla porta!