Quel signore: — (piglia due cappelli e poi la porta).

Una voce: — (mentre si ride) Lo metta in commedia.

L'autore: — Mette il conto? — Signore belle e gentili, signori cortesi e discreti, nulla può essere tanto vilipeso quanto quegli di cui s'invoca più ardentemente il favore: testimonj le donne e gli Dei. Ma nè io ho mai cercato con arti vili il vostro suffragio, nè vi ho morso la mano quando si ritraeva da me sdegnosa; no, neanche nei momenti nuovissimi in cui viene a meno ogni più sottile speranza di arrivare in porto, mi sono mai sognato di affibbiarvi la responsabilità del naufragio.

E qui bisogna che vi dica in confidenza che se voi conosceste quei momenti accogliereste con un sorriso pietoso gli sfoghi di chi vorrebbe aver l'aria di disprezzarvi perchè si sente privo della vostra grazia, dopo di aver cercato di meritarla o sperato almeno di ottenerla comecchessia; direste con noi: oh quanto è difficile quest'arte quando si propone di soddisfare ad un tempo la folla, il bel mondo ed i pensatori! quante debolezze non ispiega e scusa nei suoi cultori la sua incessante ed infinita esigenza!

E davvero si ha un bel conoscere il palco scenico con tutti i suoi spedienti dell'ottica e della meccanica, le botole e le trappole, le scalette ed i corridoj, da quello che striscia giù sotto le tavole fino al buco del rammentatore a quello che s'arrampica lassù al balconcino dei siparista, le stanghe che attraversano il cammino e le cantinelle che pendono sul capo minacciose, le mille cordicelle pioventi dal pajuolo come le fila d'una tela di ragno a reggere e governare tutto il leggero edifizio di carta che un fischio come una favilla possono mandar per aria in una mutazione di scena od in una fiammata; si ha un bell'aver passato sopra queste tavole delle mezze giornate nel lavoro struggente del mettere in iscena, averle attraversate in tutti i versi di giorno e di notte, e più d'una volta, di sera, a sipario alzato ed a teatro pieno ed abbagliante, col sorriso sulle labbra ed il cappello in mano, senza inciampare, riconoscente e dignitoso, si ha un bel possedere il segreto del far ridere e del far piangere che è il segreto dell'arte o l'arte medesima, un bel conoscere quasi di persona il Pubblico e quale la sua corda da far vibrare più sonora e quale convenga meglio lasciar muta; quale la sua passione, la moda, la debolezza od il capriccio del momento; in quale tono si sia più sicuri e in qual altro meno; si ha un bell'avere appreso gli artifizi e le malizie e i tratti di genio di tutti quelli che vi hanno preceduto..... Eppure ecco che ad un tratto, dove meno lo si supponeva, le tavole traballano sotto i piedi; ecco che con tutto il congegno intellettuale e manuale della scena vi viene meno il favore del Pubblico!

Da quel momento, Altezza, non capite più nulla, non sapete più nè dove siate, nè quello che vi facciate: la gola arsa e serrata come nel pugno d'un manigoldo, lo sguardo che sfugge l'altrui sguardo come se si avesse commesso un delitto, il passo vacillante come se si fosse ubriaco di vino cattivo, andate innanzi fra le stonazioni e le papere più assurde, gli sbadigli più sganasciati, le tossi più ribelli, le ammirazioni più ironiche, come si va in mezzo ad una tempesta alpina, di notte, senza guida e senza lanterna, sopra un ghiacciaio irto di creste e di crepacci, quando i lampi vi spalancano il pericolo senza farvelo cansare.

Da quel momento non c'è più testa di bulletta in cui non s'inciampi, non quinta o capretta in cui non si dia del naso: sentite che state per cadere dinnanzi ad un bel migliaio di persone, a quel fiore dell'intelligenza e del buon gusto che la cortesia dei giornali ha invitato alla festa. Festa, sì giusto; ma di quelle orrende che finiscono con un sacrifizio umano, il vostro. Allora pensate con terrore che questo sacrifizio vi ucciderà tutto intero, peggio associerà il vostro nome al ridicolo. Ma che nome, che passato? Tutta un'illusione come la vostra pretesa intuizione teatrale. Guardate quel servo di scena che aspettava col fine della commedia il vostro trionfo e la mancia, nella prima quinta, di rimpetto a voi; quel servo dalla faccia scialba e lo sguardo ebete, che v'ha sempre fatto ridere per il contrasto della sua livrea troppo ampia e gallonata colle scarpaccie e le calze bucate sui magri stinchi, ora vi fa paura. Non vi sorride più; vi guarda come un uomo che lo ha tradito. E quel bisbiglio che v'arriva dal fondo della platea come lo distinguete in ogni sua interlocuzione attraverso al dialogo fra gli attori? Dicono di sicuro: senti che spropositi! Che sciocchezze pretensiose! Neanche il senso comune! Fischiarlo? Legnate! E lasciarlo morto sul tiro! Allora il vostro pensiero corre in un lampo la rassegna dei vostri successi incontrastati, quasi in appello per l'ultima difesa..... Ahimè, dessi non pajono più a voi stesso che un effetto di combinazioni passeggere. E non ne avrete più mai; siete finito e finito in un fiasco scandaloso. Ma perchè ve ne state qui a masticarvi l'anima in questo spasimo di berlina? Tanto non c'è miracolo di caso o d'arte che vi possa salvare; via, via subito, per la scaletta del palco scenico. No, non potete più fuggire: dovete morire qui, dopo un'agonia che vi lascia comprendere che la vostra morte sarà senza dignità e pudore, ridicola. Giù! Giù! gridano. Bisogna che caschiate giù, di peso, tal quale un sacco di cocci, tal quale un pagliaccio da circo atterrato da una formidabile pedata; giù dinnanzi a tutto il Pubblico, giù proprio a quella scena dove gli attori vi dicevano che sareste salito sul carrettino trionfale; giù lungo e disteso in mezzo ad un'immensa saettata di risa e di fischi di quella stessa folla che v'ha tante volte applaudito, che v'ha detto tante volte che i vostri lavori erano belli ed onesti; come se nato per così dire di voi medesimo non aveste costrutto voi senza duca o maestro e pietra su pietra questo piccolo ma sudato edifizio della vostra riputazione a furia di volere e di studiare, come se invece di essere alla peggio un povero mattoide, foste una forca di borsaiuolo colto in sul fatto dai carabinieri!

E voi, disperato, vorreste uscire sulla scena a dire al pubblico: questa non è una giustizia, è un insulto, una vigliaccheria, perchè io non merito di essere insultato personalmente, direttamente, pubblicamente! E per insultare me paralizzate l'attore e gl'impedite di essere il mio interprete e vendicatore? Siete anche sciocchi; sì, vili e sciocchi, e chi se l'ha a male, venga su che l'aspetto!.....

Ebbene a me queste sparate neroniane non mi sono neanche passate per il capo. Ho sentito anch'io, e come! la mazzolata fra capo e collo, le fischiate trapassarmi acutissime gli orecchi e il cuore; ma poi passato il primo intontimento, appena uscivo all'aria e potevo, rimasto solo coi miei pensieri, fare nel nuovo e tardo e pur non inutile rigore della mia coscienza il lungo e minuto esame del mio peccato, io, senza dissimularmi gli sguardi di ironica pietà, i me ne duole ipocriti, le spallucciate ed i pettegolezzi che avrei dovuto sorbirmi dalla marmaglia farisaica che sta attorno al teatro, non solo non me la pigliavo più con voi, non solo non vi mandavo più l'usato semplicissimo accidente, ma a poco a poco finivo per meravigliarmi che foste stato così longanime, finivo per andarmene a casa, a letto, e per addormentarmi, sul mattino, certo non lieto nè tranquillo, ma senza rancore, anzi convinto e persuaso che se la malaugurata commedia invece che mia fosse stata vostra, io, parola d'onore, v'avrei fischiato molto di più!

Ad ogni modo la lezione non veniva nè invano nè senza appello, e così mentre posso dire di non essermi mai unito agli infallibili che soliti a pigliare il Pubblico sotto gamba lo coprono di vituperî tutte le volte che non dà loro del turibolo sotto il naso, non ho dimenticato che voi siete stato il primo a compatirmi, a darmi coraggio, e qualche volta, lo debbo dire? m'avete fatto così contento da compensare in tre ore ogni passato studio e travaglio.