Ant. (angosciato, a Goldoni). — E tu dici che io sono ingiusto verso il Governo di Venezia!
Gold. — Antonio..... Guarda quanti hanno perduto tutto come noi e non maledicono che la sorte! E tu, per troppo amore, invece di pensare a consolarci, mi tocchi la mia Venezia! (un moto di Antonio) Ma anche chi ve comanda xè vinizian... e co se dise Venezia, mi no fasso distinzion... per mi Venezia la xè la mare cara e benedeta... di cui no se recorda che l'amor, la gloria, i benefizi... E bel e abandonà... bel e ridoto a non aver più speranza de poderla riveder (con uno schianto) mai più!...
da Venezia lontan do mila mia,
no passa di che no me vegna in mente...
el linguagio... e i costumi de la gente...
el dolse nome de la patria mia!
(Soffocato dalla emozione, si butta al collo di Antonio, mentre tutti gli altri gli si accostano commossi, e cala il sipario)
Fine dell'intermezzo.
ATTO SECONDO
Una stamberga nel poverissimo quartierino sotto tetto in via Mauconseil. Tre porte, due laterali ed una in fondo verso la destra. Delle laterali quella a destra scorge alla stanza di Antonio e Battistino; quella a sinistra alla camera da letto di Carlo e Nicoletta. Nel mezzo della scena in fondo un ampio abbaino colla sua vetrata che guarda sull'infinita distesa dei tetti di Parigi coperti di neve. Sotto all'abbaino un mobiletto, come un piccolo canterano, sul quale sta il busto di Molière in mezzo al alcune boccette di medicinali. Sulla scena, a destra, un seggiolone a braccioli coperto di stoffa svanita, accosto ad un braciere colla sua palettina; a sinistra un tavolino fra due seggiole impagliate: sul tavolino un tappeto logoro, un candeliere di ottone colla sua candela spenta, l'occorrente per iscrivere, alcuni fogli di carta bollata bianca ed uno scartafaccio di carte legate con un nastro. D'inverno, il 6 di febbraio del 1793. È giorno.