Andr. — Perchè il primo giorno che la vostra moglie fosse malata e il figliuolo non vendesse i giornali e gli zolfini, voi non sapreste dove dare di capo per avere un tozzo di pane.

Nanni. — E chi v'ha dato ad intendere...?

Andr. — Nanni, io so tutto, e poichè vi voglio bene, esigo che la felicità di questi ragazzi dipenda da voi. Alle corte, questo matrimonio non si fa finchè non avete dato prova di aver messo giudizio.

Nanni. — Non sono i ragazzi che debbono metter giudizio, è il babbo! (a Bobi) Il mondo alla rovescia!

Fior. — Babbo...

Nanni. — Sta zitta tu... E, per esempio, che significa questo far giudizio?

Andr. — Sentite: noi abbiamo gli stessi anni, ed abbiamo cominciato a lavorare assieme... Un giorno voi avete giuocato con altri al lotto e vinto poche lire; ma da quel giorno maledetto vi siete messo in testa di potervi arricchire, e così ogni settimana avete portato al botteghino quanto io portavo invece alla Cassa di risparmio. Che cosa è successo in questi trent'anni? Che io vivendo meglio di voi ho messo assieme un gruzzolo di quattrinelli ed ho potuto avviare la mia industria, mentre voi... oh il mio povero Nanni!... Ma già di qui non si scappa; è morale aritmetica; due e due quattro, che nessuno al mondo può fare che siano tre o cinque: morale facile, chiara e lampante, la quale però non impedisce che se voi guadagnaste col lotto quanto ho guadagnato io col lavoro e col risparmio, le due sole lotterie in cui si vinca ogni settimana, sareste invidiato da mille e mille altri giuocatori... (si alza) imbecilli, che non sapete nemmeno che cosa sia il lotto!

Nanni. — Oh! sentite, che mi vogliate insegnare a lavorare, tiriamo via, ma il lotto poi! (si alzano tutti).

Bobi. — È un professore lui: sa la cabala a memoria!

Andr. — Ma che professore, che cabala! Su, per diana, giuocatori marci che giuocate tutte le settimane da venti a trent'anni, sapete quanti terni, quante quaderne ci sono in novanta numeri?