— Signore — disse in quella una guardiastazione, la stessa che m'interruppe già una volta — questa è l'uscita; e m'indicò la porta. Se questo dabbenuomo non mi cacciasse con tutta quella buona grazia di cui è suscettibile un guardiano di via ferrata, io vorrei, o compagno, dimostrarvi come la bellezza oggettiva abbia meno cultori di quanto è voce.... ma non c'è verso, egli m'insegue sino all'uscita.... Quest'insistenza mi desta un dubbio: ch'egli abbia inteso un motto delle nostre chiacchere più o meno estetiche, e voglia risparmiarne lo spettacolo poco architettonico della stazione? Chi lo sa? Dopo la democratizzazione del sapere, chi può giurare che sotto il saio dell'artiere non s'asconda la giornea del professore?

III. Arona — Le illusioni ed i doganieri. — Una cipolla fra le rose.

Chi tosto giudica, tosto si pente.

Prov. ital.

Orta! — Angera! — Gozzano! — Varallo! — Domodossola! — Albergo della Posta! — Reale! — d'Italia! — A me il sacco! — Zolfanelli! — Sigari! — Ecco le strida che invariabilmente accolgono il viaggiatore all'uscire dallo scalo della ferrovia d'Arona: vociare che mette in non lieve imbarazzo il viaggiatore che non ha meta prefissa al suo vagare.

Per mia fortuna, fra tanti vetturali, facchini, camerieri e ciceroni pro domo sua, una voce che partiva dal mezzo di una folta ispidissima barba, tuonò al mio orecchio, mentre mi sforzava di attraversare quella ressa di rompiscatole, il nome dell'ottava meraviglia del mondo e l'unica di Arona, il S. Carlone, e mi fece così risovvenire di un monumento intorno al quale aveva sentito nella prima adolescenza tante mirabilia. Si vada adunque al S. Carlone! Senza dare risposta ad alcuna delle insistenti domande — unico modo di liberarsene, a meno però vogliate farvi in dieci per non far torto a nessuno — mi avvio verso la cittadina, dando occhiate a destra ed a sinistra, come quegli che senza soffermarsi troppo vuole spendere poco e vedere molto.

Appena uscito dalla casona dello scalo, un bel giovinotto, dall'assisa di doganiere — ad Arona vi sono più doganieri che mercanti — con un garbo da farmi strabiliare, (poichè a me un doganiere era sempre parso il rappresentante della prepotenza legale, dei pregiudicii economici, la barriera che impedisce il bacio cosmopolitico dei popoli) mi fece ricredere pienamente, avvisandomi che se io desiderava imbarcarmi sopra un piroscafo, il S. Gottardo stava per salpare, aggiunto poi per soprassello che io avrei potuto girare e rigirare in lungo ed in largo il lago senza la noia del passaporto. Malgrado il desiderio di accettare l'invito della tintinnante campanella del S. Gottardo, io non volli partire senza visitare l'interno della città pittoresca — al di fuori — ed il famoso monumento al suo cittadino, benchè sapessi che vi sarei ritornato più d'una volta nelle corse ch'io aveva in animo di fare lungo le spiaggie verbanesi.

Il S. Gottardo diede l'ultimo tocco di squilla, si staccò con tutta facilità dallo scalo, e descritta una vaga curva, partì avvolgendosi, come d'un velo per difendersi dal sole cocentissimo, nei vapori della caldaia fumante.

Serbatomi per la vetta del colle di S. Carlo il giocondo spettacolo del lago, come un ghiottone serba ultimo il manicaretto più sapido, entrai in città.

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