Nella valle Formazza l'anno non si divide come altrove in quattro distinte stagioni: un vecchio adagio dice esservi nove mesi d'inverno e tre di freddo. L'inverno comincia generalmente coi primi giorni di novembre, benchè nella seconda metà di ottobre si faccia già sentire il gelo. Nel maggio si liquefanno le nevi, ed il giugno desta dappertutto la verzura. Ma luglio, agosto e settembre sono i tre mesi di questa state, nella quale non è raro alzarsi al mattino e vedere i declivi superiori ammantati d'un bianchissimo strato di neve, che poi i raggi solari fanno sparire in brev'ora.

La valle essendo circondata attorno da estesi ghiacciai, la temperatura estiva è freschissima: in tutta la state il termometro Réaumur non segna all'ombra oltre i 16 gradi sopra lo zero: scendendo qualche volta sotto i 10 gradi, il che darebbe una media di 12 a 13 gradi di calore; d'onde chi vi villeggiasse può a suo bell'agio correre a caccia per le balze montane, al sole, senza che gli avvenga di ritornare all'albergo soffocato e tutto molle di sudore. Il sole intiepidisce le aure che scendono dal Gries e dalla Valtoccia e non sferza, illumina e non accieca. Perciò i valligiani vestono tutto l'anno pannilana, e i cappelli di paglia e gli ombrelli sono qui inutili.

Quanto poi alla stagione invernale essa vi è veramente poco piacevole, e per la sua durata di otto mesi e per la quantità della neve che talvolta copre la terra di uno strato di ben tre metri di altezza.

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Le volute, come le chiamano gli abitanti dell'Apennino toscano sulla strada dell'Abetone, e noi diciamo valanghe, sono, come non tutti sanno, frane di neve, che traboccando dai supremi pendii alpestri, ingrossatesi nel subitaneo cammino, rovinano al basso senza che capanne od alberi valgano a trattenerne l'impeto funesto. Il rombo della voluta è simile a quello del tuono, e la furia con cui avvalla è tanta che l'aria percossa da così ingenti masse sprigionandosi d'attorno abbatte uomini e bestiame non punto tocchi dalla neve.

Vid'io staccarsi dalle somme rupi, in prospetto alla capanna ov'io dimorava, un'immensa massa di neve e precipitare sul pascolo detto del Bedriöli. Una capanna ed una stalla non poterono resistere allo scoppio dell'aria, e senza essere tocche dalla frana vennero schiantate di pianta e trasportate alla distanza di cento passi.

A dare poi un'idea dell'irrepugnabile furia di queste masse nevose, non increscerà al lettore che io qui trascriva quanto trovo in un antico libro di memorie d'una famiglia di Fruttwald. Tralascio alcune risibili raccomandazioni di quell'autore di non stare sicurtà e soprattutto la peregrina ortografia del testo.

«L'anno di grazia 1701 cominciò a venire giù neve alli 6 marzo seguitando senza interruzione sino alli 16: per la qual cosa dalla Cima Rossa e dal Krayhorn rovinò sopra Andermatten una frana di neve tanto smisurata, che abbattè una casa e tre stalle, ruppe la porta e le invetriate della chiesa parrocchiale empiendo tutte le stanze di neve. Della cappella della confraternita sfondò le invetriate, fracassò l'angelo del trono di S. Pietro ed altri arredi. Pertanto Formazza è paese della neve, ed ognuno deve procurare di avere fieno sino al giugno, in cui, se prospera la stagione, comincia a crescere l'erba. Soprattutto ognuno si guardi dalla miseria: chi scrive per esperienza vi dice che le cose andranno ognora di male in peggio o come le stagioni.»

Anche lo spiritosissimo Rabelais si lagnava, tre secoli or sono, che non vi fosse più nè state, nè verno.

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