Nella grande città, di cui non piglia come i compagni modesti e garbati i modi e la misura, ma soltanto il vizio più a buon mercato, non c'è chiasso o prosopopea che basti a levarci dal basso, bisogna pur sentirsi inferiore a molti in nascita, in influenza ed in coltura; ma questo sentimento che nelle anime semplici e forti si fa emulazione ed ambizione feconda, in lui non suscita che una stizza, un dispetto che Dio sa che itterizia gli darebbero, se la grande creditrice, la società, non gli permettesse qualsiasi sfogo contro di lei, che pure da lui non sarà mai pagata. Egli si rivolta adunque contro la società, che non se ne dà per intesa, e per fare tutto un fascio ed un conto anche contro la natura e gli Dei, che proprio non c'entrano per nulla, sopratutto nella magrissima pensione cui lo danna lo scarso assegno della famiglia, e che ha tanta parte nella segreta ragione di sì fiera ribellione.

Questa ribellione sistematica, e perciò ridicola, ha tuttavia questo di buono per lui che gli conquista l'apparenza d'un giovane d'ingegno: adesso non costa di più. Ma per quanto questo battesimo, in un paese come il nostro, dove l'ingegnaccio saltella e corre e diguazza anche fra i vicoletti più miserabili e poltigliosi, abbia tutta l'aria di un battesimo d'acqua senza sale, per quanto studente possa ancora valere il fusinatesco giovane che non studia niente, c'è tuttavia nell'ambiente delle Università più chiassose, nella fama dei professori più discussi, nelle vaste sale delle biblioteche più polverose, un non so che di misterioso, di imponderabile, ma di indiscutibile che avverte i più ribelli che colla sola scintillaccia e senza un lungo durissimo travaglio non s'arriva davvero in nessuna onesta maniera a conquistare la lode di tutti i buoni e di tutti i valenti, a conquistare l'austera matrona inflessibile, la gloria, quella dagli occhiali che leggono attraverso ai panni quanto si sente, si sa, si può e si vuole.

Allora, non sentendosi il coraggio di buttarsi eroicamente a capofitto nella voragine senza fondo dello studio per rifarsi del perduto e precorrere a perdivista gli altri, trova che è assai più comodo dir corna della scienza come ha fatto della società: quanto a lui, sarà studente giusto quel tanto che occorre per essere laureato — oh la strana parola sopra siffatto cerebro! — e quanto alla gloria, poichè è tanto difficile essere corrisposto dalla matrona, ebbene, ci si contenterà della sgualdrinella che ha un sorriso ed un bacio per tutti, la nomèa. E per costei recita, scrive, pianta giornaletti politici e letterari, dice lui, si batte in duello, si picchia colle guardie e chissà dove domine arriverebbe in questa correntina per la scesa delle puerilità, se non arrivasse il momento di raccomandarsi alla pappagallesca memoria perchè non lo tradisca nella prova suprema e questa non muti la laurea nel ponte dell'asino. È laureato come tanti e troppi altri, e il suo nome, non importa come, venne già stampato più volte su per le gazzette: per uno studente come lui sono due belli scalini!

Ma che farà ora? Degli avvocati ogni anno, grazie a Dio, le Università ne scodellano su per giù un migliaio: pochi sono i vocati proprio sul serio, anche meno quelli chiamati per la magistratura. Il resto, dopo di essersi pattullato un pochino colle cieche lusinghe della famiglia, si dissemina lungo le interminabili mangiatoie della burocrazia, ben lieto che il titolo poco sudato gli renda più facile la conquista della cavezza.

Il meglio sarebbe ritornare a casa per soccorrere il babbo colle braccia potenti, per ritemprarsi nella vita onesta e proficua dei campi; ma e la nomèa? e tutto quello che gli bolle nel cervello? e i destini del mondo? Ci deve pur essere un'avvocatura che gli dia il mezzo di spendere tanta esuberanza di forze, che gli permetta di gittare dalla tribuna quel grido dell'anima che raccoglie tutti gli odj, tutte le smanie di vendetta degli oppressi..... cominciando da lui, tanto oppresso dalla vanità?

Sicuro che c'è: è l'avvocatura delle cause perse, come la chiamano in Tribunale; quella che non costa dottrina ed ha per arringo il patrocinio di ogni cosa che solletichi la curiosità oziosa e plebea, dagli scandali di alcova alle mattate tragicomiche della piazza; quella che può conservare le emozioni istrioniche del dilettante, e trasformarlo ora in mitingaio ed ora in tribuno improvvisato.

Ma non è facile esordire bene neanche in questa palestra. E poi fra i nuovi colleghi ed i magistrati le sue alzate d'ingegno non trovano mica più l'eco compiacente del caffè; e neanche i bisticci e gli epigrammi con cui saettava i professori, e i chiapparelli e le fole inventate lì per lì a canzonare i compagni, destano la risata d'una volta: anzi c'è chi risponde al paradosso provando che ha la barba più lunga di Mosè, e altri dimostra come l'utopia non abbia gasse nè ali per alzarsi da terra quanto un tacchino, neanche aiutata dalle supposizioni più indulgenti e dalle ipotesi più iperboliche. Queste piccole disillusioni nuovissime e frequenti gli mandano sossopra fiele e nervi, e così nasce in lui il disprezzo più cordiale per gli altri avvocati e l'odio più intenso per i magistrati, i quali pigliano così, come di dovere, nel suo cuore il posto lasciato vuoto, ma ancora caldo, dai poveri professori.

Eppure questo atleta che vuole scendere nel circo con armi sì meschine, che ha più debiti che idee, più invidia che emulazione, che non ha che la stoffa d'un comico di second'ordine, che è appunto l'ordine di chi non ne ha, deve pure riescire qualche cosa in quell'aristocrazia di farabutti, fra avvocati ingrassantisi di veleni, affaristi e cortigiane, al cui benefizio più d'un pessimista afferma, speriamo bestemmiando, avere l'aristocrazia dell'ingegno, del valore e della virtù fatto l'Italia; e riescirà per tre ragioni una peggiore dell'altra: prima perchè il governo rappresentativo è fatto apposta per gli avvocati, ma più per i pessimi che per i buoni; poi perchè per valersi di tutti gli equivoci e le contraddizioni che corrono fra l'uso e l'abuso della libertà è proprio necessario un frutto bacato come gli è lui; perchè infine egli che non ha studiato nè nelle scuole nè dopo, che consuma più vino che olio di lucerna e quale lettore assiduo di giornali e di romanzi non può che abborrire da ogni serietà di studio e di meditazione, ha però osservato e studiato con attenzione il suo tempo e i suoi concittadini.

Egli si è accorto anzitutto che l'istrionismo lascia i comici per dilagare nella società, penetrando poco a poco nei costumi, nella conversazione, nelle lettere e peggio che mai nella politica, sia perchè il popolo è incorreggibilmente vago di saltimbanchi, sia perchè la politica meno che il ridicolo può scusare ogni più buffa e rea azionaccia. Cyrano De Bergerac asseriva or sono più di due secoli, gli italiani nascere tutti comici; e alle volte pare veramente che noi rappresentiamo in ogni sfaccettatura della vita un complesso di così squisita e perfetta commedia, da spiegare in quale guisa il nostro teatro non sia all'altezza della nostra gloria letteraria ed artistica, poichè una tale eccellenza di simulazioni deve necessariamente togliere ogni speranza al commediografo di arrivare ad emularla..... Comunquesiasi, l'avvocatino ha intanto notato che l'istrionismo preferisce alle espressioni schiette e semplici le studiate e sonanti, alla passione sentita e forte la sfuriata declamatoria, ai caratteri fieri la gente superficiale e poltrona e bracona, al fare cose grandi e feconde le comode e fugaci fiammate d'un breve entusiasmo. E ha pure notato che la coscienza latina è cosifatta che mentre non mostra che un po' di stima platonica per i galantuomini, sente invece la più viva simpatia e sollecitudine per le canaglie matricolate.

Finalmente ha osservato che la mediocrità scettica, ignorante e superba che si è quasi infeudato ogni movimento della vita italiana, ed ha riempito, per quanto le è stato possibile, ogni Consiglio di omiciattoli che non si sa capire come riescano a star ritti, tanto è il vuoto del loro cervello, ci ha in tal modo intontiti e resi indifferenti sopra ogni riguardo, che la sfacciataggine diventa ogni giorno più l'arte sicura di arrivare dovechessia, e dieci pagliacci potrebbero di leggieri imporsi a centomila cittadini. Alle volte si direbbe, scorati, che i cittadini che sentono la libertà essere la giustizia, non abbiano poi attitudine alcuna ad unirsi per difenderla, o che disperino di far giungere ad una vera emancipazione le classi che ancora guaste dalla servitù sono già corrotte dalla licenza.... Ma questa indifferenza spiega ad ogni modo l'insanabile furore di avvilimento e di disprezzo che c'invade, e rivela all'osservatore la noia, il castigo delle generazioni senza ideali, e, per sua conseguenza, la disposizione morbosa ad accogliere meglio il disordine che non l'appello sempre più uggioso del dovere.