L'avvocatino fa tesoro, gongolando, di queste brutte rivelazioni; ride degli antichi gloriosi patriarchi della giurisprudenza italiana, ride dell'avvocatura così bella nel suo esercizio e così nobile nel suo fine, e si prepara alla battaglia: tre o quattro volumi fra alienisti, socialisti e pessimisti bastano per fornire le armi; non importa come traditi. Nè importa che la sua sia giusto la caricatura della scuola positivista, la quale non ha mai inteso sparare che il delitto sia sempre un'aberrazione o l'effetto di una provocazione, la ribellione il solo mezzo di risolvere le questioni più intricate, e che corruzione, doppiezza ed ogni altra più trista vergogna non siano imputabili che al clima e ad altre cause non volitive.

Noi non seguiremo, come ha fatto l'autore della commedia, l'avvocatino in tribunale, nè ci meraviglieremo che quella sua furia insolente e vertiginosa abbia colpito la platea sucida e feroce della Corte e meglio ancora il branco pecorino e sbadigliante dei Giurati, nè che quelle schidionate di menzogne e di vituperj possano essere gabellate quali saggi di nuovissima eloquenza: se ciascuno avesse, non diciamo una convinzione, ma almeno un'opinione, il pallone pieno di vento schiatterebbe sotto le risate più clamorose; ma l'opinione, dai più, si preferisce di comprarsela bell'e fatta, purchessia, pur che non costi, s'intende, più di un soldo.

Inutile dire che il bel metodo riesce anche meglio quando l'avvocatino si fodera del mitingajo o del saltimbanco per le campagne elettorali.

La farsa finisce come deve finire con tanti personaggi da farsa nei clienti delle dimostrazioni e dei comizj, negli elettori e nei contribuenti: l'avvocatino arriva dove arrivano tanti altri liberali del denaro altrui, a parer persona, ai Consigli del Comune, meglio ai Consigli d'Amministrazione, e, peggio per lui, al Parlamento.

Perchè peggio per lui? Perchè il Parlamento è il magno strizzatore di questi limoni senza sugo!

La favola necessariamente lieve in cui l'autore aveva incarnato questo tipo, portava dapprima per titolo: LA NUOVA SCUOLA DEGLI AVVOCATI. Rappresentata per la prima volta in Torino, al teatro Gerbino, la sera del 24 maggio 1874, destò un indescrivibile tumulto nel pubblico affollatissimo. La maggioranza, gradita la satira, rideva ed applaudiva con tanto maggior calore quant'era evidente in un certo numero di spettatori l'intenzione di troncare la recita fin dalle prime scene: finì per trionfare la prima, ma non senza molto contrasto. Il Bellotti-Bon, malgrado le risate frequenti e gli applausi e le chiamate, era vivamente indispettito; nè valeva che l'autore gli dicesse che senza quel contrasto probabilmente il suo lavoro non avrebbe ottenuto tanti applausi.

Sì, sì, quegli rispondeva; puoi anche aggiungere che il contrasto prova che la satira ha toccato, forse un po' troppo, ma giusto. Ma non basta. I comici non vivono affatto della vita sociale e non possono capire, apprezzare e difendere la portata di un lavoro studiato sul vero: e perciò non hanno nulla del gladiatorio. Recitano tutto l'anno un repertorio, per lo più straniero, quasi tutto accettato ad occhi chiusi! I contrasti li paralizzano sempre; nè vale il dire che la fischiata è soltanto diretta all'autore, e che l'autore si dovrebbe fischiare, se questo gusto si confà coll'educazione, in fin d'atto; che la fischiata ad ogni modo è sempre un atto in cui con molta sciocchezza entra un po' di vigliaccheria: alla stretta dei conti la fischiata impedisce all'attore di essere vero, piacevole, potente, artista. E io, come i miei comici, mi domando se non c'è un rimedio per evitare nelle repliche ogni contrasto, ed assicurare, per quanto è possibile, l'unanimità del successo.

Sì che c'è, e l'ho bell'e trovato io! gridò un signore irrompendo nel camerino del capocomico, colla disinvoltura di chi recitando ogni giorno la commedia, conosce tutti i settemila segreti dell'arte. Il Bellotti-Bon, volgendosi, presentò al signore i tre o quattro attori che lo avevano seguito nel camerino, ma non l'autore rimasto inosservato in un angolo fra il portacatino e l'attaccapanni, e poi nominò lodando cortese il signore, uno dei più noti e facondi avvocati del foro italiano. Se il fiero castellano di Brolio aveva detto agli italiani: siamo onesti, Giuseppe Peracchi, l'elegante e gentile attore, raccomandava ai comici di essere almeno garbati; ma Bellotti-Bon era sempre onesto e cortese con tutti.

Dunque sentiamo il rimedio. Già, aggiunse con quel suo sorriso fine fine fra la bonarietà e la canzonatura, già si sa che sei abituato a trovare il modo di sciogliere ben altre difficoltà in Tribunale, in Parlamento e nei Consigli del Comune...

E della Provincia, ripicchiò l'altro. Anzitutto pigliatela pure col pubblico, se pubblico abbiamo, che vorrebbe lavori italiani, dice, e poi appena accennano ad uscire dall'andazzo, li stronca, pollice verso, senza pietà: te lo dico subito perchè so che è tuo privilegio non abbandonare in nessuna congiuntura lo scrittore. Ma cotesto pubblico è qual'è, e tocca a te ricordarlo. Ma che ti gira, venire a far battezzare una Nuova scuola degli avvocati a Torino che ha la invidiabile fortuna di averne la bellezza di ottocento? Come si fa a sognare d'avere a questi lumi di luna un pubblico così civile quale era l'Ateniese che accoglieva a suon di risate le staffilate con cui Aristofane lacerava le spalle al suo Cleone ed ai demagoghi «sempre cari alle taverne ed ai lupanari?» Questa è per te e per l'autore. E uno e l'altro, ma tu più dell'altro, dovreste conoscere i vostri polli. E i polli di coteste stie, che dovrei forse chiamare capponaie, sono da un bel pezzo abituati a non trovare nella drammatica che lo sfogo di ogni stizza più o meno ragionevole contro la legge e le autorità. Sarà sciocco; ma il teatro è giusto il luogo, non dico come dovrei il sito, dove si dicono più sciocchezze in prosa ed in versi e più in versi che in prosa. Finezze? Non arrivano. Tirate? Tutte. Gli è, caro Gigi, che da noi è l'elemento giovane che guida il pubblico in teatro: quindi è il sentimento non la riflessione che giudica; quindi il poeta ha tanto maggior sicurezza di riescire quanto più sono calde le botte e le apostrofi, non importa se contro il senso comune. Io, se facessi il capocomico, non accetterei oggi un lavoro che non fosse di scrittore anarchico, o almeno socialista, o, alla peggio, repubblicano. E il solenne granciporro del tuo autore sta tutto in questo, che invece di dirigere la satira contro il Pubblico Ministero, dipingendolo assetato di condanne ad ogni costo, e contro il Presidente del Tribunale, colorendolo quale un vecchio odioso, inaccessibile ad ogni pietà, o magari parodiaco per sordità od ebetismo, l'ha diretta contro l'avvocato della difesa. Sicuro, s'egli meglio consigliato faceva proprio il rovescio, la sua commedia andava alle stelle dritto dritto: informi il Brid'Oison, del Matrimonio di Figaro, si licet parva componere magnis! Sì, il Brid'Oison, per quanto caricatura plateale, rispondeva allora fino ad un punto agli obblighi d'una certa verosimiglianza; ma che deve importare ora al commediografo se anche l'invertimento che gli propongo fosse artisticamente una volgare riproduzione e moralmente un assurdo, un vero crimine di lesa verità? Crede forse il tuo autore che il pubblico sappia discernere un lavoro osservato e studiato dal vero da quello che è il frutto di compilazioni, o di assimilazioni, quando non lo è di falsificazioni? Allora mi sta fresco! Gli è giusto il contrario. Se il carro di Tespi corre sopra una strada battuta, le cose vanno liscie. Ma per vie inusate?