Tullio. — Oh! Dio me ne guardi, illustrissimo signor Presidente! Io mi contento di schiarire colla scienza e colla filosofia i misteriosi e fatali traviamenti dell'uomo, di far rilevare tutt'al più le aberrazioni della legge. Così io domando al suo rappresentante: perchè avete strappato ai suoi trasporti di vergine poeta il simpatico adolescente ribelle? Per farne un soldato, per difendere la libertà e la patria, mi risponde la legge! Ecco la sua logica; per difendere la libertà gli toglie la libertà, ed a quest'uomo che ha per patria il mondo intero, impone la sola Italia! E quando dal crepacuore di fare il soldato ammala, lo mette in prigione, e quando ha ricuperato la sua libertà, chiama vagabondaggio le inconscie divagazioni del corpo e della mente; e quando oppresso dalla persecuzione china a terra la fronte e raccatta macchinalmente ciò che la spensieratezza ha perduto o buttato, subito lo accusa di essersi appropriato..... che mai?... la corona di Carlomagno?

Bobi. — Un pomodoro!

Silv. — Un pomo d'oro!

Tullio. — Bella differenza! Un pomo d'oro! Come se chi fa i pomi d'oro potesse mai riuscire a fare un pomodoro! Ma non vi basta calunniarlo, tenerlo prigione senza prove, voi gli impedite di approfittare della pubblica carità, per ridurlo così sfinito e disperato che gli paia unica salvezza buttarsi a capofitto in quella negra bolgia che è l'officina!

Petr. e Marc. — Bene! Bravo!

Usciere. — Silenzio!

Tullio. — Egregi signori Giurati, credete forse che la società, che la legge sia soddisfatta? Mai più! Non avete sentito che l'accusato aveva poca voglia di lavorare? Come se ognuno di noi tutti, eccettuato il Pubblico Ministero, tutte le volte che ha da mettersi al lavoro non sentisse dal profondo dell'istinto una voce potente che lo avverte che l'uomo non è proprio fatto per sgobbare, ma per godere, per andare a spasso!

Bobi. — È vero, perdinderindella!

Pres. — Zitto!

Tullio. — Eppure la bontà della sua indole è tanta che si piegava senza fiatare a sproporzionate fatiche...