A questo punto avevamo già risolto con insperata facilità, l’incognita della parete ovest: rimaneva ora quella della cresta sud, che sorgeva esile, aerea, piena d’attrattive, sino a culminare nella desiderata cima, senza che si potesse bene giudicare della possibilità di raggiungerla per questa via. Di qui proseguii solo, colle guide, mentre il signor De Falkner ci attendeva, seguendo con interesse, dalla cresta, le peripezie della rimanente salita. Gli inizi della quale, interessantissimi, mi ripagarono subito delle scarse difficoltà della parete: la cresta è sottilissima, a lama di coltello, in più d’un punto assai ripida, e nel peggiore la roccia è anche pessima: vi è specialmente un punto caratteristico nel quale si deve arrampicare a cavalcioni, abbracciando solidamente i lati della cresta che si sprofonda a sinistra e a destra in due imponenti dirupi, ed offre malsicuri e scarsi appigli; il seguente tratto orizzontale è ancora esilissimo e si percorre a cavallo, ma senza difficoltà: così raggiungemmo un primo torrione, sul quale erigemmo un omettino di pietra.

Davanti a noi, separata da un profondo intaglio, sorge l’estrema vetta. Ci caliamo nell’intaglio (per quanto, in queste circostanze, le guide raccomandino di non «cicalare»!) per un lastrone verticale e in un punto sorpiombante, ma non difficile; nel mezzo dell’intaglio, da cui scendono due profondi canaloni, uno verso Formin, l’altro verso Federa, prendiamo un’istantanea dello stupendo paesaggio, poi continuiamo la salita. Poco ci separa dalla meta: un ripido camino di cattiva roccia, che esige una certa cautela, con breve sforzo di braccia ci guida alla desiderata cima, che tocchiamo alle 12,20. Ivi troviamo soltanto il biglietto della nota alpinista Jeanne Immink, salitavi con Antonio Dimai per la via solita dei primi ascensori: d’altri seguenti nessuna traccia.

Alle 13 ripartiamo, e ricalcando, non senza attenzione, l’attraentissima cresta, raggiungiamo il signor De Falkner, col quale scendiamo per la parete Ovest, già pure percorsa nella salita fino alla forcella: di qui, piegando a sud e costeggiando i contrafforti meridionali della Croda, siamo in breve alla Forcella d’Ambrizzola, donde per la nota via dell’Alpe Federa e di Campo facciamo ritorno a Cortina.

La salita della Punta Sud per la parete Ovest e cresta Sud è breve, ma divertente e pittoresca in alto grado, a cominciare dal percorso del vallone di Formin (che si compie con notevole vantaggio sulla solita via, tutto in ombra) col suo colpo d’occhio meraviglioso sulla selvaggia parete occidentale della Croda. Dai piedi della parete fino alla cresta è una bella e facile arrampicata, sul genere di quella del Cristallo: il percorso della cresta sottile e vertiginosa, è «alpinistico», brevissimo—ma pieno d’interesse. Cosicchè si può sperare che d’ora innanzi la Punta Sud non sarà più quella modesta e dimenticata «Cenerentola» per la quale fu tenuta sin ora, e—senza pretendere di strappare il primato alla nordica sorella—verrà più sovente visitata dagli alpinisti, come si merita.

Croda da Lago: Punta Nord.

Prima ascensione per la parete Ovest.

In un suo bellissimo articolo sul «Tourist» il noto alpinista R. H. Schmitt, uno dei più arditi campioni del C. A. Tedesco-Austriaco, raccontando una salita che egli fece da solo, per la solita via, della Croda da Lago, diceva parlando della famosa parete Ovest: «Mi parve che questa dovesse essere la via avvenire della Croda!»—Queste parole dello Schmitt mi fecero pensare alla possibilità generica di trovare alla bellissima montagna una nuova via; e nel 1893, dopo aver escluso ogni tentativo per la parete Ovest, che ritenevo offrire quasi nessuna probabilità di successo, e per di più pericolosa per la cattiva roccia e le cadute di pietre, dedicai i miei sforzi alla cresta Nord: su per questa, in unione alla brava guida Pietro Dimai, ebbi la fortuna di scoprire una nuova e direttissima via più breve e più bella dell’antica, al punto che le viene adesso da molti preferita.

Incoraggiato da questo successo, cominciai sin d’allora a formulare vagamente un progetto d’assalto alla parete Ovest, e nel 1895 trovandomi a Cortina d’Ampezzo, deliberai di tentarla. La bravissima guida Z. Pompanin accettò con entusiasmo la mia proposta; ci aggregammo, come seconda guida, l’ottimo Angelo Zangiacomi, ed a tarda sera del 28 agosto lasciavamo Cortina pian piano, misteriosamente, col favore della notte... e andammo a dormire all’«Albergo Tofana» a Pocòl, per guadagnare una buona ora sull’indomani, e non dar conto a niuno dei nostri progetti.

Alle 3,30 del giorno 29, con bellissimo tempo, lasciavamo l’albergo e giungevamo in un’ora al Casòn di Formin. Di qui, a misura che si saliva, per una traccia di sentiero, fra i macereti di cui è tutta coperta la Valle Formin, e che attestano il formidabile sfacelo di questi tormentati precipitosi fianchi della Croda, le acute guglie e i potenti muraglioni della superba montagna si disegnavano sempre meglio sotto il sole nascente: né si poteva contemplare senza emozione una parete come quella cui intendevamo dar la scalata.

Già due giorni prima eravamo passati di là, quando raggiungemmo per la prima volta dalla parete Ovest e la cresta Sud, l’estrema punta meridionale della Croda, senza serie difficoltà: ma questa volta avevamo da fare colla Punta Nord, il che era un altro paio di maniche: e ci accingevamo ad un’impresa che valenti alpinisti non vollero tentare, o tentatala fallirono. Così, osservando e studiando la nostra parete, giungemmo presto quasi al sommo di quel curioso altipiano detto «i Lastoni di Formin», salendo più alto di quanto apparentemente non ci convenisse, per avere un miglior punto di vista sopra la Croda.