I colli di Lieo. Rosea salute

Spirano l'aure, dal felice arancio

Tutte odorate, e dai fiorenti cedri.

Chi scrisse questi versi era nato poeta, avea nelle vene il sangue della greca poesia. L'isola natale che così sonante gli rifioriva nel verso eraglisi trasmutata dal vero in questa splendida visione, per la lettura degli antichi poeti. Il paganesimo, che nella maggior parte degli scrittori contemporanei d'Ugo si componeva di reminiscenze di scuola e di precetti accademici, era in lui un sentimento così vivo e profondo, che egli allorchè, parlando dei suoi colli materni, diceva: “Ivi fanciullo — La Deità di Venere adorai„, diceva una cosa essenzialmente vera; tanto vera, che gli effetti di quella soverchia adorazione lo tormentarono per tutta la vita.

L'isola di Zante, dove egli non vedeva che riso azzurro di cieli, selve d'ulivi e vigneti, dove non sentiva che profumo d'aranci e di cedri, e nei boschi il tumulto e lo strepito delle caccie di Diana, quell'isola di Zante era ai tempi suoi poco più che un nido di selvaggi e di briganti.

Ugo stesso quando, mortogli nel 1788 il padre, si condusse con la madre e il rimanente della famiglia a Venezia, era (e rimase sempre) un po' selvaggio anche lui. Qualche anno innanzi, a Spalatro, dove suo padre era stato ufficiale sanitario dal 1784 in poi, avea fatto la scuola di Umanità. Dove e come proseguisse gli studi a Venezia, s'ignora; ma che quivi la giovinezza sua fosse tutta negli studi, lo mostrano i ricordi ch'egli stesso ne lasciò fra le sue carte, e i versi che compose fra i quattordici e i diciannove anni, dal 1792 al '97.

Da quei ricordi e da quei versi balza fuori, piena di ardore, la figura del greco giovinetto, assetato di gloria, smanioso di farsi conoscere, di far parlare di sè. E Venezia era campo propizio a quelle giovanili ambizioni.

Quando egli arrivò là con la madre, la famiglia era così povera, che andò ad abitare in una delle contrade più sudicie della città, e non si cibava d'altro che di pane e riso.

“La casa, o per dir meglio catapecchia, scrive Mario Pieri, ove si alluogò, era sì miserabile che nelle finestre non avea vetri, ma bensì le impannate. Quel giovane per altro (è sempre il Pieri che parla) ben lontano dal lasciarsi avvilire a quella intollerabile povertà, scherzava, potrebbesi dire, con essa, e sfidavala, e quasi se ne compiaceva, superbo del proprio talento, e consolato dalla speranza di gloria che i suoi studi gli promettevano.„

“Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli e affossati ma scintillanti, brutte e irregolari fattezze, color pallido, fisionomia più di scimmia che d'uomo; curvo alquanto, comecchè bene aiutante della persona; andatura sollecita, parlare scilinguato ma pieno di fuoco; mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e pei caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di ardire, vantando la sua povertà infino a chi non curavasi di saperla, e pur festeggiato da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle maschere più graziose e da tutta la gente.„