Egli non aveva allora che ventiquattro anni,

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La rimanente sua vita può dividersi in due grandi atti, separati, o meglio legati insieme, da un breve intermezzo. L'atto primo comprende il tempo della piena espansione di tutte le forze intellettuali ed affettive del poeta, alle quali una sola cosa mancò, il freno di una forte volontà che contenendole sapesse guidarle a mèta sicura. È il tempo dei Sepolcri e delle Grazie, dell'Aiace e della Ricciarda, della traduzione d'Omero e delle lezioni d'eloquenza a Pavia; il tempo degli amori per la Giovio, per la Bignami e per la Battaglia, a cui servono come di contorno gli amori in Francia, gli amori con la saggia Isabella e la Marzia, e gli amori bolognesi e fiorentini con la Martinetti, con la Magiotti e con altre donne.

L'intermezzo comprende la breve dimora del poeta in Isvizzera (1815-1816).

Nell'atto secondo è la catastrofe, cioè la vita dell'esule a Londra, dal 1816 alla morte, avvenuta nel 1827. Sono gli anni nei quali il poeta è morto alla poesia, e la poesia è morta al poeta, gli anni dei faticosi lavori d'erudizione e di critica, gli anni dei progetti di imprese letterarie, sempre falliti e sempre rinnovati; sono gli anni della vita galante nella gran società di Londra, gli anni dell'amore per la Russell, gli anni delle spese pazze e della miseria.

Tutto l'uomo è nel giovane. Questa sentenza del Giordani, verissima per molti scrittori, vera per tutti, per nessuno è di una verità così lampante come per il Foscolo. Perciò io mi sono trattenuto a parlare della giovinezza di lui forse più che non paiano comportare i limiti di una conferenza.

Quel sentimento, tutto pagano, di ammirazione e adorazione della bellezza plastica femminile, misto ad una tetra malinconia, che avea bisogno di alimentarsi nella infelicità dell'amore e nelle sciagure della patria; quel sentimento e quella malinconia, che nella vita del Foscolo giovine produssero gli amori per la Roncioni e per l'Arese, e nell'arte le due odi, alcuni sonetti e l'Jacopo Ortis; quel sentimento e quella malinconia governano tutta la posteriore vita dell'uomo e dello scrittore.

Tornato di Francia, dove pure avea fatto un po' l'Jacopo Ortis con una signora inglese ed una signorina francese, Ugo andò per alcuni mesi a Venezia, a rivedere la madre che adorava, e a riprendere gli amori suoi con l'Albrizzi. Là ebbe, io credo, la prima idea del carme I sepolcri. Lo scrisse poi tornato a Milano, e lo stampò a Brescia nell'aprile dell'anno appresso (1807). Non che gli mancasse a Milano il sorriso animatore delle Muse, cioè delle belle signore (ce ne aveva a bizzeffe); ma andando a Brescia, e trattenendovisi a lungo per la edizione delle opere del Montecuccoli, egli s'incontrò in una nuova Musa, Marzia Martinengo Cesaresco (le Muse erano per lui molte più delle nove che registra la Mitologia), e si affezionò ad essa; e sotto la protezione dell'amore di essa diede alla luce il Carme, che fu e rimase la più alta espressione del suo ingegno poetico e del suo caldo patriottismo.

Intendiamoci, la signora non ebbe alcun merito nel merito di questa poesia, che germogliò nella mente del poeta per tutt'altro influsso che di bellezze femminili, e ne balzò fuori d'un tratto intera e perfetta. Anzi, le bellezze femminili, troppo idoleggiate dal poeta, furono forse cagione che questo mirabile carme rimanesse unico nella produzione poetica dell'autore.