E dal canto suo, con quali intendimenti il Bonaparte poneva il piede in questa penisola donde, non più di dieci generazioni innanzi, erano usciti gli avi suoi che ai tempi del “popolo vecchio„ avevano seduto nei Consigli del Comune di Firenze e poi avevano partecipato alle gloriose e dolorose vicende della parte ghibellina di Toscana? In lui, che ora scende facile promettitore di libertà e rigido partigiano di democratica eguaglianza e che fra pochi anni tornerà restauratore dell'impero, parla ancora qualche voce del sangue antico memore dei tempi, nella lor rude semplicità felici, del viver riposato che Dante rimpianse per il Comune fiorentino, o fermentano ancora l'odio tenace e le speranze sempre rinnovate dei ghibellini, cui alimentavano il triste esilio e la grandiosa visione dell'aquila imperiale trionfante?
Non ignorava il Bonaparte queste vicende: i manoscritti laurenziani che per le cure del nostro Biagi e del signor Masson hanno di recente rivelato un Napoleone ancora sconosciuto, mostrano che nello studio quasi esclusivo della storia, leggendo, analizzando, riassumendo instancabile le opere di numerosi scrittori, si è venuta formando tra il 1786 e il 1792 la mente politica di lui, quale più tardi si rivela sul campo dell'azione. E fra gli appunti allora raccolti piace vedere un estratto di quella parte del secondo libro delle Istorie del Machiavelli dove è narrato dell'origine del Comune di Firenze e delle prime contese fiorentine fra guelfi e ghibellini fino all'ultima cacciata di questi.
Ma non quei lontani ricordi domestici, nè questi più recenti studi, ai quali si direbbe che talvolta, sia pur inconsciamente, obbedisca il genio di quel grande, parlavano alla mente di lui quando ai suoi soldati mostrava come campo di conquista l'Italia. Nè ritornando alla patria degli avi suoi, lo occupava il proposito, che più tardi, quando la mente ammaestrata dall'esperienza ritornava “ai dì che furono„, volle far credere essere stato il fine ultimo delle sue azioni politiche in Italia: e cioè di rinnovarne le glorie antiche e di prepararle quell'avvenire che nei pentimenti dell'esilio divinava non lontano e per il quale tutti i popoli della penisola, per comunanza di linguaggio, di costumanze, di letteratura formanti una sola nazione, dovevano riunirsi sotto un solo governo il cui capo si sarebbe insediato in Roma.
Egli cercava gloria: gloria per sè come mezzo di farsi valere e di imporsi a quanti allora in Francia primeggiavano e governavano. Per quale via avrebbe raggiunta la gloria che cercava, quale forma avrebbe assunto il primato che voleva conquistare, ei non vedeva allora, nè lo poteva: ma già in sè aveva la fede sicura, incrollabile di essere il più forte. Si vantò il Barras di averlo egli tratto fuor della volgare schiera degli innumerevoli ambiziosi che la rivoluzione aveva fatti salire a galla, e di averlo portato sulla grande scena politica col chiamarlo, il 13 vendemmiatore, a spazzare a colpi di cannone per la morente Convenzione le vie di Parigi: credeva il potente Direttore che soltanto al favore di lui dovesse esser grato il Bonaparte del comando dell'esercito d'Italia, ed ai suoi amichevoli uffici della mano da molti ambita della elegante e bellissima creola che era stata moglie del generale Beauharnais. E col Barras lo credevano tutti: non però il Bonaparte. Egli era convinto di non dover nulla a nessuno, tutto a sè stesso.
Giuseppina Beauharnais aveva piegato riluttante, come una capinera sotto l'occhio del falco, al fascino inesplicabile fatto d'amore e di spavento che lo sguardo dominatore del giovine côrso già esercitava tutto intorno a sè. Lo confessa ella stessa, aprendo l'animo ad un'intima amica, pochi giorni prima di consentire alle nozze fatali, le quali ebbero luogo la vigilia della partenza del Bonaparte per l'Italia. E soggiunge: “Barras mi assicura che farà ottenere al generale il comando supremo della nostra armata d'Italia, se lo sposerò. Allorchè ieri il Bonaparte mi parlò di questa preferenza, che, quantunque non sia ancora accordata, fa di già mormorare i suoi compagni d'arme, mi disse: — Credete che io abbia bisogno di protettori per far carriera? Un giorno essi si reputeranno felici se io consentirò a favorirli. Tengo la mia spada al fianco e col suo aiuto andrò lontano. — Cosa dite di questa certezza del successo? Non dimostra una fiducia nata da un immenso orgoglio? Un generale di brigata che vorrebbe atteggiarsi a fautore dei capi del governo! Non so come avvenga — continua Giuseppina — ma talvolta quella fiducia ridicola mi affascina al punto da farmi credere possibile tutto ciò che quest'uomo così strano abbia fissato di ottenere. E chi tenendo calcolo della sua immaginazione vivace può prevedere ciò che egli farà?„
Ciò che egli avrebbe fatto e qual uomo straordinario egli fosse, cominciò per la prima volta a rivelarlo alla Francia ammirata e all'Europa stupita ed intimidita questa sua spedizione d'Italia: e forse allora soltanto anche il Bonaparte cominciò a leggere più chiaro in quell'avvenire di grandezza che finora aveva sentito confusamente come suo.
Non era ancora finito il secondo anno della sua presenza in Italia e già in uno di quei momenti di intima espansione cui, nei rari intervalli che la guerra gli concedeva, amava di abbandonarsi nella splendida villa di Mombello, domandava ad uno de' suoi famigliari: “Che direste, o Villetard, se io mi facessi re di Francia?„ Di Francia non d'Italia; chè soltanto nella giovanile energia della nuova Francia, ei lo vedeva, gli sarebbe stato possibile di trovare le forze per salire tanto alto: l'Italia poteva essere il gradino, non il trono.
Ma io m'avvedo che mi accade ciò che pur era da prevedere come inevitabile: la figura di Napoleone è tanta parte degli avvenimenti di questa età che mi trae ad invadere il campo altrui: torniamo ai Francesi ed all'Italia.
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Incominciò nel mese di aprile con impeto meraviglioso questa memoranda spedizione: la rapidità de' suoi avvenimenti — farò mie le parole di Alessandro Verri — ne rende breve il racconto. I Francesi col ferro, senza artiglierie, guadando fiumi, correndo veloci benchè scalzi, senza tende e vettovaglie, per quindici giorni continui sconfissero due eserciti, il piemontese e l'austriaco, e li separarono. Inseguirono il primo e al re di Sardegna, omai non più sicuro nella sua stessa reggia di Torino, dettarono i patti di Cherasco: poi gloriosi e sicuri alle spalle si volsero prontamente contro gli Austriaci, li sorpresero con la rapidità dei movimenti inaspettati, li batterono e li costrinsero ad indietreggiare, finchè ebbero dinanzi la fortezza di Mantova: era tutto ciò che alla fine di maggio restava della dominazione austriaca in Italia!