LA REPUBBLICA PARTENOPEA
CONFERENZA
DI
Guido Pompilj.
Signore e Signori,
La rivoluzione francese, attraverso dieci anni di ruinose vicende, alternanti tra efferata anarchia e gloriosi eroismi, andò a finire, come tutte le rivoluzioni, che mai potranno essere istituzioni permanenti, in balia di un dittatore vittorioso e imperioso.
Ma la nuova bandiera, sempre grondante sangue, o che facesse il giro del patibolo, o che dal Manzanare al Reno volasse trionfale per la terra, o che precedesse fatidica Carnot o che seguisse vindice Napoleone, ai popoli (perocchè ai re, e non a loro, secondo la sentenza di Danton, annunziava la guerra) doveva, con aperto contrasto, simboleggiare la libertà, la fraternità, l'eguaglianza.
Questi erano i principî della filosofia o, come nel gergo di allora chiamavasi, della filantropia, predicata poi autentica genitrice di un commovimento sopra ogni altro di qualunque tempo procelloso e memorabile. Moto che, impetuosamente scoppiando, parve inopinato e impreparato, mentre era lentamente cresciuto e rimasto latente per tutto un secolo, che Carlyle chiamò paralitico, ma fu il secolo delle idee e della gestazione della democrazia. Moto che non poteva essere così subitaneo e accidentale se, cominciato allora, non è ancora finito; se non solo nelle istituzioni e nel pensiero se ne ritrovano tuttavia le reliquie non incenerite e la scintilla non spenta, ma si agitano altresì intorno ad esso giudizi e sentimenti così pugnacemente contrari, come, non i figli della rivoluzione, ma fossimo quasi i suoi contemporanei; e se celebrandone cento anni dopo, tra un misto di orgoglio e di rimpianto, di riconoscenza e di ribrezzo, di baldanza e di sconforto, il gran parentale, sentiamo la verità della superba profezia di Barère, a cui sul campo di Valmy faceva eco il sommo Goethe, che da quel giorno ricominciava la storia del mondo.
“En fait d'histoire il vaut mieux continuer que recommencer„, dice Taine, ma questa volta ciò che si andava disfacendo in un corrompimento senile era tutto un organismo civile e politico, il quale non poteva più reggersi senza correggersi, doveva o trasformarsi dalle viscere o sprofondare.
E sebbene alcuni scrittori timidi e pacifici, fra gli altri il nostro Manzoni, sostengano che quel rivolgimento, mosso e alimentato da uno spirito riformatore, avrebbe non solo potuto, ma dovuto, non tralignare in rivoluzionario per incarnare veramente la pienezza del suo ideale, pure non può disconoscersi la profonda avvertenza dell'acutissimo Tocqueville, che, intrecciato com'era quell'organismo con quasi tutte le leggi politiche e religiose di Europa, abbarbicati come erano ad esso, quale edera serpeggiante a tronco annoso e tarlato, con infinite ramificazioni, pensieri, sentimenti, costumi, interessi, solo un colpo violento e reciso poteva schiantarlo ed abbatterlo.