Era una febbre di crescenza, era un fato della storia, a cui non manca certo lo spirito inventivo, che ha le sue vie e le sue mire arcane non soggette ai riposati calcoli sulla lavagna, e come è giustiziera e ultrice infallibile, così è mirabile e inesausta creatrice.

Quando si raccolsero gli Stati Generali il giorno per sempre memorabile del 5 maggio 1789, a cui doveva fare amaro riscontro un altro 5 maggio, nessuno forse di quei mille deputati dei tre ordini voleva la rivoluzione; nessuno dei Cahiers (che, come disse Mounier, chiedevano distruggere gli abusi e non rovesciare un trono) l'invocava; nessuno la presagiva almeno così vicina e terribile. Chi avesse in quei giorni annunziato il Terrore o predetto Napoleone, sarebbe passato per un burlone o un mentecatto.

Ma la rivoluzione era nell'aria, e il turbine scoppiò in fulmini e tuoni e pioggia di sangue, mettendo a soqquadro l'Europa, conquassando una società secolare. Ammonimento a chi non sa preparare a tempo i parafulmini! a chi vaneggia che simili procelle mandino sempre innanzi araldi visibili per dar agio agli ignavi di aprir gli occhi o di mettersi in salvo! Il centenario della rivoluzione era bene di celebrarlo, ma piuttosto che a panegirici sperticati o sterili invettive, a paragoni parlanti e a fruttuose meditazioni.

Non si tratta di architettare demolizioni simmetriche e di sana pianta; ma di capire e sentire, per dir così, i tempi; meditare coi pensatori e palpitare col popolo; accompagnare, affrontando e regolando le trasformazioni, il cammino lacrimoso e pur luminoso del genere umano.

Ma perchè la rivoluzione era nell'aria e perchè divampò da ogni parte?

Essa fu il mare ove andarono a confondersi, come rivi e torrenti, tutte le rivoluzioni passate; e le cause che la suscitarono furono quelle che, più o meno, sogliono istigarle tutte: cioè il dissidio fra le dottrine, gl'istituti, i privilegi, i costumi, avanzi di un'epoca volta alla sera, e il pensiero nuovo, i bisogni, le aspirazioni, i conati, preludio a un'altra che albeggia. E in pari tempo il conflitto dei particolari interessi tenacemente difesi da ciascuna classe, che non sa chiedere il temperamento armonico negli angustiosi trapassi allo spirito di sacrifizio; che non sa gittare a tempo una parte del carico per ritrovare il salutare equilibrio, e salvarsi, all'ingrossar dei marosi, col senso storico per bussola e l'amore umano per vela.

Ma forse nessuna filosofia, come questa della rivoluzione, fu talmente fertile e anche, spesso, talmente vacua e fallace.

Raramente a indagar le cause di un avvenimento fu messo tanto ingegno reso cieco da tanta passione, o tanto studio armato di sì forte pazienza e avvalorato da sì erudita e sottile critica.

Dai contemporanei ambasciatori veneti e Vincenzo Coco, passando per Thiers, Carlyle, Michelet, Quinet, Manzoni, a Gervinus, Sorel, Sybel e Taine, c'è da scegliere e da stordirsi.

Ma, perciò appunto, oramai chi sappia spogliarsi, o anche meglio non siasi mai vestito, di passioni che sono la ruggine di ogni sincerità, e molto più di quella della storia, ha guide bastevolmente sicure per penetrare l'oracolo di questa.