E a narrarne qualcuna il più chiaramente e compiutamente possibile, anche a costo di abusare della pazienza di un così eletto uditorio al quale chiedo indulgenza, tutto portava a prescegliere quella che ebbe i casi più infelici e più rei, che, unica, dette prova di virtù civile e di morale grandezza, quella sprigionata laggiù a piè di un vulcano, nel paradiso dove fiorisce l'arancio, e dove allora, inaffiata dal sangue dei generosi, germogliò una palma immortale.
Episodio insieme lugubre e radioso, dove la storia s'intreccia al romanzo, il dramma epico sospira nella tragedia piena di lacrime e insieme di ammaestramenti solenni e di conforto virile a noi, che, in un'ora infausta e triste, sentiamo più che mai il bisogno di richiedere al vaticinio cruento dei padri nostri, alla lezione dei loro errori e all'esempio delle loro sventure, qualche anelito di concordia e di sacrifizio, qualche palpito di carità della patria, qualche raggio del morente ideale.
Se, per le idee e la conquista intellettuale, la rivoluzione poteva dirsi, al pari che in Francia, nata negli animi di lunga mano anche in Italia; per i fatti, da noi non prese piede se non nel terzo periodo. Quando, cioè, scaturito dalle lotte interne, ultimo e triste portato, il trionfo dei giacobini, salito sul palco il re, proclamata dalla convenzione la repubblica, questa, mentre colla diplomazia e ogni maniera di propaganda cercava di adescare popoli e governi, colle armi provocate prima a difesa, e cogli eserciti resi invincibili dal genio allora sorgente di Bonaparte, andava incarnando la missione quasi ideale attribuitasi con un solenne decreto, che alla sua volta era provocazione e sfida a tutti i governi, dove ingiungevasi ai generali francesi di proteggere i popoli che insorgessero e i cittadini che per la causa repubblicana patissero; la missione, dicevo, che sarebbe stata magnanima se non avesse covato nessun pensiero egemonico, sublime se in tutto sincera, ma in ogni modo storicamente impossibile, di comporre una sola famiglia umana sotto l'egida della libertà.
Belli propositi generati dalla filosofia del secolo, da quello spirito di democrazia cosmopolita per il quale Bourget crede che l'Europa morrà, e destinati a seminare molte illusioni. Ma forse allora, negli albori, la rivoluzione illudeva sè medesima, mentre poco di poi, trascinata, al pari dei monarchi, dalla sete di dominio e di conquista, dall'amor patrio e dallo stesso fanatismo, doveva cercare qualche utile materiale, qualche accrescimento di potenza dai suoi trionfi, che finirono ad imporre una nuova dominazione, non sempre più giusta nè meno spogliatrice. Onde Alfieri che aveva detto di voler per la libertà spiemontizzarsi e disvassallarsi, salutava il giorno della restaurazione in Toscana come il giorno della purificazione.
La rivoluzione non poteva essere subito compresa, misurata nella sua importanza; se tutti dovevano esserne stupiti o sgomenti, per l'inopinata audacia e violenza, pochi erano tali in alto e in basso da impensierirsene e da sperarne sul serio. In fondo, non ci si credeva. Non si credeva dai re che non potesse venir domata o sopita in casa sua, molto meno che dovesse entrare a forza in casa loro; non si sperava dai popoli di scuotere il giogo, o si temeva di cambiarlo e non altro.
Era l'alterius spectare labores dalla riva tranquilla; era uno spettacolo nuovo e gigantesco da seguire da lontano con curiosità mista, sia pure, a voti trepidi o ansie inquiete, ma da non considerarsi se non un elemento di più nei calcoli, nei disegni, e nei consigli della diplomazia europea, a cui se ne accrescevano le cupidigie, le contese, e le insidie reciproche. A scuoter l'abbandono venne il fatto più atroce e più colpevole di quella storia epicamente miseranda, il supplizio di Luigi XVI e lo scatenarsi della belva umana, che pure ai confini sapeva ruggire la sfida leonina di un popolo che si leva alla conquista dell'avvenire.
Mai forse come in quei giorni la reazione potè addurre tanto a propria scusa il significato del proprio nome divenuto più tardi giustamente esecrato e obbrobrioso, quando le vendette cieche e furibonde, le persecuzioni spietate, il delirio di stragi, la sete di sangue innocente, mostrarono che quella belva è anche più feroce e più insana quando trovasi ai piedi o sopra di un trono.
Fino allora perfino le due sovrane che, dalla neve perpetua alla perpetua primavera, fra tanta diversità d'intelletto e di facoltà mostrarono tanta somiglianza di passioni, e finirono ad annegare le altre libidini in quella del sangue, Caterina II di Russia e Maria Carolina di Napoli liberaleggiavano, bruciavano incenso alla gaia filosofia del secolo, e stettero a un pelo di entrare in quella setta dei franchi muratori che in quel torno aveva fini alti e nobili di virtù, di fratellanza e di emancipazione.
Fino allora si seguitava a scherzare col fuoco, come ci aveva scherzato Luigi XVI inviando perfino agli antipodi i propri ufficiali a propugnare la ribellione dei sudditi americani contro al proprio re, e imparare i benefizi e le lotte gloriose della libertà. Seguitavano i principi nello zelo delle riforme, pericoloso dacchè non pensavano a riformare sè stessi; generoso solo in apparenza, dacchè il più delle volte non disinteressato e leale. Quelle riforme, come fu bene avvertito dal Balbo e da altri, erano in gran parte egoistiche, liberali solo dell'altrui, perchè consistevano nel prendere e non nel dare, nell'abolire quei privilegi che sminuivano l'onnipotente accentramento regio, mantenendo, se non accrescendo, gli altri.
Dalla convenzione e dal terrore, da Hoche e Bonaparte in poi, non si pensò più ad altro. Salvo la repubblica di San Marino che poteva rimanere, e rimase, indifferente, ben sapendo i cardinali Alberoni non nascere ogni giorno, l'Europa fu tutta divisa in due campi: o colla rivoluzione o contro di essa; e attorno ad essa si consumarono tutto le energie indomite, tutti gli istinti generosi, tutte le passioni selvagge, tutto lo sforzo di vita del secolo morente.