All'imperatore Giuseppe II che, durante il dilatarsi della rivoluzione, guardava da un'altra parte, seguitando a imbastire con Caterina II un audace disegno di smembramento della Turchia, era succeduto Leopoldo, fratello insieme dell'infelice Maria Antonietta e di Maria Carolina, passato a Vienna dalla Toscana, dove aveva fatto scuola immortale di benefico esempio a qualunque principato assoluto, e dove, per le larghe riforme compiute in ogni ramo della pubblica cosa, salvo che trascurò, e fu errore, la milizia stanziale, la sua memoria ancora dura cinta di ammirazione e di gratitudine.

Egli, anche sul trono imperiale, non cambiò natura, tanto che la sorella di Napoli, già fremente contro le nuovità, diceva di lui a scherno che, se non fosse imperatore, sarebbe Barnave.

Ma, perchè la filosofia è una cosa e la politica un'altra, pur destreggiandosi a evitare la guerra che gli riuscì di lasciare solo in eredità a suo figlio, dovette mettersi contro alla fiumana straripante, e strinse colla Prussia il primo nucleo di lega antifrancese col famoso patto di Pilnitz, dove si consumò lo smembramento della Polonia, l'Italia del Nord, e il cui testo alla sua morte, per prova che in lui la sottigliezza politica non aveva smorzato la immedicabile scostumatezza, gran malattia di famiglia (che forse non fu del tutto estranea ai casi di Francia, e in ogni modo ebbe tanta parte nelle traversie di Napoli), fu ritrovato in un cassetto fra rose secche e lettere d'amore.

La lega di Pilnitz, a poco a poco fece valanga; e, vedendo oramai coalizzarsi contro di sè tutte le monarchie, nelle quali alla noncuranza era sottentrato l'odio e lo spavento, la Francia, a cui, come all'antica Roma, era divenuta necessaria la guerra, dovè risolversi a mutarla di difensiva in offensiva e conquistatrice.

E la conquista fu rapida e tremenda; e, come al solito per fato antico, ebbe per primo campo l'Italia, e fu opera di un predestinato italiano.

Tutto ciò che ha fatto il giro del mondo, ha preso le mosse dall'Italia. E oltre che questa era l'agone naturale della lite secolare coll'Austria a cui aveano dato mano i più grandi ingegni che vanti la Francia: Richelieu, Mazzarino, Condé, Turenna, Villars; e le sue coste e le sue isole erano il nido naturale dell'egemonia del Mediterraneo, pegno di una contesa eterna che si perde alla memoria nella notte del passato e si dilegua alla previsione in quella dell'avvenire; oltre che quivi si colpivano, se non al cuore, nelle membra forse più valide e gelose, le potenze rivali che, o per dominio diretto, o per patto di famiglia, o per vincolo di protezione, tenevano soggetti la maggior parte degli stati italiani; oltre che, abbandonato oramai dalla repubblica il disegno di democratizzazione universale possibile solo in un momento d'entusiasmo, ed entrata oramai in lei l'avidità della conquista, non v'era più bella e più grassa preda, onde dagli agenti segreti di Robespierre e dai rappresentanti diplomatici fioccavano le proposte per quella che, con abile eufemismo, chiamavano la liberazione dell'Italia; oltre tuttociò, dico, il fomite più vivo di avversione dei governi e di favore nei popoli era qua. Di qua, da Torino e da Napoli, senza contare il Papa, era partita la prima e più provocante opposizione.

Lo stato della coscienza politica nazionale, le condizioni dei popoli e dei governi italiani durante la rivoluzione, esaminò e ritrasse in una serie di studi dotti e magistrali un vostro valoroso concittadino, Augusto Franchetti. E possono compendiarsi così: che gli uni e gli altri mancavano delle due grandi virtù, sapienza civile e valore soldatesco; erano fiacchi, insufficienti. E nei popoli era un dissidio tra la mente dei pensatori, i cui voti s'ispiravano alla filosofia ardita e dolce del secolo XVIII, e il sentimento delle moltitudini e delle plebi avvilite e inselvatichite dalla lunga oppressione, snervate dalla pace torbida, incallite oramai e rassegnate supinamente al giogo e agli abusi. Sicchè, per concorde testimonianza, i governi della penisola non avevano da temere una rivoluzione spontanea e popolare come in Francia, e la rivoluzione se la portarono in casa essi per l'inettezza dei capi, per la mancanza di un barlume di amor patrio e di unione nazionale, per le loro insidie e cupidigie, per gli sperperi e l'inettitudine dei ministri e dei capitani, pei pessimi ordinamenti militari.

Onde nessuno degli stati italiani osò dichiarar la guerra esso per primo. Lo stesso Piemonte dovè temporeggiare e tergiversare. Venezia, già emula e arbitra dei più potenti e regina dei mari, immemore della passata grandezza, fatta molle e imbelle e maestra all'Europa di perpetuo carnevale, oramai ombra di sè medesima, ondeggiò fra la neutralità armata e la neutralità disarmata, prostrandosi in una politica infelice, di cui doveva raccogliere l'infelice guiderdone a Campoformio. Toscana, Genova, Lucca, Modena, Parma, pure inchinevoli a rimaner neutrali, dovevano, per la loro impotenza, subire gli ordini alteri e minacciosi dell'Inghilterra. E il Papa, più debole di tutti e più di tutti naturalmente ostile all'andazzo francese, era incapace a frenare quegli ammutinamenti di plebe fanatica e sobillata, dove perì Hugon (di cognome e non Ugo di nome) De Basseville, debitore presso noi di celebrità a quel Vincenzo Monti, che si presumè più tardi, con diverso umore e metro, che a quei tempi cambiò più spesso della camicia, di aggiungere fama anche a Napoleone, non accorgendosi e non curando di sminuirla e offuscarla a sè medesimo.

Solo Napoli, entrato oramai con foga nella politica contraria ai suoi interessi, i quali avrebbe potuto invece, approfittando con lealtà degli avvenimenti, migliorare, e alla sua quiete, che avrebbe potuto mantenere non turbata, dichiarò per primo a cuor leggero e spavaldamente la guerra. E contro ai francesi inviò quel famigerato esercito o armento capitanato dall'austriaco Mack, che lo destinava, mi si passi lo scherzo, a tutti gli smacchi, e, spulezzato via da Championnet, dietro al re che, senz'essere Achille, era piè veloce e fuggiva come vento, attrasse la conquista anche nel mezzogiorno.

E coll'entrata di Championnet a Napoli, che il re aveva codardamente abbandonata in faccia alla invasione straniera da lui con temeraria follia provocata, fuggendo di nuovo in furia sui vascelli di Nelson, carichi degli ori, dei gioielli, dei capolavori dei musei, di 73 milioni di ducati munti al suo popolo, si aprì laggiù un'êra delle più incredibili e commoventi vicende, da far sentire, più che forse altre mai, quanto sia erroneo l'andare a cercare emozioni e avventure nei romanzi, quando tutte sono comprese nel romanzo per eccellenza che è la storia.