Il 23 gennaio 1799, un decreto reso a nome della Repubblica francese dichiarava lo Stato di Napoli eretto in repubblica indipendente chiamata Partenopea, come un manifesto di Championnet prometteva chiamare l'esercito armata di Napoli, e altre cose che i fatti posteriori crudelmente smentirono. Intanto una taglia da lui messa per spese di guerra fu il primo segno del malumore, stillato in mezzo alle feste e attorno l'albero della libertà! Mario Pagano dal governo provvisorio ebbe ufficio di fare la costituzione, non arrivata, come nelle altre brevi repubbliche d'allora, ad essere attuata, altro essendo scrivere una costituzione come un bel componimento, altro fondare sul serio e durevolmente un nuovo ordine politico. Vincenzo Monti gonfiò per la repubblica Partenopea l'inno “chi è quel vile che vinto s'invola?„ musicato da Paisiello. Eleonora Fonseca Pimentel, letterata, poetessa, e con attitudini di giornalista nel senso moderno della parola, fondò il Monitore, il primo giornale che abbia avuto Napoli, rimasto anche oggi curioso e precipuo documento di quei tempi travagliati. Uscì la prima volta il 2 febbraio e l'ultima il 13 giugno quando cadeva la sorte dell'infelice repubblica che, inaugurata con tali auspici, ebbe nobili propositi, brevi vicende, e, dopo aspra lotta, fine eroica e fatidica.
Il passaggio dal governo dispotico al governo libero fu l'opera di un giorno, e i governi non s'improvvisano; onde, malgrado il nuovo entusiasmo ufficiale, le moltitudini rimanevano incredule e diffidenti. I 25 cittadini scelti avvedutamente da Championnet a governare, erano, per intelletto e virtù, il fiore della nazione. Ma imbevuti delle massime delle repubbliche antiche non avevano pratica di affari nè sentimento della realtà moderna.
Innamorati del loro ideale, credevano in buona fede di poterlo trasfondere colle belle parole e la bontà dei propositi nel popolo abbrutito, e fondare una specie di repubblica platonica in mezzo ai selvaggi.
Ma inchiniamoci riverenti innanzi a questo partito degli arcadi, perchè fu anche il partito dei morti!
Carlo Colletta nel 1863 pubblicò la raccolta degli atti ufficiali della repubblica datati col nuovo calendario francese, compiuta recentemente dal Conforti, e quivi appare l'opera legislativa e amministrativa del Direttorio napoletano, improntata certo a sollecitudine del pubblico bene, a larghi concetti di riforme che vissero e morirono sulla carta.
Le province rimasero sorde agli emissari del governo provvisorio, sicchè la repubblica potè dirsi ristretta alla sola capitale mentre, per opera principalmente del clero e della plebe, di fuori imperversava per ogni dove la controrivoluzione al grido di guerra ai nobili e ai ricchi, nei quali soli la regina vedeva i giacobini. Una strana guerra sociale dei poveri contro i signori in nome del re e della fede!
La santa fede fu oramai il segnacolo in vessillo e il nome del partito regio che, calunniando d'ateismo la repubblica, accaparrò a sè la gran forza delle credenze popolari e del fanatismo religioso.
Da ciò si scorge quale peculiare indole, ben diversa da quella di Francia, avesse quivi la improvvisata e importata repubblica, sogno di poeti idealisti virtuosi contro uno sterminato numero di pervertiti. E il pervertimento venuto a galla nudo, come suole in quei sobbollimenti, sorpassa e sgomenta qualunque immaginazione.
Nelle Puglie l'insurrezione (parola che, invece che alla rivoluzione, qui si addice al suo contrario) ebbe per capi quattro traditori corsi, De Cesare, Boccheciampe, Corbara, Colonna, che, per meglio trascinare la gente, si finsero uno principe ereditario e gli altri aiutanti e cortigiani; e l'episodio è un gustoso romanzetto, a cui prese parte anche una sorella della regina di Francia che passava per Sicilia. La Terra di Lavoro era occupata da Michele Pezza detto Fra Diavolo, un brigante feroce, le cui avventure strane, dal convento alla selva e al campo di battaglia, furono al solito alterate nel romanzo di Dumas e nel dramma di Scribe.
Vera belva era il mugnaio Gaetano Mammone che beveva il sangue delle vittime in un cranio, mentre negli Abruzzi gli altri due capi banda Pronio e marchese Rodio, antropofagi, ne mangiavano la carne.