Il 24 novembre 1798 Mack si mosse alla testa di un esercito raccogliticcio dove eransi arruolati anche i forzati, e obbligato Championnet, che comandava Roma, per la sproporzione delle forze a momentaneamente ritirarsi, Ferdinando v'entrò suscitando da una parte e dall'altra vendette e rappresaglie feroci. Pare che la presenza di quel re plebeo bastasse a eccitare dovunque la plebe. Del resto anche quella che aveva lasciato dietro a Napoli, sobbillata in ogni modo, sempre più ribolliva contro i patriotti, che a loro volta s'invelenivano e s'accendevano di speranza all'udire a mano a mano il sorgere delle repubbliche Cispadana, Cisalpina, Ligure, Romana, all'udire i miracoli di Bonaparte e l'appressarsi delle armi, che oramai per loro erano davvero, non in senso filosofico, ma in senso politico e materiale, liberatrici.

Le province giacenti in preda al brigantaggio; la miseria e la penuria dovunque resa più acerba dalle continue imposizioni a scopo di guerra e dallo sfrontato sfarzo della corte, arrivato al colmo nelle feste pel matrimonio dell'erede del trono con un vago giglio del nord, che doveva in breve tra le procelle di quegli anni infelici sfiorire laggiù all'ombra dei palmizi palermitani; tutti i posti lucrosi accaparrati da avventurieri d'oltre alpe senza fede e senza ingegno; il merito nazionale disprezzato sempre, spesso perseguitato. E quando era rimandato il sotto ufficiale istruttore Augerau più tardi maresciallo di Francia, si metteva a capo dell'esercito Mack, il Mack del tradimento di Dumourier e della capitolazione d'Ulma, uno di quei secentisti della guerra, come il Balbo li chiama, condannati a perder sempre dinanzi alla nuova tattica scoperta dal genio di Bonaparte, e attuata dal cuore dei suoi generali e soldati.

E il Mack perdè, e dopo quella campagna che fece ridere tutta l'Europa, perchè il re di Napoli in poco più di un mese trovò modo di conquistare un nuovo regno e di riperderlo aggiungendovi il suo, i Francesi non incontrarono più alcun ostacolo al dominio pieno della penisola.

Appena due settimane erano trascorse da che Carlo Emanuele IV aveva abbandonato la reggia di Torino per la Sardegna, quando Ferdinando IV sul Vanguard, nave ammiraglia di Nelson, morso durante la traversata tempestosissima d'invidia per Caracciolo che lo scortava con grande bravura, fuggiva da Napoli per la Sicilia perdendo nel viaggio il figlio terzogenito. Pari ambedue i sovrani nella sventura e nell'inettitudine, ma troppo diversi di tempra morale.

Così, per singolar congiuntura, i due maggiori principi d'Italia, cacciati quasi contemporaneamente dai loro stati di terraferma per l'invasione delle armi francesi e delle teoriche democratiche, trovavano rifugio sicuro nelle due isole che sole avevano serbato le ultime reliquie delle assemblee politiche medioevali.

I Siciliani, malgrado avessero gravi ragioni di malumore contro il governo napoletano violatore delle vetuste franchigie, quando videro nel loro seno il re affranto e la regina piangente, si commossero, e riebbero le franchigie che la viltà allora ridiede e l'impenitente e ingrata perfidia tornò più tardi a violare.

Ferdinando a Palermo tornò subito alla vita allegra a malgrado il proclama da lui lanciato come freccia del parto, che aveva bandito un nuovo genere di anarchia, forse laggiù solo possibile e solo colle condizioni di quel regno spiegabile, al cui appello si sollevavano le bande degli Abruzzi cominciando una lotta feroce contro gli invasori, lotta che durerà per tutto il tempo della repubblica con spaventevoli esempi da una parte e dall'altra, che dal sacco di Isernia a quello di Andria e di Altamura gelano l'anima di raccapriccio.

Il brigantaggio politico è un sistema borbonico inventato allora e che ha costato sangue fino ai tempi nostri.

Alle gesta inaudite delle bande nelle province, rispondeva il sollevamento dei lazzaroni dentro la città, onde la venuta dei Francesi oramai era desiderata da tutti i buoni, non per il concetto giacobino o repubblicano ma per salvezza dallo sbrigliato furore della plebe. E malgrado che i patriotti si fossero impadroniti di Sant'Elmo, d'onde fuggì il vicario generale Pignatelli, Championnet dovè lottare corpo a corpo in due giornate terribili, dove essi e i soldati si comportarono da eroi.

Questo prova maggiormente quanto fosse stolta, non necessaria, e codarda la fuga del re, che fu davvero il primo inconscio repubblicano, perchè, come dice Coco, fece egli nascere la libertà quando meno si sperava.