La Francia che al IX secolo, nel vigore della feudalità non ebbe più di 5 milioni di abitanti, e che ai tempi di Carlo Magno, malgrado la poetica iperbole della Chanson de Roland non ne avea forse una diecina, ne aveva già oltre ventiquattro alla vigilia della rivoluzione francese. E insieme alla popolazione erano cresciute le comunicazioni, si erano sviluppati i traffici: era quindi sorta dal commercio e dagli scambi una classe intermedia, cui buona parte di tutto il reddito nazionale affluiva.

Tutto ciò in Francia, come nei paesi di civiltà occidentale, era avvenuto lentamente, senza brusche scosse. V'è in tutti i grandi movimenti umani qualche cosa di fatale e d'inconscio. Il feudatario che, ignaro del dimani, per accrescere il suo reddito, avea portato il grano dei suoi vassalli in città e lo avea venduto, e avea, per aumentare la sua entrata, create comunicazioni fra la campagna e il borgo, non avea forse nemmeno avvertito che la creazione di una classe sorta dal traffico e il conseguente aumento della popolazione, doveano formare la rovina di coloro stessi che li aveano determinati. La monarchia francese, man mano che la feudalità s'indeboliva, e che perdeva lo scopo per cui era nata, diventava invece più potente. E l'aristocrazia, che non voleva farsi assorbire e non sapeva, si trovava impoverita dal crescere in numero e in ricchezza del terzo stato.

Or man mano che una classe, la quale ha il governo e ha avuta la ricchezza si sente venir meno le forze, diventa sempre più intollerante e intollerabile. I nobili di campagna di Francia, che dal nome del più piccolo e del più insistente degli uccelli da preda, erano chiamati nel secolo XVIII hobereaux, sono la prova di ciò. Ed è per questo che la rivoluzione francese del 1789, fatta quasi esclusivamente da una classe che avea in parte la ricchezza e voleva il governo, fu come un uragano, che dovette vincere di un tratto la resistenza lunga e tenace.

In Italia, invece, il passaggio dalla fase feudale alla fase nuova non fu forse contrassegnata da nessun periodo di violenza. La feudalità in Italia si poteva dire già fiaccata nella sua essenza, quando la rivoluzione le diede in Francia il tracollo: da noi, tranne forse nel Mezzogiorno, il sistema feudale non era che quasi del tutto alla mercè dei sovrani.

È a dubitare che la feudalità abbia mai avuto in Italia radici salde: ad ogni modo al XIV secolo era istituzione già morta. Quei nobili di Venezia, che vivevano di scambio, di nobili non avevano che il nome; quei signori fiorentini, che non disdegnavano le cure del commercio e scendevano nei fondaci a contrattare, appartenevano già di fatto a una classe diversa da quella cui erano ascritti. Forse l'alto grado di densità della popolazione non permise mai, fin dal secolo XIV, che una vera feudalità vi fosse e potesse durare.

Solo a Napoli e in Sicilia, la minor densità di popolazione, determinata in parte da necessità storiche, in parte più grande ancora da vera necessità geografica, e quindi gli scarsi commerci e il debole sviluppo degli scambi, permisero che la feudalità durasse più a lungo e fosse più salda. Il bisogno di sicurezza e di protezione, che induceva anche i liberi ad asservirsi, durò nel Mezzogiorno molto più a lungo che altrove. La feudalità inoltre vi era stata trapiantata dai Normanni in tutta la sua potenza e in tutto il suo vigore e, perchè si potesse scuoterla, bisognava un più lungo cammino ed era necessaria una più rude scossa. Forse appunto per queste cause la rivoluzione francese destò a Napoli i moti del 1799; ed è senza dubbio perciò che in Sicilia, dove la presenza dei Borboni non le permise di agire, si risentono tuttavia i danni di una istituzione, che ancora nelle consuetudini e nella coscienza, se non nella legge, qualche volta permane.

La feudalità, quando in Francia era ancora salda, o almeno si ostinava a resistere, in Italia era dunque quasi generalmente fiaccata. I 1023 patrizi di Venezia, che nel 1780, secondo l'anagrafe, partecipavano al governo, erano troppi per formare un'aristocrazia. Quando non speculavano essi medesimi, poichè le virtù antiche aveano perdute, quando non consumavano le ricchezze dei padri, le quali erano sparite, ricercavano attivamente impieghi e sinecure. Negli Stati Romani il governo della Chiesa avea snaturata l'indole del feudo fin da parecchi secoli prima: la ricchezza era ammassata in poche mani, ma la feudalità non avea più nulla dell'antica rigidezza. Il consolidarsi della monarchia e le leggi del 1720 le avevano dato già il tracollo nei dominî del re di Sardegna. In Lombardia il dominio austriaco e più ancora le tradizioni di libertà, che nemmeno la Spagna era riescita a soffocare, avevano agito anche più rapidamente. In Toscana non l'opera soltanto dei principi, ma la stessa costituzione del paese, ove a una popolazione sparsa corrisponde e corrispondeva già allora una produzione agraria abbondante, impedivano che la feudalità potesse durare.

Solo a Napoli e in Sicilia, nonostante la lunga lotta con la monarchia, la feudalità durava ancora, benchè impoverita di forze e resa quindi più avida e più prepotente.

Come sarebbe potuta finire?

Le cause che l'avevano fatta nascere, in parte almeno, vigevano ancora: la classe media, la quale sorgeva meno col traffico che dagli affittuari e dai curiali, era, per la sua origine stessa, incerta e timida. Gli affittuari, spesso infidi, arricchivano forse sui padroni: ma non pensavano a prenderne il posto. I curiali, disposti sempre a difender tutto — la qual cosa è sempre nella natura del curiale — non avevano che desiderio di nobilitarsi e speranza di arricchire.