Carlo III di Borbone lottò tenacemente contro i nobili e contro la Chiesa e la feudalità cercò di vincere e la potenza ecclesiastica di frenare. Ma come poteva del tutto? La mancanza di un attivo traffico interno impediva il formarsi di una classe intermedia ricca e forte. Fino a quando Carlo venne a Napoli non esistevano nel regno quasi affatto strade carreggiabili: vi era quella da Napoli a Roma e forse in parte quella da Napoli a Foggia. Carlo ne incominciò parecchie, ma quasi del tutto a beneficio delle cacce del re. Non forse deliciae principis felicitas populi?
Nel regno di Napoli, nel 1734, sopra 2265 città e luoghi abitati, 2226 eran feudali e 59 appena demaniali, cioè soggetti più da vicino alla legislazione del principe. Ancora nel 1786, cioè tre anni prima che la rivoluzione francese scoppiasse, regnando a Napoli Ferdinando I, malgrado la rude lotta che i Borboni avevano mossa alla feudalità e l'aiuto concesso alle città perchè si riscattassero, vi erano tuttavia 1881 città e luoghi abitati feudali.
In Sicilia i baroni erano ancora più potenti e più audaci: possedevano, dopo la rivoluzione francese, il cui nembo procelloso non era riescito a soverchiarli, oltre la metà dell'isola, e in tutta la Sicilia buona parte delle più vessatorie consuetudini baronali regnavano come nel passato.
I Borboni di Napoli, quale che sia il giudizio che si possa dare di essi, avevano cercato d'infrenare i baroni, conscii forse, almeno per vago istinto, che la forma feudale sarebbe venuta a sfasciarsi; e che come era una limitazione pericolosa del potere regale, immobilizzava le forme della produzione e non consentiva che i nuovi bisogni di una popolazione cresciuta, venissero soddisfatti.
La rivoluzione ebbe in Francia così violenta forma e fu così brusca e rude, perchè mentre la classe intermedia si era già del tutto formata, la feudalità, basandosi sulle consuetudini antiche, malgrado le invasioni del potere regale, regnava tuttavia potentissima.
In Italia il feudo era in gran parte della penisola già morto, se non nella legge, nella realtà. La rivoluzione francese si ripercuotè dunque più fortemente là dove, come a Napoli, la forma feudale durava più tenace.
La popolazione del reame di Napoli dal secolo XI era grandemente cresciuta. E viceversa l'economia agraria, a causa del feudo, che imponeva limiti alla trasformazione, era poco o nulla mutata. Una forma nuova, la quale aprisse nuove vie alla produzione e assicurasse il governo a quelle classi che già avevano o cominciavano ad avere la ricchezza, s'imponeva come una necessità.
È perciò che, in tutto il secolo passato, noi vediamo il principato quasi dovunque in lotta aperta con la feudalità. A Napoli, Carlo III e Ferdinando IV restringono la giurisdizione dei baroni, limitano la proprietà ecclesiastica, aiutano le università a riscattarsi.
Ed è perciò che noi assistiamo a questo fatto strano. Mentre in Francia l'aristocrazia è quasi del tutto avversa alla rivoluzione, in Italia, dove il potere regale ha più infrenato il feudo, l'aristocrazia partecipa spesso ai moti rivoluzionari. La rivoluzione napoletana del 1799, che è stata forse la pagina più bella della storia di Napoli, è fatta da una parte da fittuari e censuatari desiderosi di riscattarsi e da curiali, cioè da componenti la classe media, tormentata dal bisogno del potere, e dall'altra dagli stessi nobili, i quali erano scontenti del potere regale.
Quando in Francia scoppiò la rivoluzione del 1789 l'impressione di tutta Europa fu immensa. La presa della Bastiglia fu salutata da tutti gli spiriti eletti, quasi dentro la carcere politica di Parigi ognuno avesse qualche cosa della sua anima, che sentiva il bisogno di liberarsi.