Filangieri che moriva appena a 36 anni, pochi mesi prima della presa della Bastiglia, Filangieri nobile, e pur aperto a tutte le idee democratiche, appare quasi come il solo che abbia osato. Ed egli era uomo di governo e, come tanti altri uomini di governo, attendeva la riforma dall'alto; e non avea tutti i torti di attenderla, poichè l'opera dei principi era parsa ed era, almeno in Italia, più audace di quella dei filosofi.

Anche fra i letterati di ogni parte della penisola mancava quella fede riformatrice, che contraddistingue le grandi opere della letteratura francese del secolo XVIII. Tranne forse Parini, buono e grande, dalla cui anima la passione plebea trabocca e nei cui scritti s'insinua sempre la filosofia di Rousseau, tutti gli altri non vedono e non osano. Lo stesso Alfieri, che fu gigante, non vede che secondo i greci e secondo i romani. Il suo tiranno era una creazione fuori della realtà: e la sua repubblica non avea nulla a che fare con i bisogni del tempo. Per la rivoluzione francese egli, classico e sdegnoso, non ha che parole di antipatia e di avversione.

Se qualche anima alfieriana insorge contro il tiranno immaginario, i tiranni d'Italia, sopra tutto quelli stranieri, erano, bisogna pur confessarlo, più avidi di novità e più desiderosi di riforme che non i popoli stessi. Mentre nulla pareva li stimolasse, non spinti dai dotti, non costretti dalle masse, essi adottavano, quasi per spontaneo impulso, quelle riforme, le quali, non operate in Francia, a causa della potenza della feudalità, dovevano dare sì violento carattere alla rivoluzione del 1789. Limitazione della proprietà ecclesiastica, soppressione dei privilegi fiscali, riconoscimento della giustizia come funzione di Stato e non come diritto dei baroni, restrizioni della giurisdizione feudale: tutto fu operato per volontà dei principi.

Così accade questo fatto singolare che, sopra tutto a Napoli, i nobili, dolenti della restrizione alla loro potenza, inclinano alla rivoluzione e, quando questa avviene ed è il riconoscimento della esistenza del terzo stato, vi partecipano largamente. Gli uomini della rivoluzione napoletana del 1799 sono nella maggior parte o nobili ed ecclesiastici, o curiali. Nelle province l'eco della rivoluzione di Napoli è più larga fra i fittuari e i censuatari desiderosi di affrancarsi.

Quando scoppiò la rivoluzione di Francia, i nobili, il clero, la borghesia e il popolo l'accolsero in Italia molto diversamente. Quest'ultimo non vi partecipò quasi affatto: troppo ignorante era e troppo depresso per lottare per conto proprio. Ma quando dovè seguire i liberali, o quelli che facevano la causa del principe, fu piuttosto per il principe. E non era solo ignoranza: ma era anche un istinto per cui avvertiva che i mutamenti i quali sopravvenivano non erano in suo favore.

Gli abitanti del feudo, laico o ecclesiastico, principalmente quelli di quest'ultimo, avevano ciò che oggi non hanno: il diritto all'esistenza era garentito loro dagli usi civici, i quali se impedivano al feudo di trasformarsi, davano al popolo quel minimo necessario a una esistenza sia pure inferiore.

L'aristocrazia, il clero e la borghesia, rappresentanti interessi diversi, accolgono la rivoluzione con sospetto, come accade quando avviene un gran rivolgimento, di qualunque natura esso sia. Se non che di queste tre classi nessuna era contenta: la terza perchè aspirava al potere e voleva parteciparvi molto più largamente, le altre due perchè, nei mutati ordini e nella soverchiante potenza del principe, avevano vista la loro diminuzione.

L'aristocrazia era in condizioni da non poter durare a lungo come unica classe di governo. Non occupandosi più solamente di guerra era andata perdendo a poco a poco l'antica gagliardia: a Venezia pitoccava ufizi e spogliava il continente, a Roma si manteneva chiusa all'ombra del dominio papale; in Piemonte, già fiaccata dalle leggi del 1720, era però ancora ignorante e guerriera; a Napoli e in Sicilia, diminuita dal principe ma non domata, cercava di rialzarsi.

Un amabile scetticismo regnava un po' dovunque: i rapporti sociali erano rilassati. La fedeltà coniugale, sopra tutto a Venezia e in Lombardia, noi la vediamo fra gli aristocratici considerata come una virtù borghese che disqualifica coloro che la praticano. Non era raro il caso che dame eleganti e gentiluomini di famiglie nobilissime conversassero di Voltaire e di Rousseau e, perfino nei parlatoi dei conventi, la filosofia francese s'insinuava insieme ai discorsi del giorno. Come adesso le dame eleganti fra un peccato e l'altro parlano di Tolstoi, parlavano allora di Rousseau. E fra le dottrine di questi due filosofi, che tendono a tornare, per sfiducia nella civiltà, allo stato di natura, e fra le cause che in due società decadenti le hanno prodotte, vi è più grande affinità di quel che non sembri da prima. Come più la lotta del potere regale tende a diminuire la nobiltà, tanto più noi la vediamo aprirsi alle idee nuove e accoglierle e incoraggiarle.

Straordinariamente ricco il clero e quasi egualmente ignorante. Tutte le avversioni dei principi erano riescite forse a infrenarlo, non certo a diminuirne la potenza.