Nel 1768, secondo statistiche accurate, nello stato di Venezia, che avea appena 2.655.484 abitanti, vi erano, oltre quelli di rito greco, 45.773 ecclesiastici, che avevano un reddito di 4.274.460 ducati. Ricca non meno e non meno corrotta, ma più ignorante forse, la classe ecclesiastica esercitava in Piemonte un potere immenso. In Toscana Rucellai potè già dire che vi erano tre ecclesiastici almeno per ogni 100 abitanti: ciò che è sicuro è che anche dopo la rivoluzione francese, la settima parte del reddito annuale di tutto il paese era assorbita dai monasteri e dal clero secolare. Nello stato romano il clero era tutto e possedeva gran parte del territorio. Più mostruoso ancora l'accrescimento della proprietà ecclesiastica del Regno di Napoli, il cui reddito vediamo salire a circa 12 milioni di ducati nel continente e ad almeno 7 od 8 in Sicilia. Tanta ricchezza e potenza e il non esser costretti a lottare, il non dover quindi esercitare alcuna delle facoltà superiori dello spirito, avevano reso gli ecclesiastici, fatte poche eccezioni, avidi e corrotti.
Or fra l'aristocrazia, decadente e scettica, e il clero, corrotto dalla sua stessa potenza, s'era insinuata la borghesia. Per molti secoli le si era impedito ogni sviluppo, vietandole il traffico e gravandola di tributi: le esenzioni tributarie della proprietà feudale ed ecclesiastica non erano determinate se non dal bisogno d'impedire lo sviluppo del terzo stato. Ma della lotta fra il principato e il feudo si avvantaggiava appunto la classe borghese, la quale nel secolo passato, prima che in Francia, era in Italia già potente.
La borghesia cittadina a Napoli era composta di persone, che mentre rappresentavano interessi diversi da quelli dell'aristocrazia erano indotte a difendere non solo gli usi, ma gli abusi feudali. Per cinque secoli si può dire che la storia dei curiali di Napoli è in gran parte la storia del Regno. Formavano una classe così numerosa, così tumultuosa, così potente, da imporre persino in alcune circostanze allo stesso principe. Il numero enorme delle prammatiche rendeva ogni dissidio interminabile: l'intelligenza meridionale, così naturalmente adatta al cavillo, faceva il resto. Nelle sale di Castel Capuano si pigiavano allora come oggi migliaia di forensi: vi erano anche allora fra essi i molto ricchi e i molto poveri, ma gli uni e gli altri molto si agitavano. Qualunque interesse difendevano, ed erano tanto più numerosi, quanto più si trattava d'interessi di gente ricca. Colletta, che li chiama peste del reame di Napoli, nota però come dai curiali sia nata la classe media. Questo ceto, che fu veramente pestifero e le cui conseguenze dannose sulla intelligenza meridionale si risentono ancora oggi, questo ceto fu, come dice il Winspeare “il baluardo dell'antico sistema di giurisprudenza e di amministrazione„. Pure se tanto male produsse, con le sue continue agitazioni, col trovare sempre le ragioni per cui il diritto è dalla parte di chi è in alto, un grande benefizio ne venne. Quando fra il principe e i baroni s'ingaggiò, da prima silenziosa, poscia quasi manifesta e aperta la lotta, i curiali che nelle prammatiche aveano trovato le ragioni per cui il feudo possedeva quei diritti che non avea mai avuti, seppero anche trovare quelle per cui gli si negarono perfino quei diritti che in realtà aveva. Il principe forse non avrebbe tanto potuto senza l'aiuto dei curiali. Come il brulichìo e la fermentazione producono la vita, così dall'agitarsi di tante dispute dovea venire il fermento delle coscienze, che produsse il risveglio e la vita. La vita non è quasi sempre che un fenomeno di putrefazione e di dissolvimento: e la corrotta classe curialesca diede con il fermento impulso potente al risveglio intellettuale. A furia di discutere sulla natura dei diritti feudali, sulla validità dei contratti stabiliti sotto il regime della violenza, sulla imprescrittibilità di alcuni diritti si finì col discutere anche ciò che prima pareva non discutibile. Furono queste dispute infatti, le quali fecero germogliare l'idea della eguaglianza civile e aiutarono maggiormente la trasformazione.
Se non che, appunto per questa composizione della classe media, essa non avea nè rapidi slanci, nè grandi audacie: qualche volta, anche quando parlava di riforme, era presa dagli scrupoli curialeschi, e vi si dimostrava meno adatta di quei principi contro cui lottava in segreto o in palese.
Composta degli elementi più vari, la classe media italiana della fine del secolo passato vivea meno del traffico, che della curia e della Chiesa: strano impasto di cadetti, di ecclesiastici scontenti e di avvocati dai facili entusiasmi, non poteva concepire le rudi affermazioni del terzo stato di Francia.
La rivoluzione napoletana del 1799, che è la più bella pagina della storia di Napoli, poichè si vide — da gran tempo forse per la prima volta — che gl'italiani non aveano disappresa l'arte di saper morire, la stessa rivoluzione napoletana ebbe un singolare carattere: poichè, lungi dall'essere l'affermazione esplicita del terzo stato, essa risultava come fatta in gran parte di quegli interessi che il principe avea offesi.
Fra i novantanove martiri, dal 29 giugno 1799 all'11 settembre del 1800 (schiera grandiosa che si apre con l'ammiraglio Caracciolo e si chiude con Luisa Molines Sanfelice), tre ceti prevalgono su tutti gli altri: i nobili, gli ecclesiastici e i curiali. Mentre nelle province sono i fittuari e i censuatari che si ribellano nel desiderio della loro affermazione economica, nelle città, dove la lotta ferve più intensa, sono coloro i cui interessi erano stati più offesi, i quali si coalizzano con coloro che desiderano prevalere.
Dei 99 giustiziati di Napoli, 14 erano nobili, 15 ecclesiastici e ben 20 appartenevano alla classe curiale. Carlo III e più Ferdinando IV, per opera del suo intelligente ministro, aveano colpito al cuore la nobiltà e infrenata la potenza della Chiesa. E come leggi più stabili eran venute e più larghi ordinamenti, la classe curiale era quella che più ne soffriva, come ne soffrivano nobili ed ecclesiastici. L'anno stesso che scoppiava la rivoluzione di Francia, Ferdinando IV avea fondato, per bizzarria e per desiderio di cose nuove, la colonia semicomunistica di San Leucio, e prima della rivoluzione non avea manifestata e non avea forse nessuna di quelle infami violenze, che contraddistinsero, dopo la rivoluzione, la sua feroce timidità e tramandarono il nome suo infamato.
Quando il terzo stato si vuole affermare esso non è, almeno nel Mezzogiorno, rappresentato che da una frazione, quella che più abusa della ideologia giuridica. E gli altri due stati superiori tendono a far causa comune con esso, almeno nelle frazioni più scontentate dalla violenza riformatrice dei principi.
Fra i 14 giustiziati di Napoli appartenenti a classi aristocratiche erano rappresentate le più grandi famiglie: Gennaro Serra, principe di Aliano; Ettore Carafa, conte di Ruvo; Filippo de Marini, marchese di Genzano; Giuseppe Riario Sforza, marchese di Corleto; Francesco Federici, marchese di Petrastornina; Ferdinando Pignatelli, principe di Strongoli; e Mario Pignatelli e altri, che aveano nobiltà di censi e di nome. Alcuni di essi erano a dirittura fanciulli: non avevano che ventun anno appena De Marini e Riario Sforza; venticinque ne avea Gennaro Serra; ventisei Mario Pignatelli.