VIII.
LA DOTE D'ORSOLINA.
SE in un giardino si trovano dei pomi maturi, una bella ragazza di diciott'anni, e un bel giovinetto di venti, e non si rinnova la storia di Adamo ed Eva, è proprio un miracolo. Non occorre nemmeno il serpente.
Nei dintorni di Milano c'è uno stabilimento industriale circondato da un parco, ove il signor Carlo Y——, figlio del proprietario, s'incontrava sovente con l'Orsolina, figlia del capo-fabbrica.
Egli è un bel giovane che ha appena finiti i suoi studi, e la ragazza è un tipo milanese perfetto; svelta, brunetta, graziosa. Si vedevano ogni giorno, si piacquero, e dichiararono di amarsi sul serio, coll'intervento del Sindaco e la registrazione nello "stato civile."[1] Per disgrazia, invece del serpente che incoraggiasse i loro progetti clandestini, li vide il cassiere della casa, che si credette in obbligo di avvertirne il padrone, il quale appunto in quel giorno aveva ricevuto una lusinghiera proposta di matrimonio pel figlio. Si trattava d'una ricchissima signora di Como,[2] che portava in dote case, campagne e capitali, con un quarto di nobiltà per giunta, e le solite speranze.
Il babbo del signor Carlo, uomo di lunga esperienza, capì subito che non bisognava attaccare il giovinotto di fronte; nell'amore, l'opposizione è un incentivo, e gli ostacoli sono sproni.
—Sarà un amoretto giovanile,—egli pensava,—bisogna farlo cessare con prudenza, e si fece chiamare il capo-fabbrica.
Il sor Fabrizio era un ambrosiano all'antica,[3] la probità in persona, calmo e operoso ad un tempo, e fino come una volpe, sotto un'apparente bonomia.
—Dite un po', Fabrizio, vi siete accorto che mio figlio va ronzando intorno alla vostra figliuola?[4]