Tratterrò treno 44. Spedite treno 105.

E dalla stazione di Z capita senza indugio un secondo telegramma:

Treno 105 partito.

—Fra pochi minuti saremo in quiete,—osserva il signor Cesare stropicciandosi le mani. Indossa in fretta la giubba, si allaccia il colletto, si rasciuga il sudore ed esce all'aria aperta.

Altro che quiete! Minaccia un temporale indiavolato, di quelli che sveglierebbero anche i morti. E la signora Arpalice ha tanta paura del fulmine! Anzi il signor Cesare si meraviglia ch'ella non si sia ancora affacciata sul pianerottolo della scala e non abbia chiamato con la sua voce di pentola fessa:—Cesare! Cesare!

Bartolommeo, l'inserviente della stazione, passeggia su e giù lungo il marciapiede della strada, portando in mano la lanterna che proietta davanti a sè una lunga striscia di luce rossa. Però al guizzo dei lampi la luce rossa impallidisce, e spicca invece la colossale figura di Bartolommeo che par veramente un uomo troppo grande per una stazione così piccola.

—Corpo dei sette fratelli Maccabei![4]—brontola fra sè l'inserviente (è la sua esclamazione favorita).—Che tempo!

Infatti il tuono rumoreggia vicino, e il vento solleva turbini di polvere, investe fieramente gli alberi e arruffa i campi di biade. Non c'è in stazione nemmeno un viaggiatore. Chi deve moversi con una notte simile?

Il signor Cesare si accosta al suo subalterno, e gli dice:—I treni 44 e 105 si scambieranno qui.

—Come?—risponde Bartolommeo.—Ma il treno 44 non si ferma....