Apersi gli occhi (bisogna ritenere che fino allora avessi soltanto creduto di aprirli) e mi trovai sul divano in una posizione disagiatissima.
Quegli che mi scuoteva per la spalla era il negoziante bolognese che la sera innanzi aveva cantato in chiave di tenore.
—Ma come?—balbettai confuso.—Dove siamo?
—Per bacco! Sul vapore... e già vicini a Genova.... Ella deve aver sognato qualche cosa d'orribile.
—Come lo sa?
—Sfido io. Ha messo un grido straziante che ci ha svegliati tutti.
E, invero, gli altri viaggiatori che avevano passato la notte nella sala comune mi guardavano con aria inquieta e disgustata. Scommetterei che a più d'uno era balenata l'idea ch'io non avessi il cervello a segno.[8]
—Sì, sì,—risposi mogio mogio, alzandomi a sedere sul divano,—mi pareva che facessimo naufragio.
—Corbezzoli! Meno male che non era che un sogno.... Però il sogno della mia romanza era più innocente. Se ne ricorda?
—Sicuro.