In quel momento il vapore imboccava il porto di Genova.—No, no,—diss'io,—piuttosto che sentir raccontare un brutto sogno, guardate questa bella realtà.... Guardi, signora Maria, guardi le colline liguri, guardi la Lanterna, guardi la città che biancheggia laggiù in fondo.... Non è vero ch'è una vista magnifica?
—Sì, avete ragione.... Oh Camillo!—esclamò la giovine, posando la testa sulla spalla di suo marito in uno di quegli slanci di tenerezza che lo spettacolo delle cose belle desta nei cuori gentili.
I due sposi non badavano più a me. Io mi ritirai in disparte a pensare al mio sogno.
enrico castelnuovo.
XIII.
IL MAESTRO DI CALLIGRAFIA.
IN un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di letteratura. La cosidetta sorveglianza era affidata al signor Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la scuola ed andare in pensione.[1] Sorveglianza alla prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba al[2] signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittima della scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è un pan di zucchero.[3] Nei trent'anni dacchè egli insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate d'ogni maniera.[4] Non passava giorno senza che un monello di scolare gli appiccicasse un codino di carta al bavero del vestito, o segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo acuto di gallo mattiniero: Chichirichì. Il professore rosso come un gambero correva allora verso la cattedra gridando: Or ora faccio una nota a tutti—ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e che cominciava lieve lieve per diventar poi gagliardo e impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di Beethoven.
Il signor Antonino faceva la nota a tutti, ma prima del termine della lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.