Angelo guardò sua madre, poi disse:—Sì, professore.

—Allora siamo intesi.

E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.

Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel suo nuovo ufficio, poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.

Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a sedici anni.

E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera madre, adesso morta anche lei, che diceva:—Ma questo qui bisogna che mi resti.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in siffatti pensieri se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente sulla spalla!

—Che c'è?—proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.

—Signor professore, le consegno il mio elaborato,—rispose il ragazzo guardandolo in aria di mezza canzonatura.