Veniva un amico a chiedermi dei denari; essa capiva, e mi domandava:—Le è venuto a dare una frecciata, non è vero?

Diceva che il suo predicatore aveva la parola facile e ornata; che il lattaio aveva la voce come uno di questi cani incimurriti e fiochi che non posson più abbaiare; che erano tre giorni che non vedeva più l'effige dello spazzaturaio che pure le aveva promesso di venire; che il bambino della vicina aveva rotto un vetro, e suo padre non se ne era anche accorto, ma il poverino stava già rannicchiato dietro l'uscio ad aspettare il lampo e la saetta; che il mio maestro di spagnuolo aveva un vestito che gli piangeva addosso; che con tutte queste guerre che si fanno dopo che Pio IX[4] ha date le su' riforme bisogna sempre stare palpitando per i nostri cari; che un tale ch'era caduto dal secondo piano, e non era morto, aveva il sopravvivolo come i gatti; che un certo quadro pareva fatto coll'alito; che a una certa sua amica, in una certa congiuntura, essa aveva parlato come al cospetto di Dio, da cuore a cuore; e altre espressioni gentili ed argute, che a scriverle tutte, ci sarebbe da fare un vocabolario.

Però, quando s'accorgeva ch'io mi divertiva a farla parlare, taceva tutt'a un tratto e mi guardava con aria di diffidenza. Temeva che io la volessi canzonare. Anzi, qualche volta, quando mi lasciavo sfuggire un'esclamazione di meraviglia, quasi s'indispettiva.

—Oh insomma,—mi disse un giorno,—io parlo come so. Se dico degli spropositi, m'insegni lei a parlar meglio. Io non ho mai preteso di parlar bene.

—Ma no, cara signora,—le risposi coll'accento della più profonda sincerità.—Le giuro che ammiro davvero la sua maniera di parlare, che vorrei parlare io come lei, che vorrei saper scrivere come lei parla. Che c'è da stupirsi? Non lo sa che i fiorentini parlano meglio degli italiani delle altre provincie? Non l'ha mai inteso dire? Mi piace sentir parlare l'italiano da lei come mi piacerebbe sentir parlare il francese da un parigino. Mi piace perchè lei parla con naturalezza, perchè pronunzia bene, perchè io imparo. Ne vuole una prova? Guardi questi fogli.

E le misi sott'occhio alcuni fogli sui quali avevo notato una lunga filza dei suoi modi di dire.

Guardò, sorrise, poi sospettò daccapo e mi disse che non sapeva capire che cosa io trovassi di particolare in quelle parole.—Qualunque mercatino,—soggiunse,—è in caso di dirgliele tali e quali.

Nondimeno, a poco a poco, finì per persuadersi che mi divertivo davvero a sentirla parlare perchè parlava bene.

Ma trovavo sempre mille difficoltà a farmi capire quando volevo saper qualche cosa di preciso in fatto di lingua.—Come direbbe lei,—le domandavo,—per dire che piove forte?—Gua!—mi rispondeva,—direi che piove forte.—Io ripetevo la domanda in un'altra forma.—Ah! ho capito!—esclamava.—Chi si volesse spiegare in un'altra maniera potrebbe anco dire che piove a rovescio, a catinelle; a orciuoli, a ciel rotto; ognuno può dire come gli piace, non c'è regola fissa.

Un giorno le diedi un mio libro.—L'ha scritto lei?—mi domandò.—Sì,—risposi.—Tutto di suo pugno?—Tutto di mio pugno.—Lo tenne due o tre giorni e vidi che lo leggeva. Quando me lo restituì, mi disse:—Bravo! mi son divertita; si vede che è un buon figliuolo. E poi mi piacque anche lo stile.