A poco a poco mi prese a voler bene, mi parlava lungamente della buon'anima di suo marito, delle sue amiche, del caro dei viveri, delle tasse, del lotto, dei suoi malanni, della religione, sempre colla stessa grazia e colla stessa dolcezza. Ma specialmente quando parlava della sua disgrazia d'esser rimasta sola al mondo e diceva che la notte, non potendo dormire, pensava, pensava, fin che si metteva a piangere, aveva parole così dolci, così schiette, così poetiche, che mi stringeva il cuore, e nello stesso tempo provavo una specie di voluttà artistica a sentirla. Mentre essa parlava la sua bella lingua, io, appoggiato alla finestra della sua cameretta guardavo il campanile di Giotto dorato dalla luce del tramonto, e provavo uno struggimento d'amore per Firenze.
Una sera, ch'ero già a letto, s'affacciò alla porta e disse con voce commossa:—Ah! figliuol mio! bisogna proprio credere, sa, che c'è un Dio! Questa sera il predicatore ha detto che tutti i grandi uomini ci hanno creduto,—e Dante e Galileo e Colombo,—ne avrà citati più di cinquanta. E ha conciato per le feste[5] quelli che dicono che il mondo l'ha fatto il caso! Il caso! E dire che son gente che ha studiato! Io che sono una povera donna capisco che è una corbelleria. Se lo studio non dovesse portare altri frutti! Ma lei, benchè studi, non le pensa queste cose, non è vero, figliuolo? Dica un po': ci crede lei al caso?
—No, cara padrona,—le risposi;—io credo in Dio.
—Oh lei non può immaginare la consolazione che mi dà con codeste parole,—rispose la buona donna.
La notte, mentre lavoravo a tavolino, a una cert'ora sentivo picchiare nel muro e poi una voce insonnita che diceva:
—Non lavori più, figliuolo; s'abbia riguardo agli occhi.
Ed io:—Ancora una pagina.
—Nemmeno una pagina. Si ricordi del proverbio: È meglio un... cavallino vivo che un dottore morto.
Passava un altro quarto d'ora e lei daccapo:
—A letto, a letto, figliuolo.