Ho già detto che le forze cristiane tendevano a Roma naturalmente, perchè Roma era il cuore e il capo del mondo; perchè tutto, da tutte le parti del vastissimo impero, tendeva a Roma, e concorreva in Roma. Si ricordi come le altre religioni erano confluite verso la città imperiale, desiderose di assidervisi e di acquistarvi come un nuovo lustro e una nuova consacrazione. I cristiani detestavano Roma, figurata nell'Apocalisse come la bestia dalle sette teste, e la chiamavano col nome ingiurioso di Babilonia; ma non sapevano e non volevano staccarsi da lei. Dove tanti elementi e tante forze concorrevano, la vita si faceva più intensa ed operosa, e l'organismo di quella Chiesa vigoreggiava e cresceva, come vigoreggia e cresce nell'organismo animale un membro in cui più operose e più intense si raccolgano le energie della vita.

Roma era la sede dell'impero, e doveva, anche per ciò, diventare la suprema sede del cristianesimo: l'imperatore che avversava e perseguitava la nuova religione, l'imperatore doveva, senza volerlo, suscitare il papa. In fatto era naturale che il vescovo il quale si trovava in più immediata opposizione con Cesare, e che di Cesare, più da vicino, sfidava i decreti e la maestà, dovesse acquistare, nel concetto dello universe genti cristiane, una maggiore importanza, una maggior dignità, e l'una e l'altra tanto maggiori, quanto meno efficaci contro la Chiesa governata da lui gli editti di Cesare. Al qual proposito è pur da notare che la ostilità degli imperatori giovò anche in altro modo al papato; giacchè se gl'imperatori fossero stati sin dal principio cristiani, e amici e tutori dei vescovi di Roma, assai probabilmente, o prima o poi, in una o in un'altra maniera, si sarebbero mutati di amici e tutori in padroni, avrebbero usurpato molte attribuzioni e molti offici di quei vescovi, avrebbero, con altre parole, ucciso il papato sul nascere. Più e più fatti dei tempi posteriori, e l'esempio memorabile dei patriarchi di Costantinopoli, divenuti schiavi e strumenti degl'imperatori loro, non lascian dubbio di ciò.

Ma sopratutto conferì Roma alla istituzione e perpetuazione del papato con quel carattere di universalità che le era proprio, con quel suo vanto di eternità, che così spesso risuona sulle labbra degli scrittori pagani, e per quel convincimento suo proprio e di altri, anzi di tutti, allora e dopo, attraverso ai secoli, attraverso a tutti i rivolgimenti, le vicissitudini, le ruine della storia, che in lei, e solamente in lei, fosse la sorgente prima di ogni diritto e di ogni sovranità. Roma caput terrarum e caput rerum, doveva pur essere caput Ecclesiæ. La cattolicità religiosa non sarebbe stata possibile senza quell'altra cattolicità, civile e politica, che da Roma, e nel suo nome s'era diffusa nel mondo. La religione di Cristo, non nazionale, come la giudaica, non chiusa entro i termini di una patria, non legata necessariamente a un ciclo storico, ma liberale e universale, preposta per tutti i tempi a tutte le patrie e a tutti i popoli, ebbe, a dispetto degli oltraggi e delle persecuzioni, grandissimo aiuto e grandissimo incremento da quella Roma intorno a cui e sotto alla cui potestà s'erano congregate e fuse le genti. La religione di Cristo presuppone un concetto capitale e nuovo, quello di umanità; e tale concetto appunto Roma aveva suscitato ed elaborato, e tradotto ancora, per quanto concedevano i tempi, in un fatto. Senza Roma il Cristianesimo non avrebbe potuto sorgere, o, sorto, non avrebbe potuto diffondersi.

Tanto è ciò vero che gli stessi cristiani cominciarono, appena sopravvenuti tempi migliori, a considerare Roma come un proprio istrumento della Provvidenza, e a dire che a lei era stato commesso da quella il glorioso officio di preparare il mondo alla venuta del Redentore, e di spianare le vie alla diffusione della nuova dottrina. Prudenzio, nato verso il mezzo del quarto secolo, Prudenzio che giudica Roma la più magnifica delle opere della Provvidenza, dice nel suo poema contro Simmaco: O Roma, vuoi tu sapere perchè sei salita tant'alto? e perchè tutto il mondo soggiaccia al tuo freno? Dio, volendo consociar tutti i popoli, e stringere in un concorde amore tutti gli animi, li fece soggetti al tuo impero, perchè non possono le genti congiungersi degnamente con Cristo, se prima un unico spirito non le congiunga fra loro. In conformità di tali idee scrisse Paolo Orosio i sette libri delle sue storie contro i pagani, sforzandosi di provare che tutta la storia passata di Roma, la sua gloria e la sua potenza, altro non erano che una preparazione del Cristianesimo. Questo concetto ebbe ancora il medio evo, e si vede espresso da Dante in quei noti versi del secondo canto dell'Inferno, dove, ricordata Roma e ricordato l'impero, dice:

La quale e il quale, a voler dir lo vero,

Fûr stabiliti per lo loco santo

U' siede il successor del maggior Piero;

e soggiunge che Enea, nell'inferno, ove gli era stato concesso di penetrare,

Intese cose che furon cagione

Di sua vittoria e del papale ammanto.