Cominciamo dal determinar bene la questione. Dicendo lingua per contrapposto ai dialetti, noi intendiamo l'universale di fronte al particolare; l'unità di contro alla moltiplicità; in termini più chiari, una forma di linguaggio che si adotti per gli usi del parlar colto e dello scrivere dagli abitatori di tutta una regione, rinunziando per cotali usi alla svariatezza delle proprie favelle domestiche.

Orbene: nell'Italia del medioevo un ufficio siffatto continuò per gran tempo ad adempierlo il latino, e il latino soltanto. Volete avere un'idea delle condizioni di allora? Ve la possono dare facilmente le condizioni nostre stesse. Supponete l'Italia molto più ignorante che ora non sia, e quindi, facendo astrazione dalla Toscana, mettete il latino al posto dell'italiano. Era esso il linguaggio dei libri, delle scuole, delle occasioni solenni; esso il linguaggio che ravvicinava e accomunava da un capo all'altro dell'Italia, per non guardar fuori di casa nostra, i nativi di qualsivoglia provincia. Ma poi bisognava bene che si avesse sentore anche di un'unità di favella differente da questa. Le parlate, varie quanto si vogliano, avevano pur sempre, nella massima parte almeno della penisola colla Sicilia per giunta, un'affinità così stretta, da sentirsi membri di una stessa famiglia. Era l'unità del genere, o della specie; quell'unità che vi fa comprendere sotto la comune designazione di uomo individui tanto differenti tra di loro. Così l'unità del linguaggio esiste come a dire in ispirito, prima di essersi potuta tradurre in atto.

Ma di cotale unità non s'ha meramente il sentore: si prova il bisogno. Di un linguaggio che non sia già proprio di questa o quella città, ma che possa dirsi comune, ogni paese che la natura o la storia abbian foggiato veramente in un tutto, prova vivissima la necessità. Ora, se a questa necessità provvedeva abbastanza il latino finchè l'Italia sonnecchiava o alle funzioni più elevate della vita partecipavano relativamente pochi, così non era più, una volta che la vita s'era fatta ben altrimenti intensa, con carattere schiettamente laico ed essenzialmente democratico.

Tutto ciò in un ordine astratto e mai definibile. Concretamente, s'ha il gran rimescolio prodotto dai commerci, dalle istituzioni religiose, civili e scientifiche, dalle leghe, dalle guerre, dalle paci. I frati che lontano dalla loro patria si trovano a predicare a popolazioni cui sarebbe vano rivolgere la parola in latino, i pellegrini che accorrono alla tomba degli Apostoli e ad altri Santuari, la moltitudine raccolta insieme alle fiere, i podestà che con un loro seguito vanno ad esercitare fuor di casa l'ufficio di supremi reggitori, la folla dei giovani che trae da ogni parte alla dotta Bologna e ivi s'affratella, son tanti fattori di ravvicinamento tra le varie parlate, le quali imparano così a conoscersi a vicenda e acquistano scambievole familiarità. E i canti che anche allora probabilmente erravano da questa a quella provincia, e i proverbi che erravan del pari, gli uni e gli altri subendo bensì nel loro vagabondare una trasformazione, ma una trasformazione imperfetta, portavano all'opera che si veniva compiendo un contributo tutt'altro che disprezzabile. E un contributo stragrande veniva a portarlo il latino stesso, in quanto dappertutto il volgare, nella bocca, e più assai poi sotto la penna della gente più o meno colta, tendeva a tenerglisi stretto a' panni. Ne seguivano convenienze senza bisogno d'accordo: a quel modo che anche oggi il milanese e il bergamasco di chi ha la familiarità coll'italiano, si assomigliano maggiormente che il milanese e il bergamasco del popolo rozzo.

Questi non son che bagliori; bagliori, che rendono lo nostre antiche scritture dialettali assai meno dissimili di quel che sarebbero se fossero specchio ben fedele delle singole parlate. Ma di bagliori noi non ci si contenta: vogliamo arrivare a veder la luce. E la luce, per uno spiraglio, cominciò a penetrare ancor essa di buon'ora. La scuola poetica, che si suole dir sicula, ma che abbraccia gente di ogni nostra regione, fu la prima manifestazione letteraria comune a tutta Italia. Ebbene: stretti com'erano gli uni e gli altri dal pensiero e dall'arte, imitatori degli stessi modelli provenzali, raggruppati dattorno a una medesima corte, cui appartenevano o guardavano, quei poeti ebbero ad avvicinarsi molto tra di loro anche nell'espressione. Quindi, non una piena uniformità, ma una minore difformità che non s'avesse fuori di lui. Cosa incomparabilmente più facile da conseguirsi, in quanto, non solo tutti poetavano unicamente d'amore, ma poetavano movendosi in una cerchia di idee convenzionali singolarmente angusta.

Così l'apparenza di un linguaggio letterario comune incominciò ad aversi; e quell'apparenza potè ancora per un certo tempo sembrare realtà, e realtà da appagarsene pienamente, nientemeno che a Dante. Ma egli s'ingannava; e il massimo sfatatore delle sue proprie convinzioni aveva ad essere lui stesso.

Al rigoglio meraviglioso di vita civile, politica, economica che nel secolo XIII prese ad agitare la Toscana, cominciò a corrispondere un rigoglio non meno meraviglioso anche in fatto di arte. E l'arte della parola ebbe ancor essa cultori in gran numero. Alle cause generali del fenomeno, s'aggiungeva questa: che la Toscana capiva di avere nel suo linguaggio uno strumento ben opportuno del pensiero; e a ragione davvero, dacchè nessuna parlata italiana possiede un'egual somma di pregi esteriori ed intrinseci. Di questa coscienza può esserci indizio quell'arido frammento di un libro fiorentino di banco di cui v'ho letto qualche linea. Già nel 1211 — anzi, già qualche decennio più addietro, a dir poco, dacchè è troppo chiaro che il fatto non principia di lì — Firenze osava bravamente servirsi del suo volgare per usi che hanno pure un carattere pubblico. E a questa coscienza di forze corrispondeva altrove una coscienza di debolezza. In quasi tutta l'Italia settentrionale, vale a dire nella regione che per molti rispetti non aveva nulla di certo da invidiare alla Toscana, i dialetti si sentivano poco italiani — poco latini pertanto — e, vergognandosene in certo modo, si sforzavano nelle scritture di conseguire coll'artifizio ciò che la natura aveva loro tolto, e si venivano così ad accostare al tipo di cui le parlate toscane erano l'esemplare più puro, e geograficamente il più prossimo a loro. Il più prossimo ed ecco qui uscir fuori una ragione molto importante ancor essa. La situazione centrale tornava essa pure di grandissimo vantaggio per la Toscana, e la rendeva più atta d'ogni altra provincia a esercitar l'impero su tutta la penisola.

La Toscana aveva dunque già molto in suo favore, e già tendeva ad arrogarsi il predominio ed a vederlo accettato, quando apparve la gran figura di Dante. Questi cominciò dall'essere, nonchè uomo del tempo suo, uomo oso dir del passato. Scrivendo la Vita Nuova, — intorno al 1292, — egli non si perita di riprovare coloro «che rimano sopra altra materia che amorosa.» Il povero volgare, in cambio di poter spaziare libero dovunque, dovrebbe contentarsi di starsene chiuso dentro un recinto. Ma le mura di quel recinto non tardarono ad esser scavalcate anche dallo stesso Dante, che però, quando appresso, al principio dell'esilio, si dette a comporre il De vulgari eloquentia, segnò confini d'assai più vasti. Nè qui egli si fermò. Pochi anni più tardi, mosso tra l'altre cose da un santo sdegno contro i «malvagi uomini d'Italia che commendano lo volgare altrui» — il provenzale e il francese — «e lo proprio dispregiano», si servirà nel Convivio del volgare nostro per trattare le più astruse e sottili quistioni scientifiche; e a proposito di questo volgare proromperà, al termine di una lunga difesa o panegirico, in quelle parole fatidiche: «Questo sarà luce nuova, sole nuovo, il quale sorgerà ove l'usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscurità per lo usato sole che a loro non luce.» Il sole di cui si presagisce il tramonto è il latino. Come si vede, il nuovo linguaggio ha acquistato piena coscienza di sè. La fanciulla che finora se n'era stata timida in gonnelle corte accanto alla madre, s'è accorta che quelle gonnelle non fanno più per lei, e si rifiuta di portarle più a lungo. La madre continuerà ad essere circondata di affetto e venerazione; ma si rassegni ad esser matrona, e non presuma più di adempiere lei le parti giovanili.

Che la predizione del Convivio si avverasse prontamente, fu opera dello stesso Dante, il quale giusto allora veniva innalzando uno dei monumenti più portentosi dell'arte e del pensiero umano: la Divina Commedia. Questa, imponendosi d'un tratto all'ammirazione universale degl'italiani, decise, senza possibilità di opposizioni efficaci, la questione della lingua. Ed essa veniva col fatto a risolverla in favore del toscano non solo, ma proprio del fiorentino, sbaragliando e dissipando, checchè Dante potesse forse ancora addurre in loro difesa, le teoriche artifiziose e le troppo sottili distinzioni del De vulgari eloquentia. Ho detto che la lingua è un ideale. La ricerca dell'ideale aveva stavolta quel più lieto fine che possa mai avere nella vita. Si rinunziava a cercare più oltre, per stendere le braccia ad una fanciulla sfolgoreggiante di salute e leggiadria, che, se non era l'ideale, era più e meglio di esso. Certo ci vollero ancora due secoli perchè la decisione voluta dalla Commedia avesse pieno effetto; nè cessarono mai del tutto le resistenze, parte irragionevoli e meschine, ma parte anche ragionevolissime, e tali da dover dissuadere noi pure dell'acquetarci nella formola troppo angusta che alcuni — sia pure autorevolissimi — propugnano. Ma, considerando bene, tutto ciò riguarda semplici particolari. Quanto alla sostanza, nessun dubbio che la lingua letteraria dell'Italia non sia stata, non sia, e non voglia quanto mai desiderarsi che abbia ad essere anche in futuro, la favella di Firenze.

Abbia ad essere: poichè importa moltissimo che il nostro linguaggio non perda il privilegio invidiabile di poter attingere alle fonti vive del parlar popolare; e importa altrettanto che queste fonti siano quelle medesime da cui esso sgorgò e di dove attinse in passato. Solo così il linguaggio potrà mantenersi durevolmente limpido e fresco. Ora, un certo qual pericolo sovrasta. L'Italia s'è ricomposta, ha conseguito una capitale, e quella capitale non è, nè poteva esser Firenze. Essa è invece la città su cui s'impernia tutta la vita italiana: come s'è visto, insieme colla vita politica, colla civile, colla religiosa, anche la vita linguistica. C'è luogo quindi a temere che il centro di gravità tenda a spostarsi. Contro un pericolo siffatto non vedo quale altro rimedio possa esserci all'infuori di un fervore di vita intellettuale, che mantenga a Firenze, così mirabilmente disposta dalla natura e dalla storia, il carattere di Atene italiana. A quest'opera, sommamente salutare e benefica, non solo per la patria piccina, ma anche per la grande, tutti possono efficacemente contribuire. Contribuisca anzitutto ciascuno col coltivare la mente sua propria. E cooperatrice efficacissima, anzi indispensabile senz'altro, è a dire la donna. Chè, ivi non è coltura durevole e schietta, dove la donna non è colta; la donna, prima educatrice delle nuove generazioni; stimolatrice insieme e riposo dell'ingegno umano; allettamento e anima di quei ritrovi, per opera dei quali il pensiero e la parola — ce lo dica la Francia del passato — possono meglio che con qualsivoglia altro mezzo ingentilirsi e affinarsi. Ma badi bene la coltura di non lasciarsi salire in groppa quella odiosa strega che è la pedanteria. Se questo avesse a seguire, bisognerebbe correre a sbarrare le strade e chiudere il passo anche a lei. Meglio allora sempre per la donna rimanersene coi pregi che si trova aver da natura.