Che si smarriscono e intontiscono.

Non pare di leggere nella nomina del Capelan del Porta il predicozzo che il maggiordomo della marchesa Travasa rivolge ai reverendi concorrenti? Ho voluto citare questi pochi versi, perchè a mio avviso essi contribuiscono a darci ragione del maggiore sviluppo che ebbe in Francia la poesia bacchica. Le nostre dame, anche nei più tenebrosi e turbolenti periodi del medio evo, non abbisognavano di tali consigli. Non voglio già vantare la loro continenza, il merito tocca al clima e non a loro, ma sta di fatto che tracannatrici così ingorde di vino non erano nè furono mai. La cenetta squisita e stimolante, se vogliamo, fiorisce molto presso di noi; ma il vino non è di essa nè la maggiore attrattiva nè il maggior peccato. Nei nostri novellieri il vino non fa mai da protagonista, lo si nomina di passata come una cosa di ogni giorno, che non valga il conto di una speciale menzione. Nel Decamerone vediamo Bruno e Buffalmacco ubriacare quello scempio di un Calandrino a fine di rubargli un porco salato; il Bandello ci racconta di un malo scherzo che i mugnai di Parigi (di Parigi notate) ubriachi, fecero a due frati minori e della vendetta che ne trasse il priore del convento; ma l'interesse del racconto non nasce dal vino, nè si può dire che senza di esso il racconto non sarebbe stato. Osservate ancora, che gli ubriachi, presso i nostri novellieri, quelle poche volte che vengono in scena, fanno sempre la peggiore figura: sono scornati, derisi, le toccano d'ogni parte e d'ogni conio. La cosa segue ben diversa in Francia. Là dove, diciamolo, abbondano i migliori vini del mondo, la poesia Bacchica seguita a fiorire e le parole: verre, bouteille, pot, cave, tonneaux, tonne abbondano nel linguaggio di ogni poeta.

Che possiamo noi contrapporre alle omeriche bevute che s'incontrano nel Rabelais? Là corrono veri fiumi di vino; il libro intero manda come un alito vinoso e ne spumano via le grosse e grasse facezie dei bevitori. Qui citare è impossibile. Ogni venti parole converrebbe scartarne dieci, e le dieci rimaste dirle a bassa voce.

Del resto, mille ragioni d'indole artistica, e mille affatto estranee all'arte combinano per impedire in Italia lo sviluppo rigoglioso della poesia Bacchica.

La nostra vita politica e sociale nei tempi di mezzo, più libera e varia, più alla portata di tutti, faceva rivolgere l'attenzione delle menti poetiche a ben altri soggetti che non fosse il vino. Osservate quanti dei poeti italiani furono segretari di principi ed ambasciatori. Ed anche nei sollazzi presso di noi il vino teneva l'ultimo posto; baldorie e festini quanti volete, e scarmigliati e liberissimi, ma il loro sapiente ed artistico ordinamento accumulava in essi ogni sorta di piaceri, di modo che tutti i sensi ne erano solleticati. Era nel sangue italiano una raffinatezza, un supremo bisogno di modi eleganti, di forme nobili, di esercizi sottilissimi dell'ingegno. Dove trovavano nutrimento e godimento, l'occhio, nei colori, negli addobbi, nelle pitture, nella principesca magnificenza delle tavole, nei lavori artistici di oreficeria e di ceramica; l'orecchio nelle musiche, la mente nelle dispute, nelle declamazioni di versi, nelle letture fatte ad alta voce delle maggiori opere poetiche dell'antichità, ed il cuore negli arrendevoli costumi, che volete dicesse il povero vino, fosse pure Falerno, Siracusa o Lacrima Cristi? A chi veniva in mente di cantarlo? Chi ne avrebbe ascoltate le lodi? Aggiungiamo che il Piemonte e la Lombardia, le due provincie d'Italia che hanno maggior numero di bevitori, diedero in quei tempi pochissimi poeti e che l'Italia di mezzo e più la meridionale, sono parche nel bere. E quando vennero i bei giorni di gloria letteraria per le nostre provincie, i tempi imponevano altri più alti e gravi soggetti all'ispirazione dei poeti. D'altronde, in Francia, dopo il Rabelais, il vino torna ad accompagnarsi coll'amore, come seguiva nelle odi di Anacreonte, e ciò dura fino ai giorni nostri. In Italia l'amore lasciatelo fare, che basta da sè senza nessuna sorta di aiuto.

Versi bacchici però ne avemmo anche noi, e precisamente un ditirambo intitolato da Bacco, ma io non oserei chiamare il Redi poeta del vino; non già perchè manchi Bacco alla sua poesia, ma perchè a mio avviso manca di poesia il suo Bacco. A scuola di rettorica ci mescevano il ditirambo a centellini, stimolandoci la sete con chiose storiche e filologiche, al cui paragone, se i versi non ci parvero la quinta essenza della poesia, bisogna dire che siano freddi e muti davvero.

Immagini stupende ce ne sono, per esempio, questa:

Si bel sangue è un raggio acceso

Di quel sol che in ciel vedete,

E rimase avvinto e preso