Quest'ultima maniera di critica non regge. Giudichiamo d'ogni poeta ciò che egli ci dà, e non cerchiamo se avrebbe potuto far più e meglio. Quanto non è nè fu mai, non può essere materia al nostro giudizio, e se vi è cosa che sfugga alle illazioni dei solisti, questa è la poesia.
Ma anche nell'affermare queste ebrietà continue e mortali si procede per lo più con una riprovevole leggerezza.
Molti poeti sono accusati di morte alcoolica ingiustamente, tra gli altri il Musset. Théophile Gautier nega questo fatto anche del Baudelaire, il quale morì, scrive Théophile Gautier, di poesia e di lavoro. Ai nostri giorni, e colle idee pratiche dominanti, pare strano, per non dire assurdo, che si scriva di qualcheduno che morì di poesia. Eppure, quella esaltazione, quel raffinamento squisito e doloroso di sentire che fa delle liriche del Baudelaire un così sottile ed inebbriante veleno, potevano anche, al giudizio dei fisiologi, bastare a dissolvere il più robusto organismo.
Del Poe, un recente biografo dimostrò che non morì come fu scritto del delirium tremens. Morì ucciso dal bere, l'Hoffmann; ne morirono, e non è molto, dei nostri italiani.
Io non intendo difendere quei disgraziati: il vizio è brutto in tutti, e sempre, ma non ammetto che pel solo fatto ch'essi beneficarono più che altri l'umanità, gli uomini debbano credersi lecito di gridar loro con voce più alta il crucifige. Che abbiano cercato nel vino ispirazione e calore poetico, e che perciò siansi abbandonati ad abusarne, come affermano taluni, per scusarne gli eccessi, non lo credo neppure. Ma dal fatto di darsi al vizio del bere a quello di morirne, ci corre. Colpevoli sul principio, alcuni di essi furono martiri alla fine. Chi ha cominciato a mordere al dolce pomo della poesia, chi ha goduto la suprema voluttà di sentire i proprii pensieri risonare al proprio orecchio in cadenze melodiose, chi è rimasto delle notti intere al tavolo senza fatica, senza coscienza del tempo e delle cose ed al nascere del giorno si è trovato fra mani una pagina di versi limpidi, chiaro specchio dell'anima, ed ha sentito che la grande consolatrice è la poesia, ed ha sognato di riverberare un po' di luce sul suo tempo e sulle menti degli uomini, non sa acconciarsi all'abbandono di tanto bene. Ora il vino, prima di diventare mortifero, fiacca la mente ed impigrisce la fantasia. Si può ancora guarire e ristorarsi di tali guasti, ma la cura è lunga e difficile, l'uso libero della mente non torna che in fine. Invece un sorso del solito veleno ravviva per un momento la vita mentale e riconduce l'attività perduta. Questa è la causa degli eccessi mortali.
Quelle menti agitate non sanno pazientare; privarsi per un tempo anche breve del supremo conforto della mente, non possono, non vogliono. Hanno fermamente deciso di emendarsi, dovessero affrontare i più duri patimenti; l'astinenza costerà loro uno sforzo continuo ed eroico, ma sentono in sè di esserne capaci, purchè non sia ritardata la facoltà del pensiero, purchè possano sognare e tradurre in versi i loro sogni. Nella riduzione in forma di dramma dell'Assommoir dello Zola, c'è una scena dove Coupeau, uscito dall'ospedale, è fermamente risoluto di non più ubriacarsi. I medici gli hanno detto che una goccia d'acquavite gli sarebbe irrimediabilmente mortale, e gli hanno concesso l'uso temperato del vino. Per maligni rancori una mala donna gli porta in camera una bottiglia d'acquavite e glie la annunzia per vino. Coupeau, come rimane solo, accosta la bottiglia alle labbra ed appena sente l'acquavite la rimette atterrito sul tavolo e si allontana tremando. Ma la sirena l'ha agguantato. Si ferma, guarda la bottiglia, lo sa, glie lo ha detto il medico, che là dentro c'è la morte, una morte spaventosa ed atroce e sente che il medico non ha mentito, che un altro sorso di quel maledetto liquore lo ucciderà, ed ha paura di morire; ma la bottiglia e là piena, aperta, a portata della mano, e manda via per la camera il suo acre odore inebbriante, e Coupeau non resiste, e beve, e ne muore.
Io ho conosciuto un poeta, al quale questa terribile scena seguiva ogni giorno. Già intorbidato dal bere, la sua mente non operava se non sotto le frustate dell'alcool, ed egli sapeva che ogni nuovo sorso lo avvicinava alla morte, ad una morte vergognosa e vituperevole, e formava in cuor suo cento propositi di resistenza; ma aveva perduti quasi tutti gli amici, le persone timorate lo fuggivano e gli pareva che il solo rifugio, la sola nobiltà che gli durasse fosse la poesia; e consumava cosciente e inorridito il continuo suicidio, pure di ricavare qualche povera scintilla da quel grande focolare di forme e di idee che era stato il suo cervello. Non scorderò mai una sera che mi condusse a casa sua per leggermi dei versi. Era in quello stato di smemoratezza sonnolenta che precede immediatamente l'ultima crisi.
Non aveva bevuto, e aveva gli occhi spenti e la parola tarda e grassa. Quando fummo seduti al suo tavolo, dove una sola candela ci rischiarava, egli cominciò a spaginare un gran scartafaccio, e sfogliò per un pezzo prima di trovare il principio della poesia. Poi lesse; leggeva a bassa voce con monotonia, si sentiva ancora in lui l'uomo memore dei ritmi sonori di una volta; di tratto in tratto si fermava a cercare per le pagine del libro una strofa scritta là come veniva, una sera, arrivando briaco a casa, sulla prima pagina del libro trovato aperto, anche a rovescio. Ad intervalli, chiudeva in fretta e ripetutamente le palpebre, come per scacciare il sonno che piombava, e appena risvegliato da questo esercizio, rialzava la voce, intonava più vivamente il suo verso, poi riallentava di nuovo, e la voce si abbassava sempre più, così da dovere io fare dei grandi sforzi per sentirla. E i versi erano bellissimi. Quel poeta è morto, quella fu l'ultima sua poesia, e forse la dose d'alcool che lo riaccese per quei versi, fu quella che gli diede il tracollo e che segnò irrevocabilmente la sua condanna.
Se le mie parole avranno servito a temperare la rigidità di qualche giudizio, a guadagnare qualche simpatia a questi disgraziatissimi fra i poeti del vino, se qualcheduno di voi, tornato a casa e rileggendone le opere e commovendosene, penserà di essi che morirono forse per darci un momento di dolcezza o di conforto, io crederò che la mia lettura non sarà stata del tutto inutile e sarò contento e superbo dell'opera mia.