(Conferenza tenuta la sera del 15 marzo 1880).

Signori!

Il concetto, che l'uomo della scienza ha della parola veleno, è alquanto diverso da quello che se ne è formato il profano. Mentre questi l'adopera per indicare un certo gruppo di sostanze altamente nocive, anche in piccola dose, al corpo animale, quegli ascrive ai veleni ogni sostanza, che, introdotta nell'organismo, ne perturba, per la sua costituzione chimica, più o meno profondamente ed estesamente le funzioni. L'essenza del veleno, quindi, non sta precisamente nella sostanza in sè, ma sì nell'azione ch'essa esercita su di noi; sicchè diventano veleni delle sostanze del resto innocue, od, anzi, necessarie alla nostra vita, quand'esse ci danneggino o per la copia in cui noi le introduciamo, o per condizioni speciali del nostro corpo.

Un esempio chiarirà meglio questo concetto, e basterà a dimostrarvi come le sostanze alimentari, anche in piccolissima dose, possano agire da veri veleni. — V'ha una malattia, che spesso termina colla morte, e che vien detta diabete zuccherino per questo, che l'ammalato emette gran copia di orine ricche di zucchero. Questa produzione abnorme di zucchero è accompagnata da un'attivissima distruzione dei materiali che costituiscono il nostro corpo, sicchè l'individuo, che non arriva coll'alimentazione a compensare le enormi perdite, si strugge ad un dipresso come un pezzo di ghiaccio sotto i raggi del sole. Il diminuire la produzione e l'eliminazione dello zucchero equivale al ritardare il progresso fatale della malattia. È a questo scopo che si mira dal medico, ed il miglior modo che finora s'ha in mano per ottenerlo, si è di sottrarre dall'alimentazione del malato tutto quanto è zuccherino o farinaceo. Zuccherini e farinacei sono per tali individui veri veleni. Quando s'è giunti ad ottenere un'orina priva di zucchero, basta che il malato trasgredisca una volta sola le prescrizioni, perchè lo zucchero ricompaia nelle orine, e la distruzione dei materiali organici si riacceleri. Non si può immaginare quanto sensibile sia, a questo riguardo, l'organismo. Il professore Cantani, cui dobbiamo profondi studi su questo argomento, ci racconta nel suo libro sul Ricambio materiale, come un malato in sua cura, che pur seguiva alla lettera ogni suo consiglio, non fosse giunto mai ad ottenere orine prive di zucchero. Solo dopo ripetute indagini egli riescì a scoprire la causa del fatto. Nel suo decreto di proscrizione assoluta dei farinacei egli aveva dimenticato, che il suo malato era prete, e che ogni mattina nel celebrare la messa inghiottiva un'ostia. — Proibita l'ostia, lo zucchero scomparve!

Partendo da questi principii, il vino può ascriversi ai veleni; è, anzi, il veleno più terribile per la società. Nè i fulmini di Giove, nè la spada di Marte, nè i baci di Venere hanno fatto tante vittime quanto Bacco co' calici spumanti.

Le conseguenze dell'alcoolismo, che ognuno di noi ha avuto occasione di osservare, non sono che una minima parte di quelle che realmente si hanno. La parte maggiore ci sfugge, e per diverse ragioni. Infatti, l'alcoolismo sevisce specialmente nelle basse classi sociali, che noi conosciamo poco; l'individuo ci vive in una cerchia ristretta, ed, inghiottito dagli spedali, abbandona il mondo piuttosto ignorato che obliato. Nelle classi più alte le famiglie cercano di celare quanto possono una malattia che, meritamente o no, considerano come loro vergogna; ed in ciò sono aiutate dalla morte morale, che nell'alcoolista sì spesso precede di tanto la morte fisica, e contribuisce a rendere inavvertita la sua scomparsa. Per ultimo, siccome l'alcool è causa di svariate malattie, delle quali molte possono essere prodotte da cause tutt'affatto diverse, così spesso non si riconosce o non si vuol riconoscere che il danno venne propriamente cagionato dall'alcool. Il primo ad emettere, e il più tenace a sostenere questi erronei giudizii è sempre colui che, per l'appunto, avrebbe tutto l'interesse a fare l'opposto, cioè il bevitore; il quale non vuole ammettere di essere lui stesso la causa del proprio male, sia perchè ciò suonerebbe rampogna ad un animale ragionevole, quale egli crede di essere, sia perchè ciò gl'imporrebbe l'obbligo morale di astenersi dal suo favorito veleno.

I danni prodotti dall'alcoolismo acuto, di cui vi ha parlato il prof. Mosso, sono ben piccola cosa di fronte a quelli che provengono dall'uso prolungato ed esagerato dell'alcool. L'azione di questo si ripete continuamente, e si estende alla più parte degli organi del corpo; e a questo modo induce in essi delle alterazioni durevoli, che permangono più o meno completamente anche quando si cessi dal veleno, e che interessano in alto grado le funzioni più importanti della macchina animale. Si comprenderà con ciò facilmente, che se è fatto raro il morire per alcoolismo acuto, è invece assai frequente per l'alcoolismo cronico, anche quando l'individuo, pentito de' suoi eccessi, sia entrato nella via del ravvedimento.

Le ricerche scientifiche hanno potuto finora penetrar ben poco nello studio dell'azione dell'alcool sull'organismo. Si conoscono in parte le conseguenze ultime sui diversi organi, ma si sa assai poco intorno alla maniera in cui l'alcool le produce. Pel modo di agire pare che questo abbia una certa parentela con parecchie sostanze che lo superano d'assai in facoltà venefica, e che manifestano la loro azione alterando profondamente quel continuo ricambio chimico, mediante cui si mantiene in vita l'organismo animale; voglio dire col fosforo, coll'arsenico, coll'antimonio, coll'acido solforico, ecc. — Ma innanzi di trattar di ciò è mestieri che io vi indichi sommariamente qual sia la minuta struttura dei nostri organi, chè senza questa specie di iniziazione microscopica difficilmente potreste comprendere il loro modificarsi sotto l'influenza dell'alcool. — Gli organi sono costituiti da due parti principali: da corpicciuoli minutissimi, variamente disposti, che sono le cellule proprie dell'organo, e da una sostanza, da un tessuto particolare che li tiene assieme, e che, perciò, porta il nome di tessuto connettivo interstiziale. Le cellule proprie sono quelle a cui è affidata in modo speciale la funzione dell'organo, e, com'è ben naturale, variano di forma, di costituzione e di disposizione da un organo all'altro. Dalla parte che entrano a costituire esse ebbero il nome, epperò nel fegato abbiamo le cellule epatiche, nei reni le renali, nel cervello le cerebrali, e via dicendo. Il tessuto connettivo, invece, è, salvo irrilevanti modificazioni, lo stesso dappertutto, ed oltre al proteggere e connettere le cellule proprie, sostiene anche quei vasellini sanguigni e linfatici, e quei filuzzi nervosi che di queste ultime provvedono al nutrimento e regolano l'azione. Poichè è da sapere, che in qualunque parte, anche la più riposta, del nostro corpo, ferve fra gli elementi dei tessuti ed il sangue un continuo scambio di materiali, ch'è regolato, a seconda dei bisogni, dall'influenza nervosa.

L'alcool viene a contatto degli organi in due modi. Nell'esofago e nello stomaco arriva direttamente dal di fuori. Giunto nello stomaco, esso viene assorbito specialmente dalle vene, e, col sangue di queste, trasportato dapprima al fegato, poi, passato il fegato, a tutti gli altri organi del corpo. — Ora egli sembra, che negli organi esso agisca tanto sulle cellule proprie, quanto sul loro connettivo di sostegno; e, più precisamente, in un primo periodo su quelle, in un secondo su questo. Per alcuni organi, anzi, ciò venne già constatato. Le cellule proprie s'alterano variamente, ma, in ultima analisi, finiscono col modificarsi nella loro composizione chimica (col degenerare) o coll'impicciolire (atrofizzarsi), ed alfine distruggersi. Nel connettivo, invece, osserviamo lo stato opposto; esso aumenta di volume, diventa iperplastico, e per questa via contribuisce non poco a danneggiare, schiacciandole, quelle cellule proprie, cui dovrebbe servire di sostegno e di difesa.

Le annesse figure vi rappresentano il decorrere di questi processi nel fegato. Come appare dalla Fig. 1, le cellule proprie del fegato non vi stanno disposte uniformemente, ma sono riunite in ammassi poliedrici, a cui si dà il nome di acini; ogni acino è sostenuto nel suo interno, e limitato alla sua superficie verso gli acini vicini da esili strati di connettivo interstiziale. — Questa figura vi rappresenta le alterazioni del primo periodo dell'alcoolismo. Ci vedete le cellule epatiche, a cominciare da quelle che stanno alla periferia dell'acino, riempite di gocciole di una sostanza liquida, lucente, che non è altro che grasso; il connettivo si conserva ancora sano.