Fig. 1. Due acini del fegato di un bevitore, fortemente ingranditi col microscopio. Le cellule che stanno alla periferia dell'acino sono piene di gocciole di grasso. Al dintorno degli acini scorrono i troncolini della vena porta (pp), che per mezzo di vasellini capillari trasportano il sangue fino al centro dell'acino nelle vene epatiche VV.
Non è ben noto il significato di questa infiltrazione grassa. Forse deriva da un processo molto semplice; il sangue degli alcoolisti ricco di grasso (che talvolta vi è in tanta copia che le sue goccioline rendono lattiginoso il siero), nel passare pel fegato ve ne lascia un abbondante deposito. È questo un fatto frequente ad osservarsi in altri stati morbosi, ed anche in alcune condizioni dell'individuo sano, e che noi possiamo produrre a nostra voglia negli animali, dando loro copioso nutrimento e concedendo loro poco moto. Ognuno di voi conosce, per propria esperienza, benchè da un punto di vista assai diverso da quello sotto cui la riguardo io ora, questa infiltrazione adiposa del fegato; è, infatti, ad essa che si debbono quei pezzi patologici che sono così rinomati in gastronomia sotto il nome di pasticci di Strasburgo. Essa, nei bevitori, andrebbe d'accordo con quell'ingrassamento generale del corpo che si suole osservare sul principio dell'alcoolismo.
Ma, secondo altri, quest'alterazione del fegato avrebbe un'origine più profonda e più grave[[IX-1]]. Essa proverrebbe, per lo meno in parte, da un serio sconcerto di nutrizione delle cellule epatiche, le quali, sotto l'influenza dell'alcool, non sarebbero più capaci, come nello stato normale, di produrre alte combinazioni organiche, e darebbero origine a combinazioni d'ordine inferiore, quali i grassi. L'alcool assomiglia anche per questa sua azione ai veleni potenti, testè citati, ad es. al fosforo, dei quali, appunto, una delle prime conseguenze è l'estesa degenerazione grassa del fegato.
In un periodo più avanzato dell'alcoolismo sono le alterazioni del connettivo interstiziale che pigliano il sopravvento. Come vedete dalla Fig. 2, questo connettivo aumenta di volume; e, come i suoi strati abbracciano tutt'attorno l'acino, così essi, ingrossandosi e coartandosi, comprimono quest'ultimo, lo impiccioliscono; mentre gli tolgono il nutrimento comprimendo e restringendo i vasi che gli portano il sangue. Ne segue un'atrofia, una distruzione delle cellule proprie, con quale radicale alterazione delle funzioni del fegato è facile immaginare. Questa malattia, che vien detta cirrosi del fegato, è una delle più gravi a cui l'organo possa soggiacere, e, come vedremo, è causa frequente della morte dell'alcoolista.
Fig. 2. Fegato di bevitore in degenerazione avanzata (cirrosi). Gli acini epatici (bb) pieni di grasso, sono separati l'uno dall'altro e schiacciati da copioso connettivo interstiziale (aa) di nuova formazione.
Nello stomaco vennero constatati fatti simili a quelli presentati dal fegato in conseguenza dell'abuso di alcool. In un primo periodo, tumefazione e degenerazione delle cellule delle ghiandole gastriche[[IX-2]], di quelle ghiandole, cioè, che fabbricano i succhi digerenti; in un secondo, aumento di volume, iperplasia del connettivo interstiziale; il tutto accompagnato da dilatazione dei vasi sanguigni, da iperemia, che dappertutto suol essere la conseguenza più diretta e più pronta dell'azione del veleno.
Forse con questa doppia azione dell'alcool sulle cellule proprie e sul connettivo interstiziale si potranno spiegare le alterazioni che gli anatomopatologi trovarono in tanti altri organi del beone: le atrofie del cervello e del midollo spinale, e le infiammazioni croniche delle membrane che li ravvolgono: la degenerazione grassa e la cirrosi dei reni; la degenerazione grassa del cuore; la degenerazione ghiandolare e la iperplasia connettiva dell'intestino, e via dicendo. Ma, per ora, su ciò non possiamo dare giudizio sicuro, giacchè dobbiamo pur confessare, che lo studio anatomico dell'alcoolismo non è tanto progredito, quanto la frequenza e la gravità del male richiederebbero.
Vediamo ora quali segni dia di sè, nel vivente, l'alcoolismo. — Con tanta varietà di alterazioni anatomiche è facile prevedere quanto siano svariate anche le forme della malattia. A seconda della quantità e della qualità della bevanda alcoolica usata, della costituzione e dello stato dell'individuo, del clima, di molte circostanze, insomma, interne ed esterne, le sofferenze dei singoli alcoolisti diversificano all'infinito. Ciò non toglie, però, che in un certo numero di casi i fenomeni non sieno press'a poco gli stessi, e si seguano in un determinato ordine, sicchè se ne possa trarre un quadro clinico che può valere come caratteristico dell'avvelenamento da alcool.