Per un certo periodo, la cui durata può variare da mesi ad anni, il beone non prova disturbi degni di nota; apparentemente, anzi, egli si fa più florido. L'ingrassamento difficilmente si può ripetere da una maggior entrata di grasso nell'organismo, poichè gli individui di solito mangiano meno dell'ordinario. Più probabile è che dipenda da un diminuito consumo del grasso già esistente nel corpo, in conseguenza dell'azione dell'alcool, la quale si spiegherebbe appunto, come molte esperienze hanno dimostrato, col limitare la combustione dei materiali ch'entrano a costituire l'organismo.
Ad un certo punto il malato comincia a perdere l'appetito; fa pasti irregolari, e dopo di essi prova allo stomaco un senso di tensione, di peso, di dolore. Alla mattina, senza altra causa, ha spesso vomito di masse di muco. Io voglio insistere su questo fatto, così raro nella vita comune, del vomito mattutino; poichè, siccome esso non è che il primo di una lunga iliade di guai, così dev'essere dal bevitore considerato come il primo araldo della natura medicatrice, che lo avverte del pericolo che corre, e gli dirige un minaccioso nec plus ultra. E talvolta la natura rinforza il suo avvertimento in un modo più visibile, regalando al beone un naso grosso, tuberoso, rosso vivo, percorso da eleganti vene circonvolute, ed umettato da grasso e da sudore.
Ma il più delle volte il peccatore non si corregge, ed allora i sintomi si fanno più gravi. La digestione diviene sempre più difficile, l'infermo non fa che accompagnare di pochi bocconi la sua bevanda prediletta. Comincia un affievolimento e un tremore a piccole scosse ritmiche alle mani (tremor potatorum), che poi si estende alle braccia, alle gambe, alle labbra, alla lingua, a tutta la persona: quindi incerta e debole è la presa, vacillante il passo, confusa o quasi inintelligibile la parola. La voce è rauca pel frequente catarro cronico della laringe. Questi fatti sono più spiccati alla mattina a digiuno; bevendo, il tremore diminuisce, ma per poco. Vista intorbidata; veglia ostinata o sonno inquieto, preceduto da formicolìo o stiramento alle gambe, e poi anche alle braccia. Vertigini, confusione nelle idee, affievolimento della memoria e dell'intelligenza.
Ai disordini di motilità, che di raro progrediscono fino alla vera paralisi, si associano ben presto disordini di sensibilità. Talora questa, specialmente alle gambe, è di tal modo aumentata, che anche il toccar leggermente la pelle o il comprimere i muscoli cagiona vivo dolore, senza contare dolori spontanei pungenti, laceranti, frizzanti che tormentano l'infermo, massime di notte, e gli rubano il già scarso sonno. Più di frequente, invece, la sensibilità diminuisce, incominciando dalle dita e venendo all'insù. L'apatia intellettuale è interrotta da allucinazioni di più in più frequenti, vivaci, spesso paurose. Le alterazioni gravi degli organi più importanti hanno per effetto una profonda denutrizione dell'individuo; questo, dapprima florido e grasso, deperisce rapidamente; la pelle si fa inelastica, si accolla ai muscoli ed alle ossa sottoposte, diventa di colore sporco, giallo-verdastro.
Insorgono convulsioni, e queste non di rado fanno passaggio a veri accessi epilettiformi. La vista e l'udito si ottundono ognor più. La debolezza intellettuale cresce a demenza, interrotta ancora tratto tratto da accessi di delirio. E così, o nel più alto grado di marasmo, o in uno stato di collasso, o in un accesso epilettiforme, o per malattie intercorrenti la vita dell'infermo si spegne.
In questo succedersi dei fenomeni dell'alcoolismo i sintomi offerti dal sistema nervoso sono i predominanti; e, considerati nel loro complesso, sono così caratteristici, che non possono di leggieri essere confusi con quelli di malattie nervose cagionate da altro che dall'alcoolismo. Ad essi si aggiungono non di rado dei perturbamenti speciali dell'intelligenza e degli accessi di delirium tremens, di cui avrà occasione di intrattenervi prossimamente il prof. Lombroso.
Andrebbe, però, di molto errato colui, che non riconoscesse i venefici effetti dell'alcool che in questo modo di manifestarsi della malattia. In un numero di casi di gran lunga maggiore l'alcool danneggia poco o nulla il sistema nervoso, e concentra la sua azione sull'uno o sull'altro dei più importanti organi del corpo; sicchè la malattia, a seconda dell'organo colpito, assume diverse forme ed uccide per diversa via.
Talvolta, ad es., appaiono in prima linea le alterazioni del fegato. La cirrosi, di cui v'ho già parlato come di conseguenza frequente dell'avvelenamento alcoolico, è, sotto il punto della guaribilità, una forma morbosa assai più grave di quella testè descritta. Nella forma nervosa, anche quando i fenomeni sono già relativamente avanzati, con un'adatta cura si può avere speranza di guarigione; lo stato dell'intelligenza migliora, i muscoli riprendono, almeno in parte, le loro forze, le funzioni dello stomaco si riordinano, la nutrizione dell'individuo ripiglia vigore. Nella cirrosi del fegato, invece, l'aver constatata la malattia ci permette già di prevedere la inevitabile morte del paziente. Quel connettivo che si forma tra acino ed acino della ghiandola, e che, qualunque cosa si faccia, continua a crescere, a coartarsi e a raggrinzarsi, non solo rovina le cellule proprie della ghiandola, ma, comprimendo i troncolini della vena porta, e rendendovi difficile il passaggio del sangue, dà luogo a gravissimi disturbi circolatori nelle vene, da cui la porta trae origine, cioè nelle vene dello stomaco, dell'intestino, della milza e del peritoneo; ed è in conseguenza di questi disturbi che, di solito, la morte sopravviene.
Altre volte sono i reni che vengono a preferenza colpiti. A questo riguardo è da notare il fatto curioso, che mentre in Inghilterra è frequente l'infiammazione dei reni quale effetto dell'alcoolismo, in Germania ciò sembra molto raro; la qual differenza si vorrebbe spiegare con questo, che in Inghilterra l'alcool vien bevuto sotto quella forma concentratissima ch'è il gin[[IX-3]]. Sì nella cirrosi epatica, che nell'infiammazione renale gli infermi muoiono di solito fortemente idropici; il che ha dato origine al lugubre detto: qui vivunt in spiritu, in aquis moriuntur.
Una grande importanza nel quadro dell'alcoolismo è da accordare alle alterazioni dei vasi sanguigni, così dei grossi come dei più piccoli. In essi l'alcoolismo è frequentemente causa di una speciale malattia, detta ateroma, per la quale alcune delle tonache del vaso diventano tratto tratto tumide, scabre, meno resistenti, sicchè più facilmente cedono e si rompono sotto la pressione del sangue contenuto nel vaso. Fra le conseguenze di quest'alterazione citerò le due più comunemente note, cioè la formazione e poi la rottura di aneurismi, e l'apoplessia cerebrale; sì quelle che questa, se interessano vasi grossi, danno luogo in non rari casi a morti improvvise, fulminee; quando, a cagion d'esempio, l'individuo, bevendo ad un tratto una forte dose d'alcool, ecciti a contrazioni repentinamente energiche il suo cuore.