Il sacerdote era sinonimo di bevitor di soma, e poi finalmente il Soma stesso divenne, per quei rivolgimenti facili nelle creazioni popolari, un Dio, un Dio così potente da rivaleggiare col fuoco (Rig. Ved. IX, 96): «Soma, tu che fai i Richis, che dài il bene, padrone di un migliaio di canti, ecc., tu immortale, dài l'immortalità agli Dei e agli uomini».

La Saoma non era permessa che ai Bramini: così come nel Perù la coca era solo concessa ai discendenti dell'Incas e fra i Chibcha ai preti, che se ne servivano come di un agente di ispirazione.

Anche il Med, la bevanda dell'Edda, di miele e sangue, faceva divenire poeti e saggi gli uomini (Kuhn, Die Herabkunst der Feuers, 1859). E qui ricordo come il grande Idhunna dell'Edda fu sedotto da Loki a carpir i pomi dell'immortalità, e tosto la sua Bragi gli fu rapita dai giganti.

E, qui, notisi che la Saoma, la quale è già spesso confusa coll'amrita (Veda XIV) è detta qualche volta in sanscrito Madhu, che nello Zendo ha significato di vino; il che mostra evidente parentela col Med Nordico e col Madus Lituano, e per mezzo del Mad sanscrito col nostro matto; e che Bacco, nato Dio, è versato in onore degli Dei, e il delirio bacchico è una virtù profetica, è la possessione del Dio; ed Esculapio era figlio di Bacco.

Gli Assiri ebbero, come i Sabei, sempre un albero sacro che dapprima fu la stessa asclepia degli Indiani, e poi la palma, donde ancora si cava un liquore, e si noti che il nome pre-semita di Babilonia, è tin-tir-ki — luogo dell'albero della vita (Lenormant, De l'orig. de l'Hist., 1879).

L'albero sacro agli Egizi era il ficus religiosa, donde traevano un liquore fermentato: e nei riti funerarii le anime porgono la mano a berne il succo che le deve rendere immortali. Curioso è poi che questo del Ficus era nell'India il liquore profano che i Bramini porgevano alle plebi quando ne eran richiesti, invece della sacra Soma (Katyalyana, X, 9).

Ma i Semiti che, come ci apprendono già le leggende di Noè, e più tardi le imprecazioni di Maometto, poterono forse, grazie al clima, più degli altri, avvertire come gli effetti benefici delle bevande alcooliche erano sorpassati, troppo spesso, dai tristi, conformandosi alle abitudini dei popoli primitivi che ideificano e plasmano i fenomeni così buoni che tristi della natura, ce lo formularono e scolpirono in quella singolare leggenda dell'albero della scienza del bene e del male, che collo stesso nome compare fra i prodotti singolari scaturiti durante la fabbrica dell'Amrita, come già vi ha toccato il Graf, ed è accennata nella leggenda prearia di Yma (Harley, Avesta, 89), ed è scolpita in quel bassorilievo di Ninive, in cui un serpe offre al primo uomo il frutto di una palma (Layard, Mem. of Niniveh, p. 70. — Lenormant, op. cit.).

Ed ecco forse spiegato perchè in Zendha la parola Madhu valga per vino e dolore, e Kan chinese per albero e peccato, e più sicuramente spiega perchè la palma fosse adorata dagli Assiri, e dagli Arabi antichi — e fosse albero sacro per gli Ebrei, sotto cui profetava Deborah — e come i Sabei adorassero insieme al Setarvan (la vigna profumata), il Sam Gafno, sopra cui aleggia la vita suprema e gli Indi il Kalkavir Keha, l'albero dei desideri.

Per chi rifuggisse dall'ammettere tutto ciò, sarebbe facile la risposta, esponendo[[X-1]] come primo fece il Mantegazza nelle sue Feste ed ebbrezze, in una tabella grafica, i vantaggi ed i danni dell'alcool, che riescirebbero assai facilmente a riprodurvi una specie d'albero fatale, in cui i frutti benefici vanno pur troppo sopraccaricati e velati da quelli del male, i quali, pur troppo, solo, io mi son preso la briga di esporvi, anche a pericolo di tormi addosso l'odio di tutti i cultori ed adoratori del vino.

Danni del vino. — Io non vi mostrerò come l'alcool sia tutt'altro che un alimento di risparmio e calorifico, come esso lungi dal rendere più tollerabile il freddo, aumenti i danni così dei grandi freddi, come dei grandi caldi, cosicchè si videro, nelle regioni polari e nelle Russie, e nelle Indie, aggravati quei soldati e marinai, che credendo meglio sopportare, così, le fatiche, ne usavano più volte nel giorno, e forse è questa la ragione che i latini nella campagna di Russia soffersero meno dei nordici.