Si è notato, persino, questa tendenza nei Medgjidub e Aissaoui, i quali non avendo narcotici si procuravano l'ubbriachezza col continuato movimento del capo. Sono uomini, dice il Berbrugger (Algerie, 1860), pericolosi, feroci e con tendenze al furto. — Anche i fumatori d'oppio sono presi spesso da furore omicida; sotto l'uso dell'haschisch Moreau si sentì attratto al furto.
E peggio fa il vino; e ancor peggio l'alcool, che si può dire vino concentrato, quanto alla attività venefica, e peggio ancora quei liquori d'assenzio, di vermouth, che oltre all'alcool puro contengono droghe intossicanti i centri nervosi.
L'ubbriachezza acuta, isolata, dà luogo, per se sola, al delitto perchè arma il braccio, accende le passioni, annebbia la mente e la coscienza e disarma il pudore.
Gall narra di un Petri, che appena beveva, sentiva nascersi in petto la tendenza omicida; e Locatelli di un operaio trentenne che sotto il furore del vino rompeva quanto gli cadeva tra mano e coltellava compagni e parenti che volessero impedirglielo; Ladelci e Cormignani di un muratore più volte arrestato per risse, che rispondeva a chi nel rimproverava: Non posso farne a meno: quando ho bevuto bisogna che io meni (Op. c., p. 36).
Qualche volta, dice Briere de Boismont, l'ubbriachezza produce una vera monomania del furto: e narra di un uomo onestissimo che appena aveva ecceduto nel bere si metteva a rubare quanto gli capitava tra mano; passato l'accesso, se ne doleva e restituiva il mal tolto, ma la vergogna di ciò lo trasse ad uccidersi (Du Suicide, 2a ed., 1860).
Io stesso conobbi un ufficiale che sotto l'ebbrezza tentò due volte trafiggere persone a lui ignote od amiche, persino la sua sentinella.
V'hanno alcuni bevoni che sono il terrore delle loro famiglie, poichè sotto l'effetto del vino, del vino triste, come lo chiamano i francesi, non parlano che di ferire, sgozzare le persone che poco prima erano loro carissime e queste fuggono inorridite e non a torto.
Quello che negli altri, infatti, è una pensata bizzarra e fugace, sicchè sfuma appena sorta, si muta in costoro rapidamente in azione inconscia, è vero, ma non meno fatale. Un di costoro, per es., tornando una sera verso casa vide un povero contadino, che portava a capezza il suo asino; eccitato dal vino, grida: «Giacchè oggi non ho avuto brighe col prossimo mio, voglio sfogarmi su questo»; e tratto il pugnale fora più volte il ventre di quella povera bestia (Ladelci, Il vino, Roma, 1868, tip. Sinimberghi).
Fu interrogato un minatore bevone perchè avesse colla scure ucciso un povero onesto fabbro, zoppo, che appena conosceva e non gli aveva fatto mai alcun dispetto: Perchè, rispose, non mi piaceva la camminatura. Pensiero da ebbro, ma opera da manigoldo.
Il dott. Cicone che lo racconta, vide nelle miniere delle Boratelle (L'operaio delle miniere sulfuree, Roma, 1879) entrare i poveri operai, lindi ed onesti e poi in grazia del bettolino messovi in opera ed empiamente monopolizzatovi dai padroni, mutarsi, in meno di un anno, in feroci assassini, che uccidono il primo che trovano, castrano per celia, per es. un povero ebete, che si chiamava Centesimo, perchè non domandava e non voleva d'elemosina che un centesimo; un altro di costoro recide un'arteria ad una donna, il polmone ad un giovinetto, il ventre a due altri, e la scapola a un quinto e non potendo far altro, dopo aver accoltellate le mura, ferisce se stesso; un altro bevone sorprende un poveretto che dorme, lo attorciglia con una corda che unge di petrolio e vi dà fuoco (Op. c., pag. 9).