Peggio di questi sanguinari minatori sono i contadini di Genzano, dipintici dal Ladelci, che in grazia alla grande abbondanza del vino si trovano in uno stato di continuo eccitamento, e menan ad ogni lieve causa le mani, e perciò escon sempre armati fuor di casa, e persino i fanciulli, ad imitazione dei padri, aguzzano sui sassi dei chiodi per avere delle armi; appena commesso un ferimento, costoro sono vie più trascinati ai furti e grassazioni pel bisogno di vivere e perchè costretti dal vino alla prepotenza e all'uso dell'armi (Op. c., 9).
L'alcool, infatti, dopo aver eccitato, indirizzato nella via del delitto la sciagurata sua vittima con atti istantanei od automatici, ve la mantiene, ed inchioda, per sempre, quando rendendola un bevitore abituale, ne paralizza, narcotizza i sentimenti più nobili e trasforma in morbosa anche la compage cerebrale più sana; dando una dimostrazione, pur troppo sicura, sperimentale, dell'assioma che il delitto è un effetto di una speciale, morbosa condizione del nostro organismo; tale è, in questi infelici, quella sclerosi, di cui sì bene vi discorse il Bizzozero, che colpisce il cervello, il midollo ed i gangli, come ed insieme a quella che colpisce il rene ed il fegato, ed in essi si esplica col delitto, come negli altri, colla demenza o coll'uremia o coll'ictero, e ciò secondo che colpisce più un organo che l'altro, o più una parte che l'altra dell'organo stesso. E qui le prove mi sovrabbondano. Or ora rinvenni alle carceri un singolarissimo ladro, P..., che si vanta con tutti di esserlo, ed anzi, non sa più parlare se non nel gergo dei ladri, suoi degni maestri, eppure nè l'educazione, nè la forma cranica ci dava alcun indizio della causa che ve lo spinse; ma noi presto ne fummo in chiaro, quando ci narrò che egli ed il padre suo erano bevoni. «Vedano: io fin da giovinetto mi innamorai dell'acquavite ed ora ne bevo 40 o 80 cichetti, e l'ebbrezza di questa mi passa bevendo due o tre bottiglie di vino»; come si vede nella storia che ne pubblicò nel mio Archivio il bravo Collino (Arch. di Psichiatria e scienze penali, 1880, Fasc. II, Torino).
Or son pochi mesi, pur qui in Torino, un onesto ufficiale di 70 anni, che godè fin alla tarda sua età di fama illibata, datosi nella vecchiaia all'alcool si fece in poco tempo sì triste da strozzare la povera moglie che ne lo rimproverava e fingere che si fosse appiccata. Ma l'astinenza del carcere in breve faceva in lui ripullulare l'antica onoratezza, sicchè confessò tutto, e ai giurati, che il condannavano a 15 anni di reclusione: È alla morte, disse, che dovevate condannarmi, alla morte.
Un carattere, dice Tardieu, manca quasi mai nei bevoni che han commesso un delitto; è la strana apatia e indifferenza, la nessuna preoccupazione del proprio stato che è veramente comune ai delinquenti veri, ma che in essi è ancora più spiccata. Stanno in prigione come in casa propria, quasi meglio, nè si preoccupano del loro processo, nè di ciò che han fatto; appena è se si ridestano un momento davanti al giudice.
Un uomo di 30 anni, già bene educato, che aveva fatto il medico e il farmacista, lo scrivano, l'impiegato e sempre era stato rimandato per abuso di liquori, trova sulla strada una guardia e la uccide credendo volesse arrestarlo; la prima cosa che scrive a sua madre dopo entrato in prigione, è che gli mandi della pomata; al giudice rispondeva che l'interrogatorio era inutile «che egli già aveva scelto un nuovo mestiere, di fare il fotografo». Solo dopo lunghi mesi di astinenza nel carcere cominciò a rientrare in sè e comprendere la gravità della sua situazione (Tardieu, De la folie, 1870).
Un fiero esempio di questo strano effetto dell'alcool ce lo pose sott'occhio il troppo famigerato Fusil. Nasceva egli da padre alcoolista e tanto scialaquatore, che pur poverissimo, in un pranzo spese 134 lire, e dopo aver ridotto ad uccidersi la povera moglie, s'annegava egli stesso, pare volontariamente. Fusil, il degno figliuolo, mentre si mostrava spietato coi parenti che lasciava basire di fame, era benevolo, generoso, coi compagni d'osterie; strappato un migliaio di lire al fratello se le mangiò in pochi giorni coi suoi compagni di bettola. A 18 anni colpì di falcetto i suoi zii. A 22 feriva un compagno d'osteria; a 24 uccideva il Gambro che l'ospitava pietosamente, con 11 ferite, dormendo poi due giorni vicino al cadavere, e la sera gozzovigliando ancora cogli amici e in pochi giorni consumando in Svizzera quanto aveva con tanta tristizia usurpato, e quanto eragli urgente conservare se voleva sottrarsi alle ricerche; dopo arrestato parlava del suo delitto come di uno scherzo, eternavalo anzi infine in un monumento singolarissimo ([V. sotto], [pag. 399]).
È il vino bevuto da lui e da suo padre che modificava così profondamente la psiche da fargli venir meno ogni previdenza ed ogni senso di moralità; e altrettanto avvenne a molti delinquenti.
Mabille, p. es., un dì porta gli amici all'osteria; s'accorge che non ha denaro; tosto esce, uccide il primo che trova e poi torna a pagare lo scotto.
Non è molto, da noi, certo Calmano Antonio, ex impiegato, esplose sul proprio figliuoletto di 4 anni una pistola e indi si avventò ferocemente sulla figlia maggiore che tentava salvare il fratello e credendoli morti, feriva quindi se stesso; egli, precisamente come un altro suo collega Valessina, da buono e vecchio impiegato s'era a furia di vino trasformato in vizioso e fu licenziato; nè rimasto senza lavoro, perdette la brutta abitudine; rivendette un mobile dopo l'altro per convertirli in vino, finendo col letto stesso su cui dormivano i poveri figli; col provento del quale si comprò l'arma fatale.
Prunier, stalliere, da 5 anni si dava all'alcool, che lo spingea ad eccessi; una mattina si leva dicendo: Oggi devo fare un gran colpo, devo battermi; percorre tutte le osterie e ritorna ai suoi cavalli la sera: cerca attaccare una donzella, ma essa gli sfugge; assalta allora una vecchia massaia, la viola, l'uccide, la getta nel fiume; pochi minuti dopo la ripesca, rinnova gli oltraggi; ritornato a casa si mette a dormire; svegliato, tutto confessa. Evrard alla sezione constata un'antica pachi-meningite, evidente effetto dell'alcool (Desmaze, Hist. de Méd. Légale en France, 1880).