Alcoolismo cronico. — In quasi tutti, ad ogni modo, il carattere è cangiato e col continuarsi dell'abuso si va formando o una semplice demenza quando il processo alcoolistico tende alla steatosi ed agli ateromi, o la paralisi generale, se, invece, tende alla sclerosi cerebrale.
Il corpo dapprima ingrassa (per la maggior proporzione di adipe nel sangue) ma poi dimagra; la pelle untuosa, umida, per l'iperemia delle glandule sebacee e sudorifere, sicchè invernicia così sudiciamente gli indumenti dei bevitori, si fa arida, qualche volta exematosa, poi giallognola, le mucose violacee, scabre, secche, e scarsi i capelli.
La memoria va sempre più infievolendo, e la parola facendosi incerta e scorretta, rallentate le associazioni d'idee, ottusa la sensibilità, confusa la percezione, il giudizio erroneo, onde impossibilità di lavoro continuato, insonni le notti. Le antiche allucinazioni ricompaiono, ma meno vive, smussate e a grandi intervalli, e mutandosi continuamente come nel campo di un caleidoscopio; mentre il comune alienato da monomania di persecuzione, vede sempre il gendarme, la spia, che prima lo spaventavano nel suo delirio; — il bevone che prima tremava davanti ai tedeschi, poi trema del giudice, e poco dopo del cane.
In una cosa solo non muta — nel bere. — L'infelice, tutto preda ai suoi istinti e capricci, non pensa che a questi; e beve e ribeve, sia perchè si sente debole, ipocondriaco e trova nell'alcool, per un momento, un rimedio ai suoi mali, rimedio però che a sua volta poi ne raddoppia e moltiplica i danni, o perchè ogni altro lato della sensibilità gli si va spegnendo. Una signora (racconta Briere) si ubbriacava, già fin da 16 anni, di nascosto nel convento; maritatasi, vi si abbandonò tanto che il marito ne morì di dolore; consumava il patrimonio in vino, e a chi ne l'ammoniva, rispondeva: «Voi avete ragione, ma è più forte di me»; ridotta in cenci, vendeva le vesti che le erano regalate per cambiarle in acquavite. — Innanzi alla bramosia degli alcoolici vien meno in costoro ogni volontà, ogni riguardo agli amici più cari, ai doveri di famiglia, all'onore. — Anche al di fuori di questa causa, si inizia nel bevone una vera degenerazione progressiva del sentimento, che va di pari passo coll'intellettuale; ei si è fatto irritabile, brutale, fuori e più in casa, morositas ebriosa. Una pigrizia progressiva lo invade, sicchè va sempre più tenendo in non cale l'onore della famiglia, i doveri di onest'uomo; lascia al caso l'andamento degli affari, vede senza commoversi la miseria dei suoi, è immerso in un'ebetudine continua; ed immobile, per ore intere, straniero a ciò che gli s'agita intorno, sta, collo sguardo atono, spento, quasi in cerca della vita che gli vien meno; e non esce dal torpore che per dare in smanie brutali e non di rado in tentativi di omicidio, suicidio, di stupro; — e notisi, quanto più in basso discende, tanto più al di fuori di casa è gaio e contento: sopratutto quando gli si mostri la prediletta bevanda.
Ed i mali fisici tengono dietro agli psichici: cefalea, insonnia, vertigini, susurro agli orecchi, crampi negli arti, od improvvisa sonnolenza, a cui seguono paralisi, convulsioni parziali delle membra, dei muscoli della faccia, e qualche volta perfino accessi epilettici.
Le allucinazioni non ricompaiono più che a grandi intervalli; ma i sensi si fan ottusi del tutto e gli odori più acuti riescono inavvertiti, e perfino le mucose più non reagiscon, anche se irritate. — Sembrerebbero automi se non fosse quello strano sorriso, quando loro si mostri la fatale bevanda; e parlano di sè in terza persona: Carlo ha mangiato, ha bevuto, ha fame: oppure, afasici, non riescono a formular la parola, ma una volta afferrata, la ripetono o ne ripetono l'ultima sillaba per ore intere, con disperante insistenza. — Da ultimo anche il polso si trasforma: si osserva una linea ascendente brusca e l'apice appiattito a cui si attacca una brusca linea discendente (Magnan).
In non pochi, come ben nota Magnan, la paralisi si limita ad un lato, quasi sempre il sinistro, e il senso tattile divaria enormemente da un arto all'altro che si mostra otto o nove volte più ottuso del normale, soprattutto quando le punte sono poste nel senso dell'asse del membro.
La temperatura, dal lato paralizzato, è inferiore di due e perfino tre gradi; mentre dal lato sano possono percepire fino a mezzo millimetro, dal malato può cessare la vista, e mancare i fosfeni o percepirsi uno o due millimetri; anche l'udito è da un lato più ottuso di cinque a dieci volte dell'altro e nemmeno la corrente indotta vi provoca sensazione di suono.
Il dipsomane si confonde coll'alcoolista da alcuni; eppure se l'uno mena all'altro, e viceversa, pure se ne differenzia e di molto: chè l'uno beve vino, quando ne trova, sempre; l'altro quando vi è spinto dal male.
Qui più che non effetto del vizio, o di prave abitudini la è una vera e propria malattia che può venire anche nei più temperanti, e che si esplica con uno strano bisogno di bere per il tempo che dura l'accesso sempre intermittente, ogni 15 dì, ogni 6 mesi, sovente, secondo Brühl-Kramer, nei noviluni (v. Lombroso, Pensiero e meteore, p. 81), e che comincia appunto, come in molti accessi maniaci, con ansia precordiale, melancolìa, cefalea; gli infelici sentono venir l'accesso — chiedono essi qualche volta di essere impediti dal bere, e se nol siano, vi si abbandonano senza misura per 7 a 8 giorni, e poi dopo un sonno grave, prolungato, tornan sobrii come prima. Magnan ne conobbe una che giungeva a mescolare delle feci nel vino sperando averne ribrezzo sufficiente per poter astenersene, ma invano, e «Bevi, la si sentiva gridare, bevi villanaccia, dimentica i tuoi primi doveri e l'onore della famiglia», e... poi ribeveva.