[X-19] V. nell'Archivio di Psichiatria e scienze penali di C. Lombroso e Garofolo, fasc. I e II, 1880, sui sostitutivi penali dell'avv. Ferri, p. 224.

EDMONDO DE AMICIS

GLI EFFETTI PSICOLOGICI DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera del 5 aprile 1880).

Studiato il vino nella vite, considerato nella leggenda, nella poesia e nei costumi, visto come si compone e come si traffica, in che maniera opera sull'organismo, e per che via conduce al delitto, alla pazzia e alla morte, non resta che a trattare dei suoi effetti psicologici: dire, cioè, come agisca sull'intelligenza, sull'immaginazione e sul sentimento, fin che si rimanga, bevendo, molto di qua da quel limite funesto, varcato il quale il bevitore cade nelle mani del professore Lombroso.

Riguardo agli effetti generali e ordinari del vino non potrò dir nulla che la maggior parte degli uditori non abbia osservato e non sia in grado di esprimere. A ciascuno, almeno una volta in vita sua, dopo un banchetto geniale d'amici, nel quale si sia troppo spesso affacciato, come disse un poeta, al finestrino rotondo del calice, sarà occorso di riandare tra sè, il giorno seguente, i diversi periodi d'alterazione per cui passò la sua mente, il suo cuore e il suo linguaggio; di fare uno sforzo per rendersi conto della progressione dell'ebbrezza, di studiare quell'io fittizio ch'egli è stato per qualche ora, — curiosamente, come avrebbe fatto di uno sconosciuto. E l'argomento è degno di studio, in fatti, almeno quanto una qualunque delle così dette malattie mentali, poichè se l'ebbrezza non è che una malattia di poche ore, e di guarigione sicura, è però importantissima, perchè ci occorre ogni momento di vivere e di trattare con essa, di frenarla e di persuaderla, di vederla dovendo mostrare di non riconoscerla, e di circondarla di riguardi, per non inasprirla, e qualche volta di servircene. E lasciando pure da parte le sue conseguenze, quella alterazione crescente di sentimenti e d'idee, quella successione continua di stati diversi della coscienza, per cui si arriva dalla serenità tranquilla che segue i primi sorsi all'esaltazione ardente e tumultuosa degli ultimi brindisi, è per se stessa un avvenimento psicologico così strano e così fecondo per lo studio della natura umana, che non sarà mai meditato abbastanza nè dal filosofo, nè dall'artista.

Vediamo di seguitarlo a passo a passo, sedendo al convito.

Ciascuno ha ancora nella mente tutte le cure della vita: difficoltà non risolte, presentimenti di difficoltà che sorgeranno, ricordi di dispiaceri recenti, qualche bella speranza che brilla e s'oscura secondo i momenti, dei timori, qualche astio, quel leggiero sentimento di stanchezza morale, che succede al lavoro affrettato della mente; ciascuno è ancora in uno stato d'animo, in cui ci troviamo tutti, quasi sempre, di aspettazione pensierosa ed inquieta. A un tratto ci spunta nella mente un'idea o un'immagine ridente. Tutti, in simili occasioni, abbiamo potuto cogliere a volo questa prima farfalla annunziatrice dell'ebbrezza, che si spicca quasi all'improvviso dalla mente, e che ci fa dire, dopo il primo bicchiere: Oh! per questa sera, cacciamo via le noie e i pensieri. Spuntata quell'idea, entriamo nel primo periodo, al quale ci dovremmo sempre arrestare. La mente è nel pieno possesso di se stessa; ma con un senso nuovo di freschezza, come dopo un riposo; le cose le si presentano ancora colle loro proporzioni e coi loro colori reali, ma contornate d'un sottilissimo orlo luminoso. Nel campo che il nostro pensiero percorre più frequentemente, che è quello del giorno presente e del giorno venturo, l'ostacolo che poco prima ci pareva insormontabile, ci pare ora che, in qualche modo, si potrebbe girare; certe difficoltà intricate, nasce una speranza lontana di scioglierle; certi dissensi gravi di pareri e di sentimenti, s'intravede vagamente la maniera di conciliarli; confidiamo un po' di più nella fortuna e in noi stessi, ci pare che ricomincieremo la vita meglio disposti e più forti, dopo quello svagamento dello spirito, di cui sentiamo in quel momento che avevamo proprio bisogno. Che c'è, infatti, di più onestamente lecito e di più salutare di quel piccolo sfogo — moderato — di giovialità e di spensieratezza, in mezzo agli amici, dopo molti giorni di lavoro e di cure? Se qualche scoraggiamento ci aveva presi in quel giorno medesimo, se abbiamo diffidato, anche per poco, delle nostre facoltà intellettuali e delle nostre forze fisiche, ora ne sorridiamo. La nostra percezione è così lucida, la parola così facile, la voce così ricca, sentiamo una traspirazione così gradevole, il complesso di tutte le nostre forze così dolcemente fuso, la vita così piena ad un tempo e così leggera! E la conversazione procede mirabilmente. Gli argomenti si succedono, ma ciascun argomento rimane per qualche tempo sul tappeto, discusso con vivacità, ma con ordine. E nessun soggetto di discorso c'è indifferente. Anche nelle questioni più estranee al giro delle nostre cognizioni e dei nostri interessi, ci sentiamo come forzati a intrometterci, e su tutto ci riesce di dire qualche cosa d'ingegnoso, o almeno di sensato e di accettabile. I giudizii contrarii vengono facilmente ad un accomodamento; chi non è persuaso mostra d'esserlo; a ciascuno si consente qualche piccolo trionfo d'amor proprio; e così ciascuno è soddisfatto di sè e degli altri, e quella soddisfazione si traduce in mille piccoli servigi e piccole cortesie premurose ed insolite, che ci usiamo a vicenda. Cominciamo a pensare che, veramente, la compagnia non poteva esser meglio combinata; che non si potevano mettere assieme dei caratteri più armonici. E in quella soddisfazione crescente di tutti, ogni volta che uno si raccoglie un momento in sè, vede tutte le cose sue di mano in mano ordinarsi, chiarirsi, pigliare di più in più il colore dei suoi desiderii: le speranze, ch'erano nel fondo del quadro, vengono innanzi a poco a poco, i dispiaceri retrocedono nell'ombra, tutto ciò che c'è di difficile o di triste nella vita si presenta come di scorcio; tutto gira, si sposta lentamente, si dispone in maniera da offrire un prospetto gradevole, come in uno spettacolo teatrale. E noi ci crediamo pienamente. Una voce intima ha un bel dirci: — È illusione. — Noi rispondiamo: — È realtà. Illusione era il quadro poco consolante che vedevamo poc'anzi, avendo l'animo affaticato o contristato dalla lotta della vita; non quello che vediamo ora, stando quasi fuori della vita, in una regione più alta e più serena. Ora facciamo il proponimento di rimetterci all'opera, il giorno dopo, con più risoluzione e con più coraggio, e ci rappresentiamo già nella mente una nuova vita vigorosa, senza intervalli d'inerzia, piena di emozioni feconde e di disegni arditi, concitata e calda come l'allegrezza che ci ferve d'intorno; e con un sorso del liquore prediletto rinforziamo il nostro proponimento, e lo suggelliamo con un colpo secco del bicchiere sopra la mensa. Improvvisamente — o prima o poi segue sempre — l'effetto del vino pare che cessi d'un colpo. Il vetro rosato a traverso al quale vedevamo il mondo, scompare; tutte le cose ripigliano per un momento il loro aspetto reale, tutti i pensieri molesti ritornano in folla, e ci sentiamo quasi sopraffatti da un senso di sgomento. È questo il punto in cui si vede un commensale, fino allora allegrissimo, chinare la testa e tener l'occhio fisso per qualche tempo sopra il bicchiere, facendolo girare lentamente fra le dita. Ma sono brevi momenti. La nuvola dorata che ci ravvolge, appena squarciata, si richiude; e si squarcierà ancora altre volte, ma saranno squarci sempre più sottili e sempre più prontamente richiusi. Intanto l'ebbrezza monta e si allarga. Qualche punta di pensiero uggioso sornuota ancora qua e là; ma non tarda ad essere sommersa. Le facoltà intellettuali hanno raggiunto la loro massima potenza e sono ancora tutte nel pugno della volontà. Il lavoro della mente si compie con una tale rapidità, che non ne abbiamo quasi coscienza, e ne rimaniamo meravigliati noi stessi. In pochi secondi tentiamo da cento parti un'idea, per trovarne — e la troviamo — quell'unica faccetta che si presta al ridicolo. La botta dell'amico non ci ha ancora toccati, che la risposta ha già colto nel segno. Il pensiero prorompe dalla mente in formole nette e scintillanti, le arguzie felici s'incalzano, l'aneddoto vien via facile e snello, pieno di aggiunte improvvise e di spedienti inaspettati; tutto accompagnato, seguito, musicato, si può dire, da quell'intimo riso giovanile e profondo che ride di sè e del riso altrui, ed è per se stesso una forza comica grande. Nulla ci può più arrestare in quel corso impetuoso d'idee e di parole. L'orizzonte del pensiero si allarga rapidamente, e da tutte le parti ci accorrono nuvoli d'idee e d'immagini; da tutti i ripostigli della mente escono ricordi d'avvenimenti, visi di persone, motti, versi, date, impressioni di letture, radicali dimenticate di lingue straniere, gruppi di reminiscenze lontane che si credevano già morte, lampi che rischiarano vaste regioni del passato. In pochi minuti di silenzio, ci si forma una gran piena nella mente, che trabocca poi per il primo varco aperto in cascate rumorose di periodi, che intronano gli uditori. La mente non sa più se dà o se riceve. Siamo trasportati da un soffio d'ispirazione. Ci pare di non parlar noi, ma di ripetere le parole d'una persona più arguta, più dotta, più faconda di noi, che ci suggerisca precipitosamente nell'orecchio quello che abbiamo da dire. L'ebbrezza cresce a ondate. All'ondata delle celie e degli aneddoti succede l'ondata delle discussioni, un vero pugilato di ragionamento, una manìa di polemica insaziabile: argomentazioni interminabili sull'età dubbia d'un'attrice illustre o sulla sinonimia di due parole; controversie filosofiche sottili, riprese daccapo dieci volte, con una costanza di ferro, nelle quali ciascuno dei controversisti vorrebbe schiattare piuttosto di smetterla il primo; disputazioni sopra soggetti diversi, che s'intersecano da una parte all'altra della tavola, e che si prolungano ancora, quando non è più possibile intendersi a parole, in affermazioni e in negazioni ostinate del capo e della mano; e poi, improvvisamente, una corrente d'ilarità che scompiglia ogni cosa, soffoca tutti i dispetti sul nascere, e mette tutti d'accordo. E allora si solleva e si avanza lentamente la grande ondata dell'amor del prossimo. Chi è contento è benevolo. Siamo diventati ricchi in poche ore, diventiamo prodighi. La bontà che vien su in noi, insieme ai vapori del vino, s'accresce ancora dal riflesso di quella che vediamo brillare sul viso degli altri. Dei presenti non ricordiamo più che le buone qualità, e le dimostrazioni di simpatia e di amicizia che ci diedero altre volte. Degli assenti, non ci si presentano alla mente che le figure simpatiche. Nel nostro cuore si accumulano tesori d'indulgenza. La cortesia s'innalza gradatamente fino alla lode. Cominciamo col fare l'apologia di qualche assente, a cui tutti acconsentono, anche senza conoscerlo. Poi l'affetto insistendo ancora, vinciamo il pudore, e lodiamo i presenti, con parole moderate, ma calde, per debito di giustizia, e c'irritiamo della modestia che si schermisce. Ma questo non basta. Ricorriamo la storia delle nostre amicizie, esageriamo dei servigi che ci sono stati resi, o ne inventiamo, tanto per poter esprimere la nostra gratitudine; disseppelliamo degli antichi torti nostri, da lungo tempo perdonati, tanto per confessarcene di nuovo, per farceli riperdonare una altra volta, per metterci sopra una pietra di più. Pensiamo agli amici lontani, che avevamo scordati da molto tempo, e ci proponiamo di scrivere loro la mattina seguente una lettera affettuosissima, di cui ci suona già nella mente il primo periodo. Pensiamo alle persone con cui abbiamo della ruggine, e decidiamo di andarci a riconciliare il giorno dopo. Non vogliamo che rimanga un'ombra sul bel cielo rosato della nostra vita. L'immaginazione ci presenta il mondo come dovrebb'essere, tutto tolleranza, buon accordo, bontà. Non è così certamente: la ragione ce lo dice ancora. Ma delle virtù ce ne sono, delle sante vite oscure, dei nobili entusiasmi, degli esempi sublimi di generosità e di grandezza. Noi non vediamo tutto. Ma ci sentiamo il cuore abbastanza vasto da contenere mille affetti di più, un tesoro cento volte maggiore d'ammirazioni e d'entusiasmi. E proviamo il bisogno di espandere la nostra benevolenza al di sopra di quei che abbiamo intorno, lontano, sull'umanità sconosciuta, come si prova il bisogno di empire della propria voce una valle vasta e sonora. E a questo punto, nella mente sovreccitata scocca la scintilla della creazione. Al poeta drammatico balenano le somme linee d'un dramma potente, al banchiere l'idea confusa d'una impresa temeraria, all'architetto i contorni grandiosi d'una mole che vincerà i secoli. Ma la conversazione clamorosa rompe il corso delle grandi idee solitarie. I soggetti ordinari non bastano più. Si solleva il discorso ai grandi uomini, ai grandi spettacoli della natura, ai grandi problemi sociali, alla fratellanza dei popoli, all'immensità dello spazio, all'immortalità dello spirito, si misura l'universo a sguardi d'aquila, parlando a frasi di proclama, con gesti imperatorii e accenti di tribuno; non trovando parole abbastanza vaste di senso, epiteti abbastanza iperbolici, inflessioni di voce abbastanza potenti da rispondere alle esigenze impetuose del sentimento che trabocca. Quel cerchio di amici, tra quelle quattro pareti, ci riesce meschino e soffocante. Si avrebbe bisogno di slanciarsi a un terrazzo e di rovesciare un torrente di parole infocate sopra una moltitudine attonita, o di sconvolgere una platea dal palcoscenico con un monologo sublime. E allora ciascuno si sfoga come può: recitando una strofa fulminea d'un grande poeta, imitando il grido d'un artista famoso, sprigionando l'anima in un tentativo di do di petto. Intorno a noi e dentro di noi tutto è mutato, ci corre per le vene un fremito di gioventù, ci vediamo davanti un avvenire sconfinato, ci sentiamo ancora in tempo per l'amore, per la gloria e per la ricchezza, e quando s'urtano tutti i bicchieri, in quell'incrociamento di evviva e di saluti, tutto come ravvolto in un polverìo caldo e luminoso, dove non si vedono che occhi scintillanti e bocche che sorridono — ah! — par che cominci un'êra nuova per il genere umano.

Questi sono gli effetti generali. Ma il vino produce un'ebbrezza diversa, non solo secondo i temperamenti e i caratteri; ma secondo la disposizione d'animo particolare, in cui ci troviamo nel riceverlo. È inutile quindi il citare tutte quelle classificazioni generali dell'ebbrezza, che fecero gli psicologi e gli scrittori faceti. Volendo dare un'idea della varietà degli effetti del vino, bisogna ristringersi a tratteggiare alcuni ritratti, scelti fra quelli di cui s'incontrano più sovente gli originali.

Il tipo più frequente è quello che ha dato origine al detto in vino veritas. La manifestazione, involontaria quasi, dei pensieri più nascosti sotto l'influsso del vino, non deriva che da ciò: che le sensazioni non essendo più in perfetta relazione cogli oggetti esterni, nè le idee colle sensazioni, svanisce la prudenza che nasce dal sentimento di quelle relazioni, e non si obbedisce più nel parlare che la passione predominante del momento. Quasi tutti, nell'ebbrezza, si lasciano sfuggire qualche segreto. Ma è incredibile fino a che punto giungano alcuni, d'indole viva ed aperta, sulla via delle confessioni. Costoro sono presi da un vero furore di sincerità, da un bisogno irresistibile di pubblicare tutte le loro colpe e tutte le loro debolezze. Dotti, si accusano d'ignoranze vergognose; uomini d'affari, confessano atti disonesti, colpe d'intenzione, pensieri vili che hanno avuto in date occasioni, difetti ridicoli, dissensi domestici, intimità coniugali, e persino azioni riprovevoli, che sono in via di commettere, insistendo e accalorandosi per persuadere gli increduli, provocando e riconoscendo meritati i rimproveri, ritornando anzi sulle cose già dette per aggiungervi dei particolari, che le rendon più gravi, — dolendosi in cuor proprio quando pare a loro che la meraviglia dei presenti non corrisponda alla gravità delle loro rivelazioni; — e quando han detto tutto, e si son rovesciati come un guanto, si senton soddisfatti, come se avessero pagato un debito, come contenti d'aver ridato indietro alla gente quella parte di stima che le scroccavano —, e quasi lavati d'ogni colpa dalla loro confessione, in una specie di stato di grazia,

Puri e disposti a salire alle stelle.