A questi fanno contrapposto altri, per lo più d'indole chiusa e circospetta, in cui pare che il vino abbia per principale effetto di innalzare e di fortificare il sentimento della dignità individuale. Costoro hanno il pudore del vino. Diventano diffidenti di sè. Pesano ogni parola, e parlano quanto meno è possibile. La loro ebbrezza è una specie di ruminazione taciturna dei propri pensieri. Se aprono la bocca, è per dire qualchecosa di così rigorosamente, di così solidamente sensato, che il più cavilloso dei critici non ci potrebbe trovar sillaba a ridire. In loro l'effetto del vino non trasparisce che dagli occhi lustri e dal movimento difficile delle labbra. Via via che bevono, il loro gesto si fa sempre più corretto, il loro sguardo sempre più raccolto, la loro parola sempre più dogmatica. Arrivano fino ad assumere l'espressione della più alta gravità a cui si possa atteggiare il viso d'un uomo occupato da un pensiero solenne. E si vedono camminare per le vie con una rigidezza automatica, a passi misurati e lenti da tiranni di teatro, portando la propria dignità come porterebbero una tazza colma d'un'essenza miracolosa, tremando di spanderne una goccia; senonchè, di tratto in tratto, una leggerissima oscillazione della loro persona, o un largo e maestoso giro da tiro a quattro che fanno intorno ad un piccolissimo ostacolo, rivelano che quell'essenza miracolosa è Barolo.
In altri il vino eccita particolarmente il sentimento cavalleresco. Ragionevoli e contegnosi per ogni altro verso, non rivelano l'ebbrezza che in un insolito ardore bellicoso, che li spingerebbe, come don Chisciotte, ad affrontare un esercito. Acquistano una delicatezza d'amor proprio ombrosissima. Scattano per nulla, e qualunque questione si presenti, non riconoscono altro scioglimento che il duello. Come Macbeth il manico del pugnale, essi vedono da tutte le parti l'elsa d'una sciabola o l'impugnatura d'una pistola. S'intromettono nelle contese per pigliar le parti del più debole, assumono le difese d'un assente, a loro indifferentissimo, con parole provocanti, si arrestano bruscamente in mezzo alla strada a fissare lo sconosciuto che li ha sogguardati passando... Li abbiamo visti tutti, cento volte, in una sedia chiusa o in un palchetto d'un teatro, voltare la faccia superba verso la folla che gli ha imposto silenzio, e cercare da per tutto con due occhi guerrieri uno spettatore che assuma la responsabilità del vasto oltraggio anonimo della platea. Chi non sa, immagina che siano anime fiere e imperterrite, preparate a tutto, piene d'un sublime disprezzo della vita. Niente affatto. Son buoni diavoli che hanno vuotato una bottiglia; duellisti di concetto, D'Artagnan d'una sera, che domani all'alba si meraviglieranno altamente delle loro audacie notturne.
Un'altra forma curiosa d'ebbrezza è quella che si riscontra specialmente in certe nature sobrie e discrete, le quali serbano la giusta misura in tutte le cose, e son poco accessibili alle passioni turbolente. Costoro, arrivati a un certo grado d'ebbrezza, non si trovan più bene in compagnia, si separano dagli amici, rifuggono dal chiasso, hanno bisogno di portare a spasso la loro beatitudine in luoghi solitarii, al lume della luna, e là meditano sui propri affari, o filosofeggiano serenamente sulla vita umana, fermandosi a contemplare bellezze di paesaggio non prima vedute, errando a caso, espandendo l'anima in una muta riconoscenza davanti all'immensità della natura. Costoro si potrebbero chiamare gli «Arcadi dell'ebbrezza». Il vino pare che si tramuti in latte nelle loro vene, e che addolcisca ancora la loro indole già mite e tranquilla. E si riconoscono a primo aspetto. S'incontrano spesso per i viali esterni della città, a notte innoltrata. Un solfeggio soave annunzia il loro avvicinarsi; poi si vede uscire dall'ombra il loro viso placido — ci danno uno sguardo benigno — e scompaiono. Vanno a riposare col cuore contento e s'addormentano con un sorriso.
Questa specie d'ebbrezza riposata ha il suo perfetto rovescio in quella a cui vanno soggetti certi uomini d'indole ardente e inquieta, che eccedono in ogni cosa. Costoro, una volta in preda all'ebbrezza, entrati in quel godimento febbrile della vita, ci si afferrano con una avidità rabbiosa; non possono saziarsene; vorrebbero che durasse eternamente. Il pensiero che la serata avrà una fine, che la compagnia si sbanderà, e che nella solitudine in cui rimarranno andrà disperso quel tesoro di felicità passeggiera che si son procurati col vino, li contrista e li affanna. Quando tutto par finito, colmano ancora i bicchieri, trattengono gli amici con preghiere, riconducono indietro chi vuol andarsene, si lamentano e si sdegnano. Poi, come l'uomo delle folle di Edgardo Poe, che ha il terrore della solitudine, perduta la prima compagnia, vanno a cercarne una nuova, corrono d'un luogo in un altro, fino a notte tardissima, fin dove resta ancora una scintilla di vita, nella quale soffiano affannosamente per farne divampare la fiamma, e quando finalmente rimangono soli, svaporata tutt'a un tratto l'ebbrezza, ritornano a casa irritati con sè stessi e con tutti, maledicendo il mondo ipocrita o stupido che congiura contro i loro piaceri.
Altri, e sono forse i più ameni, hanno il vino amoroso. Per loro l'ebbrezza si riduce a una visione del paradiso islamitico. Possono essere costretti a mutar discorso cento volte, ma ritornano ostinatamente su quel dolce argomento. Ricordi d'avventure giovanili, frammenti di poesie erotiche, nomignoli di antiche amanti, rimasugli già carbonizzati di vecchie passioncelle di contrabbando, tutto si ravviva in loro e rimonta a galla per effetto di qualche bicchiere di vino. E non ci rimonta altro. Nei loro brevi silenzi non fantasticano che disegni arditi di dichiarazione d'amore e di sorprese notturne. Il fruscìo di una veste li scuote come una musica. Il loro occhio nuota nella dolcezza, la loro bocca piglia degli atteggiamenti vezzosi da putti d'oleografia e il loro linguaggio è tutto intonazioni languide, reticenze vanitose e piccoli motti a doppio senso, di cui sorridono strizzando gli occhi con una compiacenza profonda. Non c'è nulla di più comico che il veder spuntare a poco a poco, per effetto del vino, qualche volta sotto l'apparenza d'un uomo abitualmente austero, questa piccola effigie nascosta di Don Giovanni ringalluzzito, che s'era lontanissimi dal sospettare.
Ci sono altri in cui il vino eccita particolarmente le facoltà intellettuali. È un effetto comune; ma in costoro giunge ad un grado meraviglioso. Non è solamente un'esaltazione, è una trasformazione. Persone incolte, di mediocre intelligenza, di parola rozza, senza nessuna qualità seducente — acquistano tutto. Rivelano improvvisamente delle cognizioni che non si credeva che avessero, parlano spigliatamente una lingua che non gli s'è mai intesa parlare, si cacciano in discussioni in cui non hanno mai osato aprir bocca, e confondono avversari superiori a loro con lampi inaspettati d'ingegno. S'entusiasmano poi del loro trionfo, e così aggiungono ebbrezza ad ebbrezza. Si colorano, diventan belli, nobili di atteggiamenti e di mosse, e lasciano un alto concetto di sè in chi li vede allora per la prima volta. E la mattina dopo — tutto è svanito. Chi li ha conosciuti la sera, non li riconosce più. Sono di nuovo incolti, rozzi, mezzo intontiti, e disamabili. Non rimane più che lo scheletro nero d'un fuoco d'artifizio bruciato.
Altri, di fibra delicata e eccitabile, di carattere gaio, e abitualmente sobrii, hanno un'ebbrezza quasi istantanea, che si manifesta in una forma stranissima. Bevuti i primi bicchieri, son perduti; tutte le loro idee si scompigliano come per un accesso di delirio; uomini d'ingegno, si lasciano sfuggire dalla bocca le più strampalate sciocchezze e i più massicci spropositi; ridono come bambini, parlano colla voce in falsetto, si sbracciano in gesti scomposti di Pulcinella; e si fa di loro quel che si vuole: si prestano alle più grosse celie, creduli, arrendevoli, grandi fanciulloni senza giudizio, pieni di capricci matti, che bisogna poi accompagnare a casa a braccetto, perchè non facciano qualche gran buffonata per le strade da tirarsi dietro la ragazzaglia.
Un'altra varietà frequentissima dell'ebbrezza è quella della malinconia. Ci son molti, in cui il vino non eccita che il sentimento delle cose tristi, o piuttosto della poesia delle cose tristi, poichè in quelle manifestazioni ch'essi fanno della propria tristezza, c'è in fondo una compiacenza che esclude la tristezza vera. La loro ebbrezza è una giovialità vestita a bruno. Mentre la comitiva degli amici, dopo il banchetto, riempie la sala di risa e d'allegria, essi stanno in un angolo, dove hanno imprigionato un amico condiscendente, al quale raccontano con lunghi particolari tristi la storia della malattia d'un parente, una disgrazia toccata a un amico, una visita a un camposanto; senza ombra d'ostentazione, con un accento sincero, con parole commoventi, con una voce dolcemente monotona, con una delicatezza squisita di sentimenti e di espressioni, che non hanno mai mostrata a digiuno, e che li fa giudicare assai più sensitivi e più poetici di quello che sono. E smaltiscono qualche volta il vino bevuto in una rugiada di lagrime mute, che fanno un effetto singolare sul loro bel faccione imporporato dal Barbera.
C'è un altro tipo curioso d'ubbriaco, per citarne ancor uno, che non si ritrova che nel basso popolo; un bevitore nel quale pare che il vino susciti principalmente il sentimento dell'ammirazione e della devozione per tutto quello che è in alto sulla scala sociale. Sono per lo più buonissime nature, nelle quali è vivo e profondo il sentimento dell'ordine, dell'ossequenza ai superiori, del rispetto alla legge, accresciuto anche da una certa timidità e da un certo concetto quasi fantastico che hanno di tutto ciò che è al disopra di loro. Son quegli ubbriachi che si vedono qualche volta per le strade, cercare, col cappello in mano, di intavolare dei discorsi accademici cogli agenti della forza pubblica; recitare ad alta voce, da soli, il panegirico d'un padrone, di qualche grande uomo ignoto, che li ha beneficati, e per cui si dichiarano pronti a dare la vita; protestare col primo venuto, picchiandosi il petto, d'esser buoni cittadini, devoti al re, ossequenti a tutte le autorità costituite; e desolarsi pel timore di non esser creduti; giurare qualche volta colla voce rotta dai singhiozzi e col viso rigato di lacrime, che mai non mancherà il loro sostegno alle istituzioni nazionali e che la dinastia regnante può contare sulla loro fede.
Tutti costoro appartengono alla categoria di quei che hanno, come dicono i francesi, le vin bon enfant. Rimane il così detto «vino cattivo», di cui son pochi, senza dubbio, quelli che non abbian fatto esperienza. La sentenza: ha il vino tristo chi ha il cor tristo, non è giusta. Il vino produce delle ebbrezze tristissime anche nelle migliori nature. Chi è ricorso qualche volta al vino per consolarsi o per dimenticare, trovandosi irritato da contrarietà, o tormentato da qualche sentimento d'odio o di rancore, si ricorderà di un effetto singolare che ne ha risentito, opposto affatto ai suoi desiderii: la sua mente s'è eccitata, ma senza riuscire a svincolarsi dai pensieri che la possedevano; le sue idee si sono colorite, ma solamente quelle idee, come se affollate, strette sulle porte della mente, assorbissero esse sole tutti i vapori inebbrianti, e impedissero loro di penetrare più addentro, fino a quel piccolo mondo d'idee e d'immagini ridenti che mettevano in ribollimento altre volte. La piena dell'ebbrezza s'è gettata tutta nel sentimento che ha trovato predominante nell'atto di prorompere, e ha preso la natura e il corso di quel sentimento. E allora è inutile qualunque sforzo si tenti per ricondurla alle sorgenti dell'allegrezza. I pensieri e i ricordi tristi e irritanti si chiamano, si concatenano, ingigantiscono, colla stessa rapidità, colla medesima progressione, che seguono nell'ebbrezza allegra i pensieri e i ricordi di natura opposta. Dispiaceri antichi, offese patite in altri tempi, sospetti che s'erano già dissipati, previsioni di danni ch'erano già svanite, visi odiosi di nemici, intenzioni malevole indovinate o supposte, tutto ritorna alla mente, s'illumina, per così dire, e acquista un'evidenza straordinaria: a poco a poco ci pare che il mondo intero stia contro di noi; sospettiamo un significato ostile in ogni parola; e un sentimento sordo d'ira e di rivolta si impadronisce del nostro cuore. Ed è impossibile nasconderlo: le labbra si contraggono, ma non sorridono, lo scherzo esce ghiacciato, la guardatura è falsa e la voce rotta e tagliente. Ed è inutile cercar di liberarsi da quello stato, intorbidando la mente; i bicchieri succedono ai bicchieri, e la mente conserva una lucidità ostinata e sinistra. Il vino non fa che accrescere l'irritazione, la quale irritazione accresce le forze per resistere al vino. Ed è singolare come si conserva la coscienza netta del proprio stato, durante questa specie d'ebbrezza livida, che esalta unicamente la parte peggiore di noi; come si segue distintamente in tutti i suoi contrasti la lotta dei buoni sentimenti che voglion riprender l'impero, coi sentimenti tristi che li tengon sotto, schiacciati. Si vedono dei disgraziati, imbestialiti da quest'ebbrezza, in mezzo ai parenti e agli amici ch'essi contristano o spaventano, accusarsi d'esser bruti, scellerati, indegni del nome d'uomini, qualche volta percuotersi colle proprie mani e non riuscire a domarsi. Si vedono alle volte, in una contesa furiosa, quetarsi tutt'a un tratto, mostrare di esser sul punto di dire una buona parola che accomoderebbe ogni cosa, averla sull'orlo delle labbra, fare uno sforzo per pronunciarla... — e no — vomitare invece una bestemmia o un insulto, come se un demonio, a cui avessero venduta l'anima, glie la strappasse dalla gola. A costoro spetta veramente il nome che dànno all'ubbriaco gl'Indiani: ramyan, che significa arrabbiato. Nessun tormento si può immaginare peggiore di questa perversità, da cui l'uomo si sente dominato e travolto, che non è sua, che gli strozza la volontà, gli snatura il cuore e gli avvelena il sangue; in nessun stato più opportuno si potrebbe mettere lo psicologo, per rendersi ragione di certi atti di scelleratezza insensata, che ci paiono inesplicabili, per comprendere, cioè, come si formino quegli accozzamenti mostruosi di sospetti infondati, da cui nascono le certezze tremende, che immolano alla vendetta degli innocenti; che cosa siano quelle sataniche torture dell'ira e dell'odio, per liberarsi dalle quali pare così poca cosa commettere un delitto e sacrificare la libertà di tutta la vita; come nascano e prorompano certe furie feroci, delle quali l'uomo è nello stesso tempo reo, vittima e ludibrio, e in cui la nostra mente, quando cerca la misura della colpabilità, si confonde e si perde. L'uomo più buono di noi, che sia stato una volta sotto l'influsso di questo vino, si ricorderà d'aver avuto dei momenti in cui si è sentito capace delle più inique azioni; e chi ha fatto quest'esperimento una volta, dopo la prima parola d'esecrazione che gli strapperanno certi delitti, lascierà sempre un angolo del cuore aperto alla pietà.