Il vino produce ancora degli effetti assai diversi, non solo secondo la passeggiera disposizione d'animo del bevitore, ma secondo le età. Nella prima gioventù gli effetti sono massimi. Il Goethe ha definito la gioventù «un'ebbrezza senza vino». Aggiungendovi il vino, l'ebbrezza diventa quello che l'ha definita Seneca: una volontaria pazzia. Le speranze e le illusioni proprie dell'età, già così vive nello stato abituale, non han bisogno che di un leggerissimo eccitamento per acquistare colore e potenza di cose reali; quell'embrione di grande uomo, che ognuno sente dentro di sè a vent'anni, diventa grand'uomo di slancio, e si afferma con tutta l'alterezza e tutta l'audacia che dà la coscienza della grandezza; un sentimento smisurato delle nostre forze ci spinge alla ribellione contro tutte le leggi e tutte le discipline; vorremmo aprirci la strada nel mondo calpestando e rovesciando tutti gli ostacoli; e non potendo far altro spezziamo quanto ci cade nelle mani; ci sentiamo quello che un fisiologo definì benissimo il tatto pazzo dello scomporre, un furore di distruzione e di disordine, che tende particolarmente all'infrazione dei regolamenti di polizia urbana, e vorrebbe la città intera a spettatrice. Verso i quarant'anni, l'edifizio delle nostre idee e dei nostri sentimenti ragionevoli, più solidamente costrutto, resiste meglio alla scossa dell'ebbrezza; abbiamo un'ebbrezza più raccolta; fra le sue belle illusioni non ci lasciamo più ingannare che dalle più modeste; amiamo ancora il chiasso, ma a patto che non si senta dalla strada; ci piace ancora la conversazione sbrigliata, ma fra amici intimi; non si prova più gioia, ma solamente contentezza, un certo sentimento consolante dei vantaggi della propria età e del proprio stato, una certa disposizione amorevole, che si rivela in intonazioni vocali da padre nobile, amante della pace e dell'onesta allegria, e dopo ogni sorsata di vino, ci sentiamo dare un colpo sulla spalla dalla mano pesante della Prudenza. Nei vecchi, in cui la vivacità dei sensi è quasi tutta ridotta nel gusto, l'ebbrezza è un piacere più fisico. D'altra parte, essa non può più in loro abbellire l'avvenire: non abbellisce più che il passato: è come un'ebbrezza della memoria, una visione rosea della gioventù e dell'età matura, accompagnata da una certa acquiescenza serena alla dura legge della natura, contro cui si ribellano ordinariamente; uno stato d'animo così bene rappresentato in quei vecchi ubbriachi del Teniers e del Van d'Ostade, seduti accanto a una tavola, col bicchiere fra le mani, un po' ingobbiti, cogli occhi semichiusi, in cui luccica una scintilla di malizia e lampeggiano mille ricordi ameni di bricconate giovanili, con un guizzo di sorriso sulle labbra, che esprime una sensazione di tepore voluttuoso, con un mento rosso e sporgente, una bazzettina piena di filosofia, che pare che dica: Ci è più poco da godere; ebbene?... ingegniamoci di goder questo poco.

Ma gli effetti più potenti e più strani del vino non possiamo vederli fra noi, perchè in noi sono scemati dall'abitudine ed anche frenati nelle loro manifestazioni dal sentimento della dignità e delle convenienze sociali. Per vederli in tutta la loro potenza dovremmo andarli a cercare fra quei selvaggi ancora incorrotti, discendenti di generazioni vergini d'alcool, a cui i viaggiatori europei porgono i primi bicchieri. Quasi tutti gli esploratori dell'Africa ci resero conto di qualcuna di queste esperienze. Noi non abbiamo idea di quegli accessi d'ilarità mostruosi, di quelle furie indomabili, che li spingono ad affrontare per gioco pericoli mortali, di quegli impeti di gioia, in cui si rotolano per terra come frenetici, di quelle risa, come riferisce lo Stanley, che somigliano a ululati e a ruggiti di belve. A quelli si può veramente applicare il detto del Montaigne, secondo il quale il vino non solo altera, ma rovescia la ragione. E l'ebbrezza si produce con una rapidità che spaventa. Ricorderò sempre l'esempio che ne vidi in una città africana, in un povero giovane arabo, venuto là per la prima volta dai confini del Sahara, grave e pensieroso come un anacoreta. S'era in un giardino; egli stava seduto sull'erba: gli mettemmo davanti un grande bicchiere colmo di vecchio vino di Xeres. Egli non aveva del vino che quel meraviglioso e misterioso concetto, che glie n'avevan dato le maledizioni degli sceicchi e dei sacerdoti islamitici; concetto che glie ne aveva fatto nascere un desiderio ardente, pieno di curiosità e di paura. Nel giardino non c'erano musulmani; poteva bere non visto; la tentazione era grande. Girò gli occhi intorno, e poi li fissò — dilatati — sopra il bicchiere. Stette così immobile per qualche minuto; era agitato; gli si vedevano passare sul viso, come lampi, mille pensieri. L'aveva dunque davanti finalmente quel liquore favoloso, di cui basta bere una goccia, come dice il Corano, per tirarsi sul capo le maledizioni di tutti gli angeli del cielo e della terra. Pareva che lo sentisse già in sè tutto quel mondo fantastico in cui l'avrebbe trasportato quel vino: sogni di potenza e di ricchezza, risa argentine di belle donne, promesse di voluttà, ire superbe, visioni del cielo. E assorbiva il bicchiere cogli occhi. Ma non osava afferrarlo. Fra lui e quel bicchiere c'era una formidabile barriera: il suo Dio. Allungava il braccio e lo ritirava, guardava noi, strappava i fili d'erba d'intorno colla mano convulsa, si vedeva che soffriva. Finalmente afferrò il bicchiere, lo avvicinò alla bocca; ristette di nuovo incerto.... poi il diavolo vinse: vuotò il bicchiere d'un fiato. Subito dopo, si coperse il viso colle mani, e rimase qualche tempo così, come in atto di aspettare. Poi allargò le mani e ci guardò. Non c'è parola che possa esprimere il cambiamento di quel viso: era il viso d'un altr'uomo; v'era dipinta una tale confusione di gioia, di meraviglia, di terrore, uno sconvolgimento così profondo di tutto il sangue e di tutta l'anima, che fummo quasi pentiti del nostro atto, come se gli avessimo dato uno di quei filtri malefici delle Mille e una notte, che tolgon la pace per sempre.

Ma continuiamo a studiar gli effetti dell'ebbrezza sull'intelligenza, cominciando dal punto in cui li abbiamo lasciati. Oltrepassato il grado massimo dell'esaltazione intellettuale, tutte le facoltà conservano bensì un'attività vivissima, ma non vanno più bene che per la via diritta; come nel camminare l'ubbriaco si tradisce alla svoltata, così la sua mente manca a se stessa ogni volta che deve fare un'operazione improvvisa. Ed è singolare come, arrivati a questo punto, ci rimane quasi sempre una percezione lucida e per così dire antiveggente di certe difficoltà del discorso, in modo che, parlando, le scansiamo da lontano, come quei che hanno un difetto di pronunzia, scansano le parole in cui si trova la consonante restìa. Nulla è più curioso del lavoro intimo che fa l'ubbriaco per nascondere la debolezza della propria mente. Prepara in segreto le operazioni del pensiero, le quali capisce che non sarà in grado di fare nel calore del discorso; finge di disprezzare o di deridere una ragione del suo avversario, quando non riesce più ad afferrarla; evita con larghe circonlocuzioni pedantesche tutte le frasi che richiedono un giro intricato di sintassi; fa un voltafaccia improvviso e sgarbato davanti a un ostacolo inaspettato, che si presenti nel ragionamento, e gli dà il colore d'un capriccio grazioso di cambiar discorso; s'ingegna con una quantità di piccole astuzie e di piccole ipocrisie, per le quali non solo par che non abbia perduto nulla della lucidità della sua mente, ma che ne abbia acquistata. E più cresce la sua inettitudine, più diventa attiva e gelosa la sua cura di nasconderla. Prova un sentimento di viva soddisfazione ogni volta che riesce a formulare un pensiero senza incertezze; per mostrar che parla facilmente, si serve qualche volta di periodi già fatti, presi nei fondi del magazzino, di quei certi gruppi di idee famigliari che abbiamo tutti, già cento volte espresse, alle quali non c'è più bisogno di cercar la parola; butta fuori precipitosamente la frase che gli balena, per paura che, ritardando un minuto, gli sfugga, e nasconde il vero perchè di quella precipitazione fingendo un impeto di passione, che non sente. Senonchè, cessando per un solo secondo quello sforzo, subito un grossolano scambio di parole, un vocabolo usualissimo che non ricorda, una ripetizione d'una superfluità puerile, rivela che le sue facoltà mentali sono inceppate. Ed è curioso questo, che si potrebbe chiamare il supplizio del bevitore, che in mezzo a tanti altri obblii, quello della dignità della propria ragione sia l'ultimo a coglierlo, in modo che nulla l'offende così amaramente come il sentirsi dire che non è più in sè, ed egli si condanna qualche volta, per prevenir questa offesa, a una lotta col proprio pensiero, che lo lascia spossato dalla fatica, colla fronte grondante di sudore. Ma viene il momento in cui la lotta è superiore alle sue forze, ed egli comincia a perder terreno. Rimarrebbe umiliato, credo, qualunque bevitore, se il giorno dopo l'orgia potesse seguire a passo a passo, nei propri discorsi stenografati, il suo progressivo istupidimento della sera innanzi. Il suo periodo, d'una larghezza ciceroniana da principio, pieno d'incisi e di aggiunti, si va a poco a poco sfrondando e spezzando finchè si riduce allo stile trinciato degli oratori asmatici. Quel sentimento di decoro del discorso che gli faceva mettere almeno un'apparenza di attaccatura fra soggetto e soggetto, svanisce a poco a poco: egli caccia brutalmente nella conversazione quello che gli viene sulle labbra, senza curarsi che cada o non cada a proposito. Poi, gradatamente, l'aneddoto s'appesantisce e s'allunga, lo scherzo piglia il verso d'un ritornello, il pensiero non esce più che in sentenze maestosamente insignificanti, in proposizioni semplici, composte di soggetto, verbo e attributo, messi l'un dopo l'altro con gran riguardo, previo un atto di riflessione, come si collocano gli oggetti fragili; ed infine non è più che una dispersione di mezze idee che vengon su come a caso, e si spengono appena accese, come le lucciole; pensieri che si perdono a mezza strada della frase, bolle e fuochi fatui della mente, che svaniscono a mezz'aria, senza incontrar la parola. E allora sì il bevitore è orgogliosamente geloso della sua ragione: un leggiero sorriso che egli colga a volo sulle labbra d'un commensale, una toccatina di gomito che sorprenda fra due vicini, gli è una pugnalata nel cuore.

Di qui non c'è più che un passo per entrare nell'ultimo periodo, nel quale se l'ubbriaco potesse aver coscienza netta di quello che accade nella sua mente, ne rimarrebbe sgomentato. A un certo punto succede come un risveglio improvviso nelle sue facoltà, che gli fa credere d'essere ancora molto lontano dall'ultimo grado dell'ubbriachezza; ma è un risveglio disordinato e tumultuoso, che dura pochissimo. Le idee gli ballano nella mente come le ombre in una stanza rischiarata da un lumicino mosso dal vento, o vi girano dentro con una rapidità vertiginosa, come palle agitate in una sfera cava, senza ch'egli possa raggiungerle. Quando riesce a raggiungerne una, ci si afferra con tutte le forze che gli rimangono, come a un filo di salvamento in un labirinto, sentendo che, perduta quella, ritornerà a brancolare nelle tenebre. Quindi quelle insistenze interminabili in un ragionamento semplicissimo, quelle frasi cento volte ripetute, pestate nella testa di chi ascolta, con una ostinazione implacabile. Poi si succedono spettacoli, atti, discorsi, che rimarranno tagliati netti dalla sua memoria, lasciandovi un vuoto oscuro e profondo, nel quale s'affaticherà inutilmente il giorno dopo a rintracciare il solo barlume d'una reminiscenza. Poi ancora dei brevi ritorni in se stesso, durante i quali pare che gli s'accenda nel capo un'ultima fiammella, non per altro che per rivelargli il disordine miserabile della sua mente; momenti in cui egli fa un ultimo sforzo per riafferrare la sua ragione, e si sente oppresso da un grande rammarico, si rivolge confusamente dei rimproveri amari, giura a se stesso di non ridursi mai più in quell'ignobile stato. Poi tenebre fitte daccapo, a cui succedono capricci insensati di ritornar nei luoghi dov'ha bevuto, in mezzo alla gente, ai lumi e allo strepito, come se sperasse di ritrovare in quei luoghi la ragione che v'ha lasciata; e quindi rabbie improvvise di non aver le forze corrispondenti alla volontà, di sentirsi così, impotente, come un bambino o un decrepito, a discrezione del primo venuto; rabbie soffocate tutt'a un tratto dall'immagine d'una persona cara o d'una sventura domestica, che gli gonfia il cuore di tristezza e gli solleva un'onda di pianto; da cui ricade un momento dopo in un riso senza cagione, sciocco e inestinguibile, che gli fa nodo alla strozza. E finalmente l'insensatezza: smarrito affatto il sentimento del tempo; turbata, come nei sogni, l'idea dello spazio; uno stupore profondo di ritrovarsi in luoghi dove non si ricorda d'aver voluto venire, di sorprendersi a parlare con gente con cui non sa nè come nè quando si sia accompagnato; il soliloquio ad alta voce, l'apostrofe diretta all'assente, un turbinìo vorticoso di pensieri oscuri e di parole monche che si cercano e si urtano senza potersi congiungere, la vista doppia, le vie danzanti, l'universo sconvolto, una stanchezza infinita della mente e del corpo, che pare un presentimento della morte, — e poi l'ultimo obbrobrio — la caduta; — lo spettacolo più miserabile e più triste che possa dar l'uomo di sè, dopo il delitto; ma che fa pensare a qualche cosa di ancora più triste: alla famiglia povera e desolata che aspetta.

Merita osservazione, pure, lo stato di mente e d'animo in cui si trova il bevitore dopo svanita l'ebbrezza. Certi pensieri profondi e tristi sulla caducità delle cose umane non si presentano mai con tanta intensità come la mattina dopo l'orgia, a traverso alla nebbia leggiera che succede ai fumi densi del vino, nel momento in cui si spalanca la finestra, e si vede, con un sentimento di stupore, che il mondo va del suo solito passo, che nulla vi è di cambiato, che tutto quello che abbiamo visto, sentito, sperato la sera innanzi, non è stato altro che un sogno. Quei pochi fantasmi che ci rimangono dell'ebbrezza, si disperdono a quel primo soffio dell'aria mattutina, come maschere allo spuntare dell'alba del mercoledì delle ceneri. Ci vergogniamo allora di aver dato fede, come bambini, a tutte le false promesse del vino. Ricorriamo con inquietudine gli avvenimenti della sera innanzi, ci ricordiamo delle parole imprudenti, delle espansioni puerili del cuore, di mille sciocchezze e di mille sconvenienze, e ne restiamo umiliati e irritati. L'aver scoperto segreti e debolezze altrui non ci compensa affatto dello sproposito di aver messo a nudo le nostre. Ci vorremmo nascondere per qualche tempo agli occhi del mondo. Ci sentiamo svogliati d'ogni cosa, inetti al lavoro, colla testa e col cuore vuoti, senz'altro sentimento che quello d'un'uggia e d'un avversione inesprimibile per le persone e per i luoghi dove abbiamo commesso i disordini. Ma questo stato produce quasi sempre qualche effetto salutare: una reazione di sobrietà, un ravvivamento passeggero di affetto per la casa, come un bisogno di rifarci, col lavoro e col raccoglimento, di quella dispersione scioperata che abbiamo fatto di noi stessi. Tanto è vera quella sentenza d'un moralista: che un uomo onesto non è mai tanto sinceramente e risolutamente «morale» come dopo un'orgia. E poi, sofisticando, ci consoliamo benissimo delle nostre imprudenze; pensiamo che è stata giustizia l'esserci rivelati per quello che valiamo; che certe debolezze hanno ricevuto il loro meritato castigo mettendosi spontaneamente alla berlina; e che, infine, senza questi disordini, gli uomini si conoscerebbero assai meno tra di loro, ridotti, come sarebbero, a quelle conversazioni ordinarie, che sono come un gioco continuo d'astuzia, con cui ciascuno cerca di scoprire quanto più è possibile l'animo altrui e di nascondere il proprio. L'ebbrezza, ci diciamo, costituisce per gli uomini, nella società irreligiosa, una specie di confessione civile; della quale, cessati gli effetti del vino, l'orgoglio può rimanere offeso — e questa è la penitenza — ma la coscienza finisce per sentirsi alleggerita; ciò che equivale all'assoluzione.

C'è ancor da dire degli effetti del vino sul lavoro intellettuale, e s'intende dei lavori d'immaginazione, perchè sono i soli, è da credersi, riguardo ai quali possa nascer quistione se giovi o non giovi l'ebbrezza. Il vino è stato chiamato il cavallo del poeta. E non si può negare, certamente, che in groppa a questo cavallo, il poeta, se non va sano, va lontano. Le prime volte che si scrive in uno stato di leggera ebbrezza, se n'esce entusiasmati. Sotto quell'ondate di sangue ardente che vanno al cervello, non è più la così detta danza delle cellule, quella che si produce, è la ridda; non è più il soffio, è l'uragano dell'ispirazione. Quell'esclamazione intima di stupore e di piacere, che accompagna, come disse benissimo il Desanctis, ogni lampo di vera ispirazione, ci suona dentro con una frequenza consolante. È anzi uno dei caratteri distintivi del lavoro che facciamo sotto l'influsso del vino, questa soddisfazione grande di noi stessi, che si manifesta di tratto in tratto in veri scatti di gioia e in voci di applauso; sia perchè la nostra mente sovreccitata, ribelle al lavoro freddo dell'analisi, accetta tutto quello che le si presenta; sia perchè l'animo si trova in uno stato di mobilità, vigore e calore tale, che basta la più imperfetta espressione di un'idea o d'un sentimento poco più che volgare, a scuoterlo profondamente. Il lavoro perciò è gradevolissimo. Non si prova più, nell'atto della creazione, quel tormento così bene espresso dal Musset, che diceva di durar fatica a trattener delle grida di spasimo quando si sgravava d'un'idea. Il parto si fa senza dolori. Non ci si presentano più gruppi, ma fughe d'idee, di cui le ultime svaniscono mentre gettiamo le prime sulla carta; la penna non può più seguire la dettatura del pensiero; abbrevia, accenna soltanto, ricorre ai segni algebrici, nota un'idea con un girigogolo, serpeggia qualche volta sul foglio senza nulla segnare. E quando il lavoro è finito, si getta un grido di trionfo, certissimi d'aver fatto un capolavoro. — Ma è un lavoro incompleto. Il giorno dopo, rileggendo a mente fredda, si prova quasi sempre un gran disinganno. È un'impressione curiosissima. S'era creduto di fare un tessuto fitto, e s'è fatto invece una stoffa a trafori. Ci accorgiamo che ognuna di quelle belle idee è come solitaria fra le altre; le catene d'idee intermedie, da cui ci parevano collegate, nell'atto del lavoro, le idee principali, si sono spezzate; alcune idee si sono completamente scolorite; di altre non riconosciamo più la proprietà, e ne restiamo sorpresi, come se fossero roba altrui; scopriamo cento piccoli errori di gusto, di opportunità, di misura; di quei difetti di giustezza, appunto, che trovava il Goethe negli ultimi scritti dello Schiller, quando lo Schiller, per rinvigorirsi, beveva; — riconosciamo, infine, che si son mosse con una forza straordinaria le grandi ruote, per dir così, della macchina del pensiero; ma che tutte quelle minutissime rotine intime e secrete che compiono il lavoro più delicato, son rimaste ferme. Non c'è il menomo dubbio. Il prosatore potrà, sotto l'azione del vino, spandere il suo pensiero in larghe ondate di prosa facile e sonora, ma non farà certamente un solo di quei periodi potenti, pieni di costrutti ingegnosi e di artifizi sottili di collocamento, in cui ogni parola ha la sua efficacia massima; che sono come un nodo serrato di fili d'oro, ed ogni filo è un pensiero; e fanno esclamare, leggendo: — Ecco un maestro. — Il poeta potrà trovare nell'ebbrezza le idee e i versi più splendidi della sua lirica; ma non riuscirà certamente nell'orditura faticosa della strofa; e si potrebbe affermare che non n'è uscito dal vino neppur uno di quegli inimitabili gioielli di sonetti e d'ottave, d'una perfezione disperata, su cui si stanca da secoli l'ammirazione umana. Oltrechè la durata utile di quest'esaltazione artifiziale della fantasia è brevissima, e le succede uno stato di stanchezza affannosa, durante il quale la mente insiste ancora con violenza nel lavoro, ma non lavora più. Nè la soddisfazione che dà quel lavoro facile e tumultuoso dell'ebbrezza, vale quella che prova la mente tutta presente a sè, quando nell'atto stesso che produce, critica e difende l'opera propria, ne esce, vi rientra, tenta e ritenta le difficoltà da cento parti, e si fortifica nei suoi sforzi, e studia sè stessa nelle sue fatiche. E d'altra parte, è quasi il sentimento della dignità umana che ci fa desiderare che non si possano scrivere grandi cose sotto l'influsso del vino. Noi ammireremmo meno, senza dubbio, i grandi poeti, di cui sappiamo che domandarono spesso le ispirazioni all'ebbrezza, se, leggendo le loro opere, potessimo riconoscere ad una ad una, come pretendeva un fisiologo spagnuolo, riguardo al poeta Espronceda, tutte le idee che sono spuntate nel loro cervello nell'atto che rimettevano il bicchiere vuoto sul tavolino. Ci parrebbe che quelle idee le avessero prese, in certo modo, fuori di loro, con un artifizio indecoroso, che le avessero, direi quasi, scroccate, o che almeno dell'ammirazione che ci destano, una parte fosse dovuta al fabbricante del vino che hanno bevuto per ispirarsi. Sentimento benissimo espresso da un poeta italiano, il quale mise a confronto dei poeti antichi, che, presi dall'ispirazione, cantavano all'aria aperta, accompagnando il verso colla cetra, col viso radiante e colle vesti discinte, e la poesia prorompeva spontanea, a torrenti, dalla loro anima commossa, — il poeta moderno, — il quale, chiuso nel suo gabinetto, si gratta il capo, scrivendo, come prescrivono gl'igienisti, piglia un sorso di caffè quando l'idea si fa aspettare, beve una goccia di Madera quando la rima non viene, si mette un pannolino bagnato sulla fronte, perchè non svaporino gli ardori, quando l'ispirazione si raffredda, accende una sigaretta per darsi l'impulso a far l'ultima strofa, e così caccia avanti lo ingegno a furia di spunzonate e di pizzicotti, come un giumento restìo. Certo, di tutte le facoltà della mente, l'ultima a risentir gli effetti dannosi dell'abuso del vino è la facoltà immaginativa, perchè le sue funzioni sono analoghe, si confondono quasi cogli effetti del vino medesimo; ed è questa la ragione per cui tanti poeti e tanti artisti andarono avanti spensieratamente sulla strada del vizio, non accorgendosi, per molto tempo, di nessuna diminuzione nella loro potenza artistica. Le loro prime idee erano sempre grandi, le linee principali delle opere che concepivano erano sempre bellissime, perchè erano il risultato di operazioni istantanee e quasi involontarie del loro ingegno. Quello che scemava in loro era la memoria, la facoltà dell'attenzione e della riflessione, la forza di resistenza alle fatiche del pensiero. Ma all'indebolimento di queste facoltà, che rendeva loro sempre più difficile l'incarnazione dei propri concetti, riparavano, senza accorgersene, consacrando all'opera un tempo maggiore, facendo con una serie di sforzi successivi ciò che avrebbero fatto una volta di primo getto; e ingannavano sè stessi attribuendo a una maggiore profondità di pensiero, a una più difficile contentabilità dell'opera propria, la lentezza che derivava, in realtà, dalla scemata potenza intellettuale. E decrescendo sempre più questa potenza si ridussero a poco a poco nello stato di quegli artisti beoni, la cui vita non è più che una successione di grandi disegni e di grandi propositi, sempre più grandi, quanto più manca la forza d'attuarli; di quegli artisti che muoiono non lasciando per eredità che un tritume di frammenti — grandi quadri dispersi in schizzi — romanzi sbriciolati in scenette — programmi e titoli pomposi di opere di lunga lena, di cui parlarono per anni e non ne scrissero una riga. C'è persino l'esempio d'un poeta olandese, bevitore incorreggibile, il quale avendo concepito e cominciato a scrivere a quarant'anni un grande poema sulla conquista delle Indie, morì a cinquant'anni, non lasciando altro che una sciarada sullo stesso soggetto che fu pubblicata in un giornale illustrato di Leida.

Veduti gli effetti psicologici passeggieri del vino, vediamo i suoi effetti lenti e durevoli: l'azione che esercita sul carattere e sulla vita dei bevitori.

E prima di tutto, arrestiamoci un momento a quella che si suol chiamare «la grande famiglia dei bevitori», grande veramente, innumerevole, svariatissima, stranissima, nella quale si ritrovano i caratteri più opposti, la gente di condizione più disparata, l'uomo di genio e lo scimunito, l'opulenza e la miseria, la bontà più amorevole e l'iniquità più feroce; e nel vizio stesso una varietà infinita di origini, di svolgimenti e di scopi. C'è chi beve per procurarsi un godimento fisico, quasi animalesco, senza cercare l'alterazione della mente, e chi beve per ingannare la noia di una vita oziosa e solitaria. Alcuni ricorrono al vino per ringagliardire un organismo logorato da lunghe privazioni, altri per guarirsi o preservarsi da malanni immaginari, altri per consolarsi di un amore tradito o d'un rovescio di fortuna. C'è chi è diventato bevitore in forza d'una tendenza ereditaria, frutto di malattie, e chi è caduto nel vizio, senz'avvedersene, fin dalla primissima età, corrotto dall'esempio. Alcuni bevono per ostentazione di scapestrataggine, altri per dispetto, altri, di natura affettuosa, per riempire la vita vuota d'affetti. Ci son degli uomini d'un organismo potente che eccedono nel bere, come in tutte le cose, per una certa brutalità di bisogni giganteschi, che li costringe a riparare con acquisti enormi a perdite enormi, a gettare il vino a ondate nel loro corpo come si getta l'acqua a secchie in un cannone infocato. Molti bevono per effetto d'uno scoraggiamento che li prende verso l'età matura, vedendo deluse le ambizioni della gioventù; per sopire il rammarico di non essere riusciti a trovare una via, una forma d'estrinsecazione al loro ingegno; per lenire i dolori d'una malattia particolare dello spirito, che si potrebbe chiamare «della potenza trattenuta». Ci sono altri infine, specialmente fra gli artisti, nature elette, dotati di grande intelligenza e di cuore delicatissimo, ma di tempra fiacca, i quali bevono per attenuare la violenza dei proprii sentimenti, per addormentare la fantasia inquieta che li tormenta, per frenare l'attività eccessiva del loro cervello, che li affatica, anche durante i loro riposi, e li logora. Bevono, come disse dei fumatori il Balzac, perchè hanno delle energie da domare. Ed è questa la cagione principale della intemperanza famosa di tanti poeti: non è vero che bevessero, come suol credersi, per prodursi un eccitamento artificiale, a fine di scrivere; bevevano per acquietare il loro eccitamento naturale, dopo che avevano scritto. E l'ha detto per tutti il tanto citato Alfredo Musset, — il quale un giorno, a un tale che gli domandava perchè cercasse la poesia nel vino, rispose dispettosamente: — Non vi cerco la poesia, vi cerco la pace.

Tutti questi bevitori vanno avanti sulla stessa via fino a un certo punto, e poi si dividono. Gli uni s'arrestano, e diventano i golosi; gli altri tiran via, e diventano gl'ingordi del vino.

Nei primi alla passione si viene ad innestare il capriccio, quasi un sentimento della poesia del vizio, che lo frena, unito ad un raffinamento di gusti che lo ingentilisce; e fra costoro, quelli che hanno borsa pari alla gola, diventano una specie di bibliomani della bottiglia — raccoglitori e assaggiatori, piuttosto che bevitori — dotti nella loro materia — che mettono nella cantina l'amore, gli studi, l'alterezza che uno studioso mette nella biblioteca; e ci hanno anch'essi, infatti, i loro classici polverosi, le edizioni d'antica data, le celebrità straniere, i prosatori un po' grevi, ma sostanziosi del nord, la letteratura passante e leggiera che rallegra senza nutrire, la poesia tutta foco del mezzogiorno, che infiamma ed esalta; che fanno del vino un argomento continuo di ricerche e di discussioni, un'arte, insomma, e una scienza, che provvede nello stesso tempo ai bisogni del loro stomaco e del loro intelletto. E costoro sono quelli che godono veramente il vino. Uno psicologo artista ci avrebbe da fare uno studio curiosissimo. Per loro il bere è una moltiplicazione continua di voluttà squisite, non meno dell'immaginazione che dei sensi. Sentono già in sè, al solo apparire del recipiente, tutta la forza e tutta la gaiezza che v'è imprigionata. Si beano in quella varietà di forme delle bottiglie, snelle, pienotte, maestose, come in altrettanti profili incompiuti di belle donne; provano un senso diverso di piacere alla vista del turbantino verde e del caschetto d'argento; godono a palpare le rotondità eleganti dei calici; nel suono della bottiglia percossa dal cavatappi, sentono una nota d'Adelina Patti; prima di alzare il bicchiere rimangono qualche momento in ammirazione di quei bei rubini o di quell'oro sciolto; poi ne aspirano la fragranza, e tutte le loro glandule salivari versano a onde e a spruzzi i loro succhi. Infine mettono il vetro fra le labbra, ma quasi con rammarico, come Panurge del Rabelais, di non avere il collo lungo tre cubiti per poter gustare meglio qual nèttare; poi — bevono cogli occhi chiusi, e dividono in due operazioni rigorosamente distinte l'assaggiamento e la deglutizione; sentono il primo sapore — il secondo sapore — il terzo sapore; rivoltano il vino colla lingua, lo fanno scorrere lungo le gote, lo gettano verso le fosse nasali per sentirne meglio il profumo, e non si decidono che a stento a lasciarlo colare nella gola, dopo di che stanno ancora raccolti un momento per assaporare la voluttà dell'ultimo effluvio. Risentono in tutte le vene e in tutte le fibre, e lasciano trasparire dal viso, una tale piena di dolcezze e di delizie, che si rimane incerti, vedendoli, fra due sentimenti: non si sa se dobbiamo sdegnarci che l'uomo, capace di tante soddisfazioni altissime della mente e del cuore, metta nel godimento di simili piaceri tutta l'anima sua, o ammirare piuttosto la prodigiosa delicatezza della macchina umana, che consente quei piaceri.