Questi bevitori, dunque, s'arrestano sulla via del vizio; gli altri procedono e passano dalla classe dei bevitori in quella dei briaconi. Costoro, invece del collo di Panurge, vorrebbero avere lo stomaco dell'imperatore Massimino, il quale non faceva punto, si dice, che al quattordicesimo fiasco. In che modo essi s'immergano a grado a grado e si affoghino nel vino, per che periodi passi la gran lotta della volontà che resiste coll'abitudine che trascina, è una storia lunga e triste, che molti psicologi insigni, specialmente fra i romanzieri inglesi, fecero in un modo ammirabile, ed Emilio Zola insuperabilmente. Il vino entra a poco a poco nella loro vita sotto tutti i pretesti: ieri bevevano per resistere al lavoro, oggi bevono per render più dolce il riposo; prima per scacciar la malinconia, dopo per mantener viva l'allegrezza; una volta per invocare l'oblio, ora per eccitare la memoria; da principio per conciliarsi il sonno, poi per sostenere la veglia. Il nemico s'infiltra e cresce a goccia a goccia, a sorso a sorso, a bicchiere a bicchiere, un po' tutti i giorni, lentamente e sordamente, come l'acqua del mare per la crepa sottile d'una nave. Quando l'uomo s'avvede del pericolo, è quasi sempre troppo tardi: la stiva è già piena. Egli fa ogni giorno il proponimento d'arrestarsi ai primi bicchieri; ma, vuotati i primi, sente in sè un'energia, un vigore di volontà, il quale lo fa tanto sicuro di riuscir ad attuare il suo proponimento un'altra volta — quando che sia — che ne rimanda l'attuazione al giorno seguente, nel quale, per la stessa ragione, accorderà a sè stesso la dilazione medesima; e così va innanzi per anni, incoraggiato sempre all'abuso, prima da una sicurezza fermissima, poi da una speranza vaga che verrà un giorno in cui smetterà irremissibilmente. Grande prova di quella gran verità: che è più facile negar tutto ai sensi, che rifiutar loro qualche cosa. Ma la lotta non è mica così semplice. È un dramma intimo intricatissimo, pieno di terrori e di dolori, di risurrezioni e di ricadute, tanto più lungo, più vario e più doloroso, quanto è più forte il carattere e più alta l'intelligenza del lottatore. È prodigioso fino a che punto, con che ostinazione di volontà, con che sottile e faticoso artifizio di ragioni e di sforzi illusorii, di battaglie vere e simulate, di scambietti dati alla propria coscienza il bevitore cerca di riacquistar l'impero su se stesso, e di liberarsi dai rimorsi. Adduce alla ricaduta di ogni giorno, ogni giorno una nuova giustificazione, qualche volta ingegnosissima, e cercata per lungo tempo, come il reo cerca una discolpa da addurre davanti al suo giudice. Cerca avidamente, per soddisfare la sua passione, tutte le occasioni in cui l'abbandonarvisi può parere a lui e ad altri un eccesso consentito dalle circostanze. Riesce realmente a vincersi per qualche tempo, con un grande sforzo, animato, senz'avvedersene, non dal desiderio sincero di guarire, ma dalla gioia che pregode di poter poi — dopo quell'astinenza — ricader senza rimorsi nel vizio per un altro periodo di tempo. Ripiglia animo a bere ad ogni piccola prova ch'egli dia a sè stesso che le sue facoltà intellettuali non sono ancora scemate; beve per ira quando l'animo stanco si rivolta alla fine contro la tirannia della volontà che lo tortura; ritorna a bere ad ogni esempio che gli si presenti, di altri più avanti di lui sulla strada del vizio, eppure ancora sani in apparenza, e nel fiore delle loro forze; confida persino in una malattia possibile, in un primo avvertimento della natura, dopo il quale, l'idea del pericolo corso gli darà finalmente la forza di vincersi; arriva fino al punto di fabbricarsi una filosofia speciale, contraria affatto alla sua indole e a tutta la sua vita, per poter incastrare il suo vizio in quella filosofia, come in una cornice che lo abbellisca, e lo renda passabile ai suoi occhi. Poi vengono degli sgomenti profondi all'accorgersi improvvisamente che le sue facoltà mentali sono scemate, e quindi una sorveglianza diffidente e dolorosa sulla propria intelligenza; — e risoluzioni impetuose che durano un'ora nelle quali s'esaurisce tutta la sua energia; — e lunghi scoraggiamenti cupi, che finiscono nel vino, da cui rinasce un barlume di speranza, seguìto il giorno dopo da un disinganno più sconsolato. E intanto il nemico corrode tutto: corpo, mente e cuore. Il famoso elogio del Rousseau, secondo il quale i bevitori son buoni, fedeli, brave e oneste persone, non si può sostenere, certamente, fuorchè considerando i bevitori sotto l'influsso immediato del vino. Il vero è che quando escono da quel mondo facile e ridente in cui l'ebbrezza li ha sollevati, si trovano a disagio fra gli aspetti scoloriti del mondo reale, e s'irritano più facilmente di ogni altro delle asprezze della vita che avevano dimenticate. Abituati a quella vena ricca di benevolenza e di generosità che apre in loro l'ebbrezza, non ritrovano più se stessi, quando devono cavar quei sentimenti dal cuore tranquillo. Dopo quella viva eccitazione d'ogni sera, la loro sensitività ha come bisogno di riposo, e si rifiuta alla fatica delle emozioni a digiuno. In mezzo alle compagnie in cui ferve quell'allegrezza spontanea, che deriva tutta dalla disposizione naturale dell'animo, si sentono spostati, provano quasi un'invidia segreta, che li rende dispettosi e tristi, sono umiliati, scontenti di sè, come gente decaduta, e desiderano qualche volta con un'impazienza acre e collerica quell'ora, quel luogo, in cui potranno, con un mezzo così speditivo, ritornar sereni, generosi, eloquenti. Senonchè questo ringiovanimento, questa specie di risurrezione di tutti i giorni, si va facendo gradatamente sempre più incompleta. Dopo un certo tempo il bevitore non prova più quell'ebbrezza, per così dir ricca, piena di sentimenti e d'idee, in cui il cuore e la mente tendevano continuamente ad espandersi e ad abbracciar l'universo. Il primo indizio del decadimento è lo scemare di quella mania della disputa che lo trasportava a traverso a tutto lo scibile umano: la sua mente pigra comincia a lasciarsi andar giù per la china della celia facile, evitando tutti gli appigli alla discussione, che la obbligherebbe al lavoro; il giro dei suoi pensieri si va sempre più restringendo; tutto ciò che viene a sviarlo da quell'andamento ordinario di idee e di discorsi, gli riesce molesto; l'esaltazione non è più continua, ma a intermittenze, a sfuriate successive, separate da lunghi intervalli, dopo ciascuna delle quali, sente il bisogno di riposare; l'allegrezza degenera a poco a poco in un sentimento di grossa soddisfazione, nella quale egli si adagia e si culla, come in una poltrona a bilico, mentre il suo pensiero tremola su mille oggetti, senza fermarsi in alcuno, o si fissa in uno, e vi riman dentro impigliato ed inerte. E allora vengon le lunghe sere monotone, in cui il bevitore cova il suo vino in silenzio, in uno stato intermedio fra la sonnolenza e lo stupore, e tutto il mondo brillante che vedeva altre volte nell'ebbrezza, si trova ridotto fra i quattro lati della tavola, sulla quale egli comincia ad appoggiare i gomiti — e l'anno dopo appoggia il mento — e negli ultimi anni la fronte. Certo molti di costoro conservano quella bonarietà, di cui il Rousseau fece l'elogio; ma è bonarietà che deriva, più che da altro, da pigrizia del cuore. La marea montante del vino ha seppellito rancori, odi, superbie, tristizie — naturalmente — senza merito loro. Sentono ancora gli affetti di famiglia e qualche vecchia amicizia; ma non è più quell'affetto vivo, pieno di previdenze e di sacrifizi spontanei, che pensa e gode se stesso, e vibra tutto ad ogni parola in cui s'esprima, e ad ogni manifestazione che gli corrisponda. Tanto è vero che è rarissimo che contraggano affetti nuovi. Arrivato a questo punto, il bevitore non è più che uno spettatore indifferente del mondo; vivacchia, con un sol occhio aperto, non cammina, ciondola sulla via della vita, fin che venga la morte a spezzargli il bicchiere nel pugno.
Se poi dall'esame degli effetti individuali del vino, veniamo a considerare i suoi effetti nella società, restringendoci sempre nel campo psicologico, rimarremo meravigliati, sgomentati quasi, non tanto di ciò che vediamo, quanto di ciò che abbiamo ragione di sospettare. Poichè il vino è principalmente una potenza occulta. La maggior importanza dei suoi effetti non è già negli eccessi visibili a cui s'abbandonano i pochi; è nella diffusione grandissima di una intemperanza corretta, di una ubbriachezza nascosta, costante, regolare, che ci gira intorno continuamente, e che continuamente incontriamo faccia a faccia, senza riconoscerla. Noi abbiamo a che fare con un gran numero di persone, che trovandosi sotto un continuo influsso latente del vino, paiono quello che non sono, son specie di maschere di sè stessi, che c'ingannano. Ci troviamo intorno delle generosità, delle eloquenze, delle bontà, dei caratteri ameni, che sono fittizii, che esistono solamente a ore, ma che esistendo per quelle tante ore ogni giorno, producono in chi le incontra un'illusione stabile. Se potessimo conoscere tutte le abitudini intime, quante strane scoperte si farebbero! Quante belle azioni generose scopriremmo che sono state fatte a malincuore, forzatamente, per mantenere una promessa sfuggita nell'esaltazione del vino! Quanti trionfi oratorii troveremmo che sono dovuti all'ebbrezza, e mostre di coraggio inaspettate nei duelli, e slanci commoventi di attori drammatici! Troveremmo forse anche dovute al vino delle riconciliazioni clamorose d'uomini politici, che ebbero conseguenze memorabili; forse delle risoluzioni temerarie di generali che resero il loro nome glorioso, forse anche delle morti eroiche, che tutti abbiamo ammirato ed ammiriamo ancora. Oltre a ciò mille persone si trasmutano continuamente intorno a noi. Dopo qualche anno ritroviamo dei caratteri, già dolci, ora stranamente inaspriti, senza una ragione apparente; ritroviamo altri, una volta focosi e intrattabili, ora concilianti, trascuranti, in uno stato d'ottimismo cronico, che non ci sappiamo spiegare, e che ci consente di stringere con loro un'amicizia che prima era impossibile; altri che hanno mutato abitudini, e che dal gran mondo in cui brillavano, si sono ridotti ad una vita solitaria ed oscura, senza che ci riesca d'indovinarne la causa. Vediamo degli uomini di ingegno arrivare rapidamente, nel fiore della gioventù, a grandi altezze nella società e nell'arte, e poi arrestarsi tutt'a un tratto, e come smarrire sè stessi, e presentare al mondo un esempio inesplicabile d'inerzia e d'impotenza. A tutti questi cambiamenti noi cerchiamo delle ragioni; crediamo qualche volta d'averle trovate in avvenimenti, in segreti domestici, in crisi misteriose della mente e del cuore. E non è nulla di tutto questo. La sola cagione è il vino. Ed è naturale che non si scopra, poichè l'uomo confessa francamente l'orgia di una notte, ma nasconde con cura gelosa, tra le pareti della sua casa, l'abuso di tutti i giorni, a cui non trova giustificazione nè scusa. Ora è un effetto che sfugge all'osservazione ma che è enorme, senza dubbio, quello che produce nella vita sociale questo gran torrente purpureo che passa ogni giorno a traverso alla popolazione d'una grande città, nelle ore della sera e della notte. Una grande azione la deve esercitare sull'andamento generale delle cose, questa vasta alterazione giornaliera di sentimenti, di pensieri, di discorsi. Noi ce ne accorgeremmo forse dagli effetti contrarii, se da un dì all'altro, improvvisamente, non esistesse più vino, nè alcuna bevanda eccitante. Vedremmo delle nature, sino a ieri larvate, mostrarsi nel loro vero aspetto; gente espansiva, chiudersi in sè; gente allegra, rattristarsi; intelligenze offuscate, tornarsi a chiarire; ingegni che nascondevano il loro decadimento nell'esaltazione forzata d'ogni sera, rivelarsi finiti; scemare la facilità delle nuove amicizie, disfarsi sotto il peso della noia delle società di persone che non avevano altro legame che il vino; ritornare a Venere molti che l'avevano dimenticata per Bacco, una recrudescenza di malumori da principio, un accrescimento di operosità più tardi, una diminuzione generale di spropositi fatti detti e stampati, scemate le contese, ma più rare anche le riconciliazioni, maggiore prudenza, minor sincerità, più forza, meno entusiasmi: un misto di beni e di mali.
Più beni o più mali?
A me non tocca rispondere; e d'altra parte non vorrei chiudere la serie di queste conferenze sul vino con una parola amara contro il nostro argomento. C'è il modo d'uscirne con una distinzione; la quale non si potrebbe far meglio che mettendo a riscontro due dei più grandi pittori di quella ammirabile scuola olandese, che attinse nel vino una così gran parte delle sue ispirazioni. Nei quadri dello Steen è rappresentata l'orgia ignobile, che sostituisce all'allegrezza quieta della famiglia il baccano della taverna: visi istupiditi, atteggiamenti osceni, braccia cascanti che il giorno dopo non lavoreranno, e case disordinate che rivelano un disprezzo abituale di ogni dignità e di ogni gentilezza. Nei quadri del Van der Helst sono rappresentati dei banchetti gioviali, dove cittadini di tutti gli ordini dello Stato si fanno dei brindisi e conversano fraternamente; e son belle figure oneste ed aperte, su cui si legge la sicurezza della coscienza e la nobiltà della vita consacrata alla patria; eccitati, ma composti, con un sorriso negli occhi che fa indovinare gli aneddoti ameni e le parole cortesi, e ispira nello stesso tempo l'allegrezza e il rispetto. Ecco le due potenze opposte del vino, o per meglio dire: i due vini. C'è il vino dello Steen e c'è il vino del Van der Helst. L'uno è il veleno che trascina all'ozio, all'istupidimento, alla prigione, alla tomba; e questo vino fuggiamolo, combattiamolo, vituperiamolo. L'altro è il vino che fa alzare nello stesso tempo il calice, la fronte e il pensiero; il vino che mette all'operaio la forza nel braccio e il canto sulle labbra; l'allegria della nostra mensa d'ogni giorno, il festeggiatore delle riconciliazioni e dei ritorni, il liquore benefico che riscalda le vene dei nostri vecchi, che rinvigorisce le convalescenze sospirate dei nostri bambini, che aggiunge un sorriso all'amicizia e una scintilla all'amore: il secondo sangue della razza umana. E questo onoriamolo e festeggiamolo, benedicendo le due grandi forze benefiche a cui ne andiamo debitori: la fecondità della terra e il lavoro dell'uomo.
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ARTURO GRAF