Nella prima classe pose il Pùcino che si faceva nelle vicinanze d'Adria, il Setino del territorio di Terracina e il Retico di Val d'Adige. Il primo era piaciuto assai a Livia moglie d'Augusto, la quale dava merito a quel vino d'esser giunta a 82 anni sempre in buona salute. Ma il marito preferiva gli altri due, e Plinio, si vede, non volle far torto a nessuno.

Nella seconda categoria pliniana troviamo il classico Falerno, prodotto della felice Campania, di tre qualità: il faustiano, che si spremeva dalle uve d'un territorio a sei miglia da Sessa, il gaurano, alquanto brusco e il falerno tenue, ossia sottile.

La terza classe del naturalista comasco annovera i vini del Lazio, cioè quelli dolcissimi dei colli albani, più il Privernate e il Signino e i tipi inferiori della Campania: il Massico, il Caleno, lo Statano, il leggiero Sorrentino, il Fondano, il Veliterno.

Appartengono alla quarta i vini di Sicilia; il Mamertino (Messina), la cui qualità migliore era conosciuta sotto il nome di potalino e il Tauromitano (Taormina), che in commercio era dato spesso per mamertino.

Altri vini italiani di qualche pregio erano il pretuziano, l'anconitano, il palmense e il cesenatico, tutti del Piceno; l'adriano dei Veneti; il graviscano, lo statoniense e sopratutti il rosso Lunense toscani; il tarantino, il serviziano e il cosentino calabresi; il turino e il lagarino lucani.

Vengono ultimi i vini che Plinio chiama plebei, tra' quali i più divulgati erano il trifoglino, il caulino, il trebulano e il pompeiano, che tutti e specialmente l'ultimo, invecchiando si guastavano.

Passiamo ora all'estero. La Gallia transalpina produceva due tipi: uno molto denso che serviva per quella operazione che da' francesi è chiamata vinage e da noi taglio, ed era il marsigliese; l'altro detto beterrano fu, per dir così, l'avolo del Frontignan, sia per somiglianza ne' caratteri estrinseci ed intrinseci, sia perchè si faceva nel medesimo territorio donde ci viene il delizioso Muscat de Frontignan. E nella Gallia furono inventate e adoperate prima le botti di legno cerchiate. La Spagna forniva al commercio tre qualità di vini che si facevano nella Catalogna: il laletano, abbondante, ma poco buono; il tarraconense reputatissimo e da Marziale posposto solo ai vini campani e il lauronense. Possiamo mettere insieme con questi il balearico, ossia vino delle isole Baleari.

Attivissimo durava il commercio dei vini dell'arcipelago, quantunque piantagioni di viti greche si fossero praticate anche in altri paesi e la industria contraffacesse con sconce miscele i delicati succhi delle vendemmie elleniche. «Il paese non l'uva fa la differenza de' vini» diceva il vecchio Plinio e diceva bene. Pure il sapore d'acqua marina, comune a quasi tutti i vini di Grecia, e più spiccato in quelli di Lesbo, si cominciava ad avere in uggia ed il clazomenio piaceva appunto perchè sapeva meno di salsedine. Era quest'ultimo uno de' migliori vini dell'Asia Minore, che dalle sue regioni ubertosissime, la Fenicia, la Frigia, il Ponto, la Caria e la Lidia, mandava dieci eccellenti specie di vino. Altrettante ne annovera Plinio della Grecia propria e celebra il peparetio dell'isola omonima, tanto migliore quanto più vecchio. L'Egitto dava il sebennitico delle vigne del Bahari e l'Arabia il petrictum.

Insomma, a detta dell'insigne naturalista latino, tra italiani e stranieri, non meno di 195 generi di vino erano forniti al consumo, de' quali 80 fini e due terzi di questi ottanta erano vini d'Italia. La concorrenza straniera era dunque vinta.

Il traffico enologico prese grande sviluppo e v'attendevano i Mercatores vinarii, de' quali è menzionata una speciale società che incettava i vini delle coste adriatiche (Negotiantes vini supernates). Roma aveva uno scalo apposito (portus vinarius) e un mercato (forum vinarium) pel vino.