La ragione de' prezzi, mite a principio, s'andò elevando come s'allargava il consumo. Nell'anno 565 di Roma, cioè dire al cominciare del secondo secolo anteriore all'Era Volgare, i censori ordinarono non si vendessero il vino greco e l'ammineo più di otto denari per anfora, che tornano circa 45 centesimi al litro. A' tempi di Caligola (40 dell'E. V.) il vino Opimiano, quello cioè famoso della pingue vendemmia del 633 e quindi vecchio di cenquarant'anni, costava lire 7,71 al litro. Non par poco, ma si consideri la qualità e l'età del vino, e si pensi che ora il Johannisberg del 1862 (cera azzurro-dorata) vale lire 44 la bottiglia. Nel terzo secolo dell'Era volgare l'imperatore Diocleziano promulgò una tariffa de' prezzi dei generi di consumo, mano d'opera, ecc., conosciuta ora dagli archeologi sotto il nome d'iscrizione di Stratonicea. In questo curioso documento il prezzo del Falerno di qualità superiore è fissato a lire 1,50 al litro, quello del vino vecchio di prima qualità a lire 1,20 e per il vino comune a 40 centesimi.
Si vede che il prezzo del vino andava crescendo e se ne intende il perchè. Le sorti dell'agricoltura volgevano tristi, le irruzioni de' barbari turbavano i lavori campestri e mantenevano una continua trepidazione nelle plebi rurali. L'attività economica illanguidiva, immiserendosene le fonti, ed i traffici disturbati, sviati, interrotti, male s'intrecciavano in giorni come quelli, agitatissimi e di gran travaglio pe' popoli. I barbari rumoreggiavano ai confini spesso violati dell'impero, e male resistevano agli allettamenti della bella penisola italica dal cielo ridente e dalle pingui terre. Tentò qualche imperatore vietare a' temuti nemici l'acquisto de' prodotti nostrani e specialmente del vino, la cui esportazione ne' paesi de' barbari fu proibita prima da Valentiniano I, poi da Graziano. Ma senza pro. Se il vino non potè andare in que' paesi, vennero i barbari a beverlo nelle nostre terre e ne vollero del migliore. Cassiodoro, ministro di Teodorico, scriveva al Canonicario di Venezia che la cantina del re aveva bisogno d'essere fornita come il decoro della regia mensa esigeva. Acquistasse dunque acinatico rosso e bianco (l'antenato del Val Policella) da' proprietari del Veronese e ne mandasse alle cantine del re che ne difettavano. E aggiungeva che al principe piacevano più i vini italiani de' greci, manipolati con aromi ed acqua marina.
IV.
Ad ogni modo i vini greci ed i latini serbarono la loro fama anche nell'età di mezzo e costituirono i due tipi commerciali del prodotto. I centri greci più accreditati di produzione erano la Romelia, Creta e Cipro, e la qualità preferita, la Malvagia; i migliori centri latini erano i marchigiani e i calabresi (Tropea e Cotrone) e stimavasi assai la Vernaccia, tanto cara a papa Martino IV, che v'affogava dentro «le anguille di Bolsena». I prezzi tornarono miti. Un barile di vino greco nel secolo XIV s'aveva su per giù per una lira fiorentina. E sì che c'erano i dazi, la cui commisurazione era determinata secondo criteri differenziali non solo di qualità, ma anche di nazione, essendo i Veneziani ed i Genovesi meglio trattati, negli scali di Levante, de' negozianti di qualsiasi altra nazionalità. Però erano dazi lievi. Generalmente l'entrata e l'uscita del vino erano colpite con una tassa dal 2 al 5 per cento ad valorem, ed i diritti più elevati cadevano sulla Vernaccia. In qualche scalo cotesta misura era superata d'assai; ad Alessandria d'Egitto, per esempio, il dazio sul vino era del dieci per cento e a Tunisi dell'undici. Ma erano eccezioni.
Più del commercio internazionale era in verità impacciato lo smercio interno, ove fiorivano le Corporazioni. In Francia, come tutti sapete, l'ordinamento delle Maestranze ebbe norme rigide dettate da' canoni d'una pessima politica economica, secondo la quale l'esercizio di qualunque mestiere, arte o professione era un privilegio regale conceduto a questo o quel cittadino dalla benevolenza del sovrano. Verso la fine del secolo XIII Parigi aveva 51 mercanti di vino (bufetiers), 3 sensali da vino e 4 gridatori, tutti patentati e privilegiati. Il gridatore aveva il diritto esclusivo di girare per le piazze e bandire il vino dell'osteria tale o tal'altra. Gli osti, o tavernai che fossero, non potevano ricorrere per cotesto servigio ad altri e dovevano, a richiesta del crieur, dargli un campione ed indicargli il prezzo.
Il costume de' banditori del vino esisteva anche in Italia ed in certi paesi ha durato un gran pezzo. Tra' ricordi della mia fanciullezza c'è il gridatore del vino che vedevo a Bari la domenica. Lo chiamavano Calandriedd' e si metteva sulle piazze e crocicchi, celebrando con una monotona cantilena il vino della bettola del tale o tal'altro oste, mostrando e facendo assaggiare il campione. Come il regime corporativo si andò perfezionando, così crebbero i vincoli. In Francia si vendevano uffici di ispettori delle taverne, rotolatori di botti, sensali, commissionari, esercenti, saggiatori, negozianti di vino. Vi fu un tempo in cui la tassa di entrata nella Corporazione de' Vinai era di 800 lire tornesi, delle quali due terzi circa andavano all'erario pubblico, rimanendo il resto alla cassa sociale.
Ma un guaio ancora più grosso sopravvenne quando, sotto l'influenza del sistema Mercantile, s'aggravarono i dazi doganali. Io credo che l'egregio prof. Lessona mi permetterà di applicare a cotesti dazi l'arguta denominazione con la quale egli annunciò il tema della sua splendida conferenza, perchè in verità i dazi, o signori, sono veri e propri nemici del vino.
I fatti che sto per narrarvi lo provano evidentemente.
Nella prima metà del secolo XVI i vini francesi presero ad affluire in gran copia in tutto il nordovest d'Europa, specialmente in Olanda ed in Inghilterra, nel qual ultimo paese i vini di Bordeaux erano cominciati ad entrare sin dal secolo XII. Ebbene nel 1659 la Francia mette un tonnellaggio di cinquanta soldi sulle navi estere. L'Olanda se ne risente e minaccia di scemare la tariffa daziaria sui vini del Reno, determinando così una importazione di questi a detrimento della Francia, che nello spaccio del vino aveva per clienti non spregevoli i Paesi Bassi. Dopo lunghe trattative si venne nel 1662 ad un accordo. Più tardi, al cadere del secolo XVII, la Francia colpisce con grave dazio le lane inglesi e l'Inghilterra si vendica aggravando la mano sui vini francesi e volgendo la propria richiesta alla Spagna e specialmente al Portogallo, donde trasse più di dugento carichi di vino all'anno. I Delegati de' centri vinicoli al Consiglio generale del Commercio di Francia sporsero vivissimi reclami contro il sistema daziario che produceva così tristi effetti. Il delegato di Baiona affermava essere rovinate affatto la Guienna, la Borgogna, la Turenna e la regione angioina, e sul posto valer quasi più il fusto che il vino. «Bisogna abbandonare, scriveva il delegato di Lione, la massima di Colbert, il quale pretendeva che la Francia potesse fare a meno di tutto il mondo. Ciò era un andare contro la natura e contro la Provvidenza che ha distribuito i suoi doni ad ogni popolo, onde costringerli tutti a mantenersi in commercio reciproco». Parole nobilissime rimaste inascoltate e che non è fuor di luogo ricordare ne' giorni che corrono di tendenze reazionarie nella politica commerciale. L'importazione de' vini francesi in Inghilterra riceveva così un colpo micidiale e fu poi annientata addirittura dal Trattato di Methuen, stipulato tra la Granbrettagna ed il Portogallo nel 1703. In quella famosa convenzione il governo Portoghese s'impegnò a facilitare assai lo smercio de' tessuti inglesi di lana ne' propri dominii ed il britannico a ridurre il dazio d'entrata su' vini portoghesi, in guisa da renderlo inferiore di due terzi al dazio sulla immissione dei vini francesi.
Quali conseguenze ebbe una così fallace politica economica?