Sulla origine della vite non si hanno notizie più positive ed attendibili di quelle che ci vengono trasmesse dai miti e dalle leggende.
Taluni vorrebbero che Osiride, il Bacco dei Greci, scoprisse la vite nei dintorni di Nisa, città dell'Arabia Felice, e di là la trasportasse nell'India. Altri attribuiscono a Noè la scoperta della coltivazione della vite e della fabbricazione del vino, facendo di questo Patriarca il Bacco dei Greci ed il Giano dei Latini. Molti ritengono che la vite sia originaria della Persia, fondandosi sul fatto che il Michoux trovò questa pianta selvatica in Persia, e l'Olivier la riscontrò in simile condizione nelle montagne del Kurdistan, e che da quella contrada poi sia stata introdotta in Grecia, in Italia, nelle Gallie ed in Ispagna. Altri invece, secondo l'Endlicher, ripongono la patria della vite nella Georgia e nella Mingrelia, fra le montagne del Caucaso, dell'Ararat e del Tauro, ed altri col De Candolle la credono nativa della regione inferiore del Caucaso, principalmente al mezzodì della catena e al mezzodì del Caspio.
Nessuna però di tutte queste opinioni può essere accolta come conforme alla verità.
Prima di tutto, giova osservare che i nomi sanscritti, di Draksha, Amritaphalà, Amritarasà[[VI-2]], con cui s'indicava la vite, e quelli di Rasa e Rasala, con cui se ne designava il frutto, dimostrano che la sua cultura nell'India rimonta ad un'antichità molto remota, e probabilmente anteriore a quella di Osiride e di Bacco. Questa cultura si limitava alle sole regioni più settentrionali dell'India, cioè al Kambaya, al Pangiab ed al Kaçmir, e si praticava, a quanto pare, al solo scopo di coglierne il frutto.
Noi troviamo inoltre che antichi autori, come Virgilio, Plinio e Columella, parlano di viti selvatiche nelle foreste, i cui grossi tronchi attestavano un'esistenza antichissima; e gli antichi autori greci e romani, che sì spesso parlano della vite, mostrano sempre di considerare questa pianta come propria del paese in cui si coltivava.
Se poi ricorriamo alla paleontologia, troviamo che il genere Vitis era comparso nella nostra Europa sino dal periodo miocenico, al momento in cui i Cissus, che già vi prosperavano fino dal cretaceo, incominciavano a declinare. Fra le undici specie fossili del genere, enumerate dagli autori, se ne citano della Germania, della Francia, dell'Inghilterra, dell'Italia e persino della remota Islanda. La Vitis teutonica, tanto frequente nelle ligniti di Wettarau in Germania, molto somiglia alla nostra Vitis vinifera. Lo stesso Schimper[[VI-3]] asserisce che la vite quaternaria potrebbe ben essere l'avola della nostra vite; e relativamente alla Vitis Ausoniae scoperta nei travertini di S. Vivaldo in Toscana, i signori Gaudin e Saporta ritengono ch'essa potrebbe esser riunita alla Vitis vinifera. Non può dunque recar meraviglia che la Vitis vinifera abbia esistito in Europa prima della comparsa dell'uomo; che anzi sorprende non poco che si sia negata tale esistenza. In ogni caso, quand'anche si volesse ammettere che l'Asia sia stata la patria della vite, non si comprende perchè precisamente l'uomo debba pel primo averla trasportata in Europa, e non gli animali carpofagi che lo hanno preceduto, e che debbono avere efficacemente contribuito a diffondere una pianta dotata di frutti così dolci e gustosi, trasportandone i semi a grandi distanze.
Tutto considerato adunque, mi sembra che si abbiano buone ragioni per ammettere che la vite esistesse in Europa in epoche anteriori a quelle in cui se ne incominciò la coltura, e che se pure si hanno argomenti per sostenere che la sua cultura abbia avuto principio in Asia, nessuno ve n'ha certamente per dimostrare ch'essa pianta abbia avuto la sua origine in quella regione, potendo esser comparsa per la prima volta tanto nella Georgia e nella Mingrelia, come in Italia, in Spagna od in qualche altro paese dell'Europa temperata.
Relativamente alla cultura della vite, argomento troppo vasto perch'io non possa convenientemente trattarne in poche parole, preferisco rinviarvi a quanto ne scrissero coloro che ne trattarono particolarmente, come i Ridolfi, i Cuppari, i Guyot ed altri distinti agronomi e viticultori. Non posso però tralasciare di richiamare alla vostra mente come in Italia, ove sopra una superficie di 296,322 chil. quadrati si hanno 1,870,109 ettari coltivati a viti, cioè circa 1/16 del totale, possa tuttora estendersi con vantaggio questa cultura ch'è certamente una delle più rimuneratrici, e come interessi fra di noi di promuoverne con tutti i più efficaci mezzi il miglioramento.
La vite ha bisogno di una certa quantità di calore per compiere le varie fasi della sua vegetazione. Essa incomincia a svolgere le sue gemme quando la temperatura media dell'aria tocca i 10° od 11°, e fiorisce quando quella temperatura giunge ai 18° e 19°. Nel tempo che decorre dallo svolgimento delle gemme alla fioritura, essa riceve una somma di 1800° a 2000° di calore. Affinchè però possa portare il suo frutto a piena maturità le abbisognano altri 2600°, che deve ricevere prima che la temperatura media discenda sotto i 12°. È quindi necessario, perchè essa possa ricevere una tale quantità di calore, che nei 4 mesi successivi alla fioritura (maggio, giugno, luglio, agosto), la temperatura media non sia inferiore a 19°. Si comprende da ciò che se la cultura della vite riesce proficua nei paesi della zona temperata, ove appunto si verificano le condizioni di temperatura sopraindicate, essa non può però oltrepassare certi limiti di latitudine.
Vediamo adesso quale sia l'estensione geografica della cultura economica della vite e quali ne siano i limiti[[VI-4]].