E ricordiamolo; noi a forza d'aver paura di passare per dei chauvins, finiamo per mettere alla mercè di tutti i grandi documenti del nostro passato. Intanto che noi lasciamo dire e fare, a poco a poco, tutto si oscura, tutto si impiccolisce e va in controversia nei periodi più belli della nostra civiltà. Credetemi, o signore; un po' di chauvinismo, anche per noi, ogni tanto, farebbe così bene!... Esso ha fatto la forza dei francesi, degli spagnuoli, degli inglesi, e di tutti i popoli; mentre questo compiangerci continuo, questo renderci sempre umili e arrendevoli dinanzi alle negazioni di tutti, ci ha condotto a termini molto infelici. Ma come, poche settimane fa, aveste la fortuna di sentire dalla bocca di Giosuè Carducci che l'ideale cavalleresco del tempo dell'Ariosto non era niente affatto spento fra di noi nel Cinquecento, come certi critici nostri, sempre facendosi eco compiacente degli altri, avevano sentenziato; e come sentirete dirvi fra poco da Ernesto Masi che nella Italia di quel tempo, in mezzo alla corruttela, all'indifferenza e al cinismo di molti, vigoreggiarono anche delle pure e nobili coscienze con aspirazioni eroiche verso il rinnovamento dell'ideale religioso, così consentite che io pure vi dica che mi compiaccio altamente ogni volta che, come italiano e come uomo, io mi rivolgo a quella nostra grande epoca; e sono lieto di ricordarvi anche una volta che il Cinquecento italico non è tutto nell'Aretino, nel Franco, nel Sodoma, nel Sebastiano del Piombo; esso vanta dei nomi che splendono nella storia umana come dei fari di luce sfolgorante insieme e purissima. Uno di questi è senza dubbio Raffaello da Urbino.

MICHELANGELO BUONARROTI[12] (1474-1564)

DI

JOHN ADDINGTON SYMONDS.

Signore, e Signori!

Non posso cominciare la mia lettura, senza prima esprimervi il profondo sentimento ch'io provo per l'onore che il vostro invito mi conferisce. Io, Inglese, sono invitato a parlare nella città di Firenze, davanti ad un uditorio di Fiorentini sopra uno dei Fiorentini più illustri. Nessuna cortesia potrebbe giungere più gradita all'animo di uno studioso e di uno scrittore.


È stato spesso osservato che il Rinascimento fu un periodo di uomini dalle multiformi attitudini e di universali genialità. Vi noveriamo uomini come Leon Battista Alberti, il quale insieme alla letteratura, alla scienza e alle matematiche, esercitò la pittura e l'architettura, e si segnalò per forza ed agilità fisica; uomini come Leonardo da Vinci, dei quali è dubbio, se le stesse facoltà artistiche non fossero inferiori alla originalità delle loro invenzioni scientifiche; principi come Lorenzo de' Medici, che furono uomini di stato, poeti, filosofi, critici della più squisita sensibilità, raccoglitori di antichità, inspiratori della gaia vita e della moda; e finalmente, vi vantiamo Michelangelo Buonarroti.

Mi propongo di parlare di Michelangelo sotto il suo quadruplice aspetto di scultore, di pittore, di architetto e di poeta. In vita, fu ritenuto eccellente in ognuno di questi rami dell'Arte. Benedetto Varchi in un'Orazione letta all'Accademia Fiorentina, gli decretò una quadruplice corona, e ve ne aggiunse una quinta proclamandolo “amatore divinissimo„.

Michelangelo si professò sempre essenzialmente scultore. Diceva a Giorgio Vasari che “a Settignano aveva succhiato lo spirito dello scalpello col latte della sua nutrice„, la quale era figlia e moglie di scalpellini. Chiamato a dipingere la Cappella Sistina, protestò che la pittura non era mestier suo; e più tardi, allorchè Leone X insistè perchè egli completasse la facciata del San Lorenzo e edificasse la Nuova Sagrestia e la Libreria, amaramente si dolse di non aver mai studiato architettura.